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La storia del libro, dalla roccia all’ebook

(via Brain Pickings)

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Vendere il Kindle in Italia

Amazon sta pubblicizzando il suo e-reader, Kindle, sul blog di Beppe Grillo. Il banner presenta uno slogan che riprende una delle più celebri battaglie del comico-blogger-politico wanna be, quella sul finanziamento pubblico ai giornali. Da notare l’enfasi su quel “di carta” per cui il Kindle sarebbe la soluzione al problema.

PS Apprendo con piacere che – a quanto pare – Beppegrillo.it è il primo magazine solo online. Qualcuno lo dica a quelli di Salon.com

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Booktrack, l’e-book con colonna sonora incorporata

Il progetto di Booktrack è di creare e-book dotati di video e audio in grado di accompagnare la lettura del testo con suggestioni multisensoriali. Secondo quanto detto dai suoi fondatori, il software (scaricabile per iPhone e iPad) è in grado di sincronizzare la velocità di riproduzione delle musiche con quella di lettura dell’utente.

Ad attirare l’attenzione, scrive TechCrunch,  il fatto che la start-up può vantare Peter Thiel tra i suoi investitori, ovvero uno dei primi a scomettere (denaro) su Paypal e Facebook. Seguiranno sviluppi.

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Che cosa manca agli e-reader?

Tutto in un paio di Nook

Wired elenca 5 motivi per cui i lettori di libri digitali non hanno già sostituito i cartacei. L’autore del pezzo, Abell, non un patito degli e-reader ma nemmeno uno sniffatore di carta, elenca le 5 mancanze, i 5 difetti (risolvibili e non) del nuovo medium.

1) Un libro non finito spinge il lettore a riprenderlo in mano e terminarlo. O lo affonda di senso di colpa. L’e-book no. Soluzione? Abell propone i pop-up che però renderebbero la lettura un inferno.

2) Con gli e-book svanisce l’effetto libreria-colma-di-libri-che-ho-letto, su cui c’è ben poco da fare.

3) “Permettere al lettore di sottolineare” non è abbastanza. Il vero lettore, sostiene Abell, vuole prendere nota dei suoi pensieri, appuntare ecc: cose che sui reader non si possono fare. È un difetto facilmente rimediabile, specie se confrontato col punto 2.

4) Gli e-book costano tanto, troppo in confronto ai cartacei. Ne abbiamo parlato molto su Gootenber: fa piacere che nemmeno Wired se ne capaciti. La questione sarebbe praticamente piuttosto risolvibile ma le lobby librarie sono mostri potenti. Sarà dura — soprattutto per loro, è questo il bello.

5) “Gli e-book non possono essere usati per il design d’interni” è l’ultimo punto, sintetizzato in modo piuttosto provocatorio. In realtà, spiega Abell, la propria libreria e i libri con cui le persone ci vedono dicono molto di noi. Gli e-book sono rinchiusi in grigie gabbie senza personalità: al massimo possiamo distinguere tra un tipo “da Kindle” e uno “da Nook”. Ad ogni modo il problema non è così grave, aggiungiamo noi: possiamo basare i nostri giudizi su altro.

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Il libro del futuro e i libri per cyborg

Su McSweeney’s, rivista letteraria fondata da Dave Eggers, Il futuro dei libri di James Warner, ottima cronostoria su come la tecnologia del futuro rivoluzionerà il concetto di libro, scrittore, editore e lettore. Uno scenario post-moderno che vede l’oggetto libro trasformarsi in un ultra mass-media, la comunità di lettori collaborare partecipativamente alla selezione e stesura delle storie — rendendo obsoleta la figura dell’editore come la conosciamo oggi — e l’autore mutare in un Tamagotchi nelle mani della comunità lettrice.

Oh, e nel 2070 saremo tutti cyborg. Un ottimo modo per guarire dal famigerato complesso di Gutenberg.

Leggi Come il libro del futuro sarà totalmente diverso da quello che hai in mano.

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Come volevasi dimostrare / 3: the e-book (stupid) dilemma

Da Slate.com

Qui su Gootenberg abbiamo speso molte parole sulla politica editoriale riguardo gli e-book attuata dalle major di carta e non (vedi Amazon). Oggi, della serie Come volevasi dimostrare, Slate tratta l’argomento con un articolo di Farhad Manjoo dal titolo piuttosto schietto: “Gli stupidi tentativi di Amazon e dei gruppi editoriali di proibire il prestito degli e-book”.

[Leggi La storia di un piccolo e-ditore italiano contro i gigantiDel perché non dovresti annusare la carta e pensare a cose più serie.]

