Dal Guardian con furore

Sul sito di Studio potete leggere la mia intervista al direttore creativo di Bloomberg Businessweek, il giovane inglese Richard Turley. Forse l’avete già letta sul sesto numero della rivista. Forse no. Ad ogni modo, ora potete rimediare.

Mentre tutti piangevano “la fine dei magazine come li conoscevamo”, il successo del vostro prodotto sembra dimostrare come anche i settimanali e i mensili possono sopravvivere di questi tempi, nonostante la crisi, nonostante il web, nonostante tutto. Quali sono le caratteristiche che un magazine deve avere, secondo te, per avere successo?

È una questione lunga e complessa ma penso che per avere successo un magazine debba fare il magazine. Fare qualcosa che piaccia alla gente e interessi i suoi lettori. È necessario investirci tempo, bisogna metterci passione per poterlo fare nel miglior modo possibile ma penso che se ci si mette tutto se stessi, poi la gente se ne accorge e ti compra. Credo che il pubblico sia in qualche modo capace di “captare” la passione e l’originalità nelle cose, di apprezzarle e premiarle.

Ciò vale anche per i settimanali?

Sì. L’altro giorno stavo parlando con un mio amico di e-book e di come i libri – i romanzi per Kindle, per esempio – vengono venduti e promossi. L’industria libraria si sta innovando in modo simile a quello fatto da alcuni magazine. Gli editori si sono resi conto del fatto che per vendere libri di carta al pubblico bisogna investirci denaro, fare prodotti più curati e più costosi. I libri devono essere cose belle da tenere a casa, solo in questo caso i lettori sono disposti a comprarli.

Leggi su RivistaStudio.com

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Link di oggi: Buon carnevale

Solita rassegna stampa di fine settimana sul sito di Studio. C’è dentro un po’ di tutto: politica, cultura, economica, crisi e il ciccione di Megaupload. Ma la vera chicca della settimana – ma anche del mese – è questo saggio pubblicato sul sito del New Inquiry. Parla di Hello Kitty, della sua bocca e del linguaggio. Rara avis.

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Dietrologie, teorie del complotto e Zeus

La teoria cospiratoria della società, secondo il filosofo austriaco Karl Popper (1902-1994), rappresentava l’idea per cui «qualunque cosa capita in una società – incluse cose che le persone in quanto tali disprezzano, come la guerra, la disoccupazione, la povertà e le carestie – sono effetti diretti del disegno di individui o gruppi potenti». (…)

Secondo Popper, il fenomeno ricordava molto le opere di Omero, autore dell’Iliade e l’Odissea, in cui le cospirazioni degli dei erano responsabili dell’andamento della Guerra di Troia e altri eventi notevoli. «Solo che ora», scriveva lo studioso austriaco, «il posto degli dei dell’Olimpo è occupato dai Savi di Sion, o dai monopolisti, oppure dai capitalisti».

Su Studio ho scritto di come e perché il cospirazionismo dilaga sul web, specie in tempi di crisi. Lo potete leggere qui.

(Immagine via Leonardo Bianchi)

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Ancora sulla copertina del New Yorker

Sto sfogliando il numero dell’anniversario del New Yorker ti cui abbiamo scritto pochi giorni fa. La copertina, geniale, è questa:

Scopro solo ora che l’idea è venuta a un lettore del magazine, Brett Culbert, che l’aveva proposta con un’immagine diversa sullo sfondo. Il magazine ha preso la sua idea, l’ha modificata a dovere e ne ha fatto la cover. È la prima volta, scrive il New Yorker su Facebook, che un lettore ispira una copertina dell’iconico settimanale newyorchese. Ebbravo Brett.

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Trigger the vote

La National Rifle Association sa come richiamare i giovani alle urne, spingendoli a registrarsi affinché possano avere il certificato elettorale e votare alle prossime presidenziali Usa. L’obiettivo della NRA è – ovviamente – quello di proteggere il Secondo emandamento della Costituzione statunitense, che difende il diritto al possesso di armi da fuoco da parte dei cittadini – argomento a cui l’associazione è da sempre ipersensibile. L’idea della NRA si chiama “Trigger the vote” e prevede un battage pubblicitario di spot televisivi con protagonisti d’eccezioni: Chuck Norris e Ronald Lee Ermey (il sergente Harman di Full Metal Jacket).

Eccoli di seguito (prima Chuck e poi Harman).

 

 

 

Qui un video di Slate che spiega il tutto.

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Il progresso

The News Reels from Sean Kelly on Vimeo.

 

via

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San Valentino

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Perché ci commuoviamo ascoltando certe canzoni?

Siccome siete dei romanticoni, lo so, immagino anche a voi capiti di ritrovarvi la pelle d’oca ascoltando qualche canzone. Perché succede? Perché sono belle. Bravi. Ma dal punto di vista scientifico, che succede? Cosa ci fa commuovere? Ne abbiamo parlato sul sito di Studio: è un discorso che tira in mezzo Adele, i Grammy Awards e alcuni psicologi. Potete leggerlo qui.

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I repubblicani cercano nuovi giornalisti repubblicani che non siano Rush Limbaugh

L’annuale CPAC (Conservative Political Action Conference, conferenza annuale vicina ai repubblicani) ha visto molti interventi dedicati al ruolo dei media nella politica statunitense. Secondo quanto scrive l’Huffington Post, Jim Geraghty della National Review ha chiesto ai conservatori di smetterla di commentare storie aggregate da altri e cominciare a fare da soli. Il riferimento è a prodotti relativamente nuovi come l’HuffPo stesso, uno dei punti di riferimento dei liberal americani nel web.

Secondo il blogger, agli aspiranti giornalisti conservatori mancano punti di riferimenti prestigiosi. Michael Goldfarb del Weekly Standardha criticato i giovani in erba, bollandoli come inadeguati e incapaci di aumentare l’influenza repubblicana nei media, attività in cui – secondo lui e molti altri presenti – i liberal sono invece magistrali. Il giornalismo repubblicano, insomma, non ha un Woodward e Bernstein (gli autori dello scoop per eccellenza, l’inchiesta Watergate) a cui fare riferimento e ispirarsi. “Molti conservatori – ha continuato Goldfarb – vogliono entrare nel mondo del giornalismo, ma sono tutti opinionisti critici. Vogliono fare come Rush Limbaugh, Bill Kristol. Vogliono diventare Charles Krauthammer.”

Il modello Fox News-Limbaugh rischia quindi di rovinare l’idea di giornalismo per le nuove generazioni di firme conservatrici, sempre più attente alla polemica e meno attente a quel che davvero importa: le notizie. Nulla di nuovo, solo che se ne sono accorti anche i repubblicani stessi.

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La difficile risalita del Washington Post

Quando ero managing editor, tutto quello che facevamo era migliore di qualunque altra cosa nel settore. Avevamo il miglior meteo, i migliori fumetti, le migliori notizie (…). Oggi c’è un competitor per ciascuno di questi settori e molti di loro lo fanno meglio di noi.

Robert Kaiser, al Washington Post dai primi anni ’60, sulla situazione del giornale statunitense. Il resto è sul sito di Studio.

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