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L’avete letto l’ultimo numero di Inspire?

Al Qaeda, l’organizzazione terroristica fondata Osama bin Laden, ha un magazine online con cui diffonde i suoi folli ideali. Ne abbiamo parlato oggi sul sito di Studio, visto che è da poco uscito il nuovo numero (dove c’è anche un LOL). Trovate tutto qui.

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Piccoli WTF scuotono il mondo

Al Qaeda ha chiesto al presidente iraniano Ahmadinejad di smetterla di supportare la tesi cospiratoria secondo cui sono stati gli Usa (la Cia, la Feda, vattelapesca) a organizzare la strage che ha sconvolto il mondo, colpendosi da soli al cuore della nazione per poter legittimare le guerre in Medioriente.

La stizzita richiesta è comparsa nelle colonne del magazine yemenita Inspire. Eccone un passaggio riportato dal Telegraph:

Il governo iraniano ha dichiarato per bocca del suo presidente Ahmadinejad di credere che il responsabile dell’11 settembre sia stato il governo degli Stati Uniti piuttosto di al Qaeda. Cosi vorremmo porre una domanda: perché l’Iran dovrebbe supportare tale ridicola convinzione che va contro ogni logica e prova?

La paternale di al Qaeda

Un fatto strepitoso che è anche un corto circuito logico e geopolitico: Stati Uniti e al Qaeda sono ora d’accordo in qualcosa. E al Qaeda se la prende con l’Iran, spiegando che gli Usa sono stati davvero vittime dell’attentato.

Una stranezza che però potrebbe convincere i tanti seguaci di Giulietto Chiesa e dell’inside job a rinsavire e andare oltre il plumbeo e artefatto scenario à la Zeitgeist-the movie. Ma per certo cose – per la verità, intendiamo – ci vuole un certo pelo sullo stomaco che le teorie cospiratorie invece non richiedono, anzi. Meglio rifugiarsi in un maligno giardino incantato dove tutto ha una spiegazione semplice e tutto è deciso dall’altro. Tutto è cattivo, quindi perché fare qualcosa? (E, a proposito, i rettiliani dominano il mondo.)

A proposito di deliri cospiratori, ricordiamo il bellissimo lavoro di Slate in occasionale del decennale del 9/11: un’inchiesta in sei parti: dalla nascita di una dietrologia al suo successo e a cosa succede ai dietrologi quando si rendono conto della verità. Ovvero, quando capiscono che il mondo è pieno di cattivi. E no, non sono tutti americani.

Ci spiace, ragazzi.

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Se l’11 settembre 2001 avessimo avuto Facebook e Twitter

Non sarebbe stato bello, secondo Cord Jefferson di Good magazine. Certo, avrebbe capillarizzato la copertura mediatica degli eventi ma quante bugie, quante foax sarebbe nate – e quanto poco avrebbe messo a diffondersi?

Il pezzo si basa sul ricordo di quel giorno (suo padre lo sveglio: era ubriaco dalla sera prima – ah, il college!), che Jefferson non passò davanti al computer, come avrebbe probabilmente fatto se il web fosse stato sviluppato com’è oggi.

da Good.is

Invece niente Facebook, niente Twitter e niente Youtube. E niente siti di news, visto che allora erano poco sviluppati – una cosa di cui l’autore si dispiace. Solo le edizioni straordinarie dei telegiornali.
Un gap temporal-tecnologico che ha fatto la differenza, visto che nel malaugurato caso avvenisse un 9/11 oggi, l’hashtag #newyorkattacks si diffonderebbe in un secondo. E la diversa copertura mediatica modificherebbe sicuramente modificato il modo con cui affronteremmo la malaugurata tragedia.

Se sia stato meglio o peggio non avere i social network nel 2001, crediamo, non è possibile dirlo. Solo è notevole segnalare come in dieci anni il mondo sia cambiato così tanto: non solo per il crollo delle Twin towers ma anche per lo sviluppo incredibile del web.