***

Copertina del quarto numero di Eletric Literature

E, a proposito di schermi e lettura, un bel progetto USA: Eletric Literature, una rivista letteraria nata sul web disponibile in paperback (10$ a numero) o in formato epub/PDF (5 $). Ne parleremo presto, stay tuned.

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Un piccolo editore di e-book contro i giganti stanchi

È facile trattare la rivoluzione degli e-book cantando le lodi del settore destinato a cambiare il mercato editoriale per sempre. Un po’ più raro è trovare spiegazioni del comportamento spesso masochistico dei grandi gruppi editoriali: per esempio, perché un libro elettronico, che non ha costi legati alla carta, alla stampa e alla distribuzione, deve costare quanto uno tradizionale? E per quale motivo il mercato delle major preferisce il protocollo DRM (Digital Rights Management), fatto di file criptati e leggibili su un solo tipo di dispositivo a SRM, aperto e libero?
Sembra che la libertà tipica del web abbia abdicato, nell’editoria, ad altri precetti meno decifrabili. Kindle, il reader leader del mercato per ora non disponibile in Italia, legge solo libri acquistabili su Amazon, il suo stesso produttore.
La “colpa” è del DRM di Adobe, certo, ma anche dei grandi gruppi, molto proni alle lusinghe del sistema proprietario “chiuso” e confusi nell’affrontare il nuovo business (una recente indagine ha sollevato il sospetto-cartello).

In Italia però qualcosa si muove. Alessandro Bonino (blogger, creatore di Spinoza.it) e lo scrittore Paolo Nori hanno deciso di ribellarsi all’andazzo mainstream creando una casa editrice di e-book, Sugaman i cui principi fondamentali ricordano quelli della “e-reader Bill of Rights” stilata da Kobo e puntano verso la libertà di lettura. Innanzitutto le opere edite da Sugaman sono fruibili con qualsiasi device (iPod, Kindle, iPad…) e memorizzate direttamente nell’apparecchio (a differenza di Amazon con il suo Kindle). I titoli della Casa saranno scelti e adattati con cura. E avranno prezzi bassi, per spingere i potenziali lettori a “rischiare” l’acquisto di un e-book, che diventa così competitivo.

“Libri elettronici, senza limitazioni” recita il claim di Sugaman, editrice nata “dopo ore di discussione” tra i due fondatori, che sono riusciti a colpire subito nel segno, indicando a tutti la via “facile” al mercato. Nessuna chiusura a livello di software e l’affidamento ad un sito, BookRepublic.com, che dell’e-publishing senza vincoli ha fatto la sua fede (e fortuna).
Dopo Mondadori e Feltrinelli, entrate timidamente nel mercato abbracciando il protocollo chiuso, una piccola start up fa clamore, proponendo un’ottima opera prima (La matematica è scolpita nel granito di Nori) che subito raggiunge il successo commerciale, diventando in pochi giorni il libro italiano più acquistato nel sito.

Sugaman è un esperimento interessante perché prova l’esistenza di un mercato italiano di e-book, che però va ripensato dalle fondamenta per non rendere quello dei libri elettronici un campo ostile ai lettori forti, che non vogliono leggere se non senza vincoli. Altrimenti, perché abbandonare la carta?

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A che serve il Kindle, risponde Jeff Bezos

Jeff Bezos, fondatore di Amazon e padre del Kindle, risponde ai dubbi sulla necessità dell’esistenza dell’e-book reader. “Che farne di un Kindle in un mondo popolato di tablet a colori, vispi e in grado di fare sempre più cose?”, gli ha domandato Steven Levy di Wired Usa.
Ecco la sua risposta. Da vero signore, nevvero?

L’ultima volta che ho controllato, un paio di giorni fa, l’app per iPad più scaricata era Angry Birds – un gioco nel quale si lanciano uccellini addosso a maiali che poi scompaiono. Il numero uno sul Kindle è Stieg Larrson. È un pubblico differente. Stiamo puntando sulle persone che vogliono leggere.

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Sta arrivando Google Editions

Il mercato degli e-book continua a rinnovarsi, spostandosi e accomodandosi come cercasse la posizione ottimale per spiccare il volo. Oggi, racconta Mashable, una rivelazione fa pensare decisamente quanto il libro elettronico rappresenti il futuro e un business a cui nessuno vuol mancare.

Dopo Amazon e il suo Kindle store e l’iBook store di Apple, anche il terzo gigante della Rete, Google, sbarca nel settore, annunciando per la fine del 2010 il suo Google Editions. Un negozio di libri multimediale che funzionerà in modo totalmente differente dalla concorrenza citata: l’acquirente non sarà legato allo store Google bensì libero d’acquistare opere da qualsiasi altro sito, per poi effettuare il pagamento tramite account Google.