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Come Osama bin Laden ha creato i presupposti per la primavera Araba

Mezzobusto

Tra il medievo e il villaggio globale. Osama bin Laden è stato da sempre combattuto tra la propria arrettratezza mentale tipica del movimento salafita, ispirato ai precetti del profeta Maometto, risalenti al settimo secolo d.C., e un forte slancio verso la modernità e la tecnologia. Tutti ricordiamo i video di bin Laden spediti ad al Jazeera e altri network, la capacità di gestire i mass media, addomesticarseli e usarli come mezzo politico.

La tecnologia, infatti, è stata sempre importante per l’ex leader di al Qaeda: anche se il suo rifugio di Abottabad non era collegato a Internet (ragioni di sicurezza) la tv satellitare suppliva alle privazioni date dall’essere “l’uomo più ricercato d’America”, e gli consetiva di mantenersi connesso al flusso di news.

Tra il 1996 e il 1998 il terrorista apolide utilizzò un telefono satellitare comprato a Long Island per coordinare le sue truppe e attaccare due ambasciate statunitensi in Afghanistan. Lo stesso mezzo, con l’aggiunta delle e-mail, è stato il medium dell’attacco alle Torri Gemelle — le cui immagini furono riverberato istantaneamente in tutto il mondo attraverso la televisione. L’Undici Settembre è stata la prima tragedia live della Storia. Un momento televisivo altissimo (sia detto senza cinismo) al pari dello sbarco sulla Luna del 1969. Entrambi sono stati momenti vissuti da una generazione dal vivo: il primo nello stupore e nel terrore generale; il secondo a bocca aperta, sognano lo Spazio profondo.

Terrorista geek

Ben prima che la Primavera Araba ridefinisse il concetto di rivolta popolare dandole un’hashtag e basandosi completamente sul coordinamento via social network, al Qaeda utilizzava i social media per reclutare, istruire e comandare i suoi soldati sparsi per il globo. Per quanto possa sembrare incredibile, al Qaeda ha elaborato per prima le tecniche di organizzazione via Internet che in questi mesi hanno reso possibile le rivolte nel maghreb. Steve Coll nel New Yorker è ancora più drastico, scrivendo che

Bin Laden, per la violenza e il dissenso arabo nell’era digitale, è stato ciò che Adam Osborne è stato per i computer portatili e che Excite è stato per il business dei motori di ricerca.

Un precursore, quindi. Un precursore con un piano diabolico basato sul martirio che per qualche anno ha saputo godere di una popolarità altissima tra le popolazioni musulmane senza nemmeno palesarsi in pubblico; senza creare un movimento politico da candidare alle elezioni (una sorta di Hamas alqaedista) come invece fecero altri nemici degli USA: da Lenin a Castro. No, i precetti di Osama erano lontani dalla politica: prevedevano esclusivamente il martirio contro l’Occidente — ecco il perché del calo di “popolarità” dell’ex saudita presso i suoi ex-fan: bin Laden offriva morte e distruzione, mentre il mondo arabo sentiva il bisogno di libertà che si è manifestato dal marzo 2011.

Osama e il video hanno sempre avuto un ottimo rapporto: sin dal 1988 (anno di fondazione di al Qaeda) lo sceicco curò personalmente video amatoriali centrati sulla sua figura e audiocassette con prediche, discorsi e sermoni. L’obiettivo, già nei primi anni Novanta, era di rendere la jihad virale, diffonderla presso ogni classe sociale, favorendo la duplicazione dei media prodotti da qaedisti. “Due decenni prima di YouTube”, spiega Coll, l’organizzazione terroristica aveva una sua strategia mediale potentissima, che andava dalla “promozione” del gruppo al reclutamento dei volontari.

Un progetto modernissimo che sembrerebbe riferito ad un’azienda della Sylicon Valley di questi giorni, e che invece parla di un gruppo estremistico senza sedi e senza personale fisso. Un gruppo capitanato da un personaggio scaltro, mosso dall’odio nei confronti degli Stati Uniti e i suoi alleati. E che riuscì in un’impresa incredibile (colpire il cuore di Manhattan con aerei americani) e favorì la nascita di dietrologie della serie “inside job”. Storielle che svaniscono quando si capisce chi era Osama bin Laden e cosa era riuscito a fare, apolide, tra le sabbie dell’Afghanistan.

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