Una concezione totalmente diversa di store, distante dal concetto di negozio (rimediato da Apple e Amazon) come luogo concreto seppur virtuale in cui si accede per acquistare un bene. Sembra che la Big G voglia liquefare negozi e shopping, trasformando l’intero web in un enorme centro commerciale per i propri utenti-clienti.

Il logo di Google Editions

Non c’è quindi da stupirsi se il progetto Editions ha rubato a Google più tempo e lavoro del previsto: l’uscita, infatti, era stata annunciata per la scorsa estate, ma subì dei ritardi. Come spiega Scott Dougall, product managemente director di Google, “proprio per la complessità di questo progetto, non volevamo uscire con un qualcosa che non fosse assolutamente perfetto“.

Google si prepara ad invadere il mercato e-book e, dopo aver superato Apple nel campo degli smartphones con Android e aver rosicchiato il predominio del browser Firefox con Chrome, sappiamo che quando la grande G entra in un settore, quel settore cambia. Per sempre.

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dicembre 1, 2010 · 12:36 pm

Cosa vuol dire leggere su schermo

Prototipo di post-it, poi ritirato dal mercato

Il complesso di Gutenberg (c)

Non importa su quale superfice si leggano le parole, il processo che occhi e cervello devono compiere è lo stesso. Piccoli impulsi elettronici che vengono codificati, tutto qui. Papiro, carta, schermo: tutte sovrastrutture.

Chi ha provato a leggere su un Kindle, iPad o tablet simili (devices dotati di una tecnologia diversa da quella dei normali schermi da PC e adatti alla lettura di lunga durata) ha già provato quell’ebrezza strana, data dal non provare alcuna ebrezza. In pochi minuti, infatti, il rapporto, col medium elettronico si crea e si insolidisce, e l’utente beginner comincia a domandarsi dove sia “la differenza“, quel gap mostruoso tra cellulosa e luce su schermo di cui si parla tanto. Il motivo del disorientamento è il senso del fetish che circonda il processo di lettura e scrittura.

Questa perversione porta molte persone ad adorare il mezzo cartaceo al di là di ogni norma logica ed è conosciuta come “complesso di Gutenberg” (1). Che è una fantasia romantica – una delle ultime che il mondo ci riserva – e per questo crea simpatia e comprensione, ma anche un senso di leggera rabbia, prodotta dall’ascolto forzato e reiterato delle sirene del disfattismo dell’odoredellacarta (2), sempre più fastidiose, raramente poggiate su dati concreti.

Ci vorrà tempo, certo, ma a breve le generazioni più giovani e digitalmente alfabetizzate, complice anche il futuro calo dei prezzi degli e-reader, potranno vivere “su strada”, live, l’ebrezza della non ebrezza di cui parlavamo poche righe fa. Un po’ come salire su una giostra che tutti dipingono come pericolosa, mozzafiato e nauseante, e ritrovarsi invece in un Bruco Mela sgangherato che striscia placido tra i bambini festosi. Il senso di scampato pericolo sarà un forte shock e un’ottima cura per i soggetti caratterizzati da complesso di Gutenberg.

Leggere, una cosa animale

Dehaene e il sorriso di chi la sa lunga

Stanislas Dehaene, docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, è l’autore de I neuroni della lettura, opera in cui affronta la nascita e sviluppo del medium scrittura-lettura. Egli sostiene che l’invenzione dell’alfabeto siano troppo “recente” (5400 anni fa le prime forme di scrittura, 3800 anni fa l’alfabeto fonetico) per essere conseguenza di una mutazione del cervello umano. Come scrive Luca De Biase su nòva del Sole 24 Ore, “tutto è avvenuto per altre vie, più veloci”. Il passaggio all’alfabeto e la scrittura non può essere spiegato con Darwin, insomma.

Dehaene parte da un concetto piuttosto semplice:

Il nostro cervello non è una tabula rasa dove si accumulano costruzioni culturali; piuttosto è un organo fortemente strutturato che usa cose vecchie per farne di nuove. Per imparare nuove competenze ricicliamo i nostri antichi circuiti neurali di primati, nella misura in cui questi tollerano un minimo di cambiamento.

C’è quindi un qualcosa di primordiale nel leggere. D’altronde, l’evoluzione umana, come già detto, non ha portato la scrittura agli uomini sottoforma di mutazione mentale vincente. Il riciclo a cui lo studioso francese si riferisce, richiama elementi ancestrali del nostro DNA,  pre-esistenti e che sono stato rimediati (per rimanere in tema) generando l’inedito. Un pozzo profondo che inizia con Hemingway e sprofonda fino all’homo habilis.

Questo tipo di sapiente riutilizzo di risorse mentali (che potremmo definire “rinnovabili”) ha portato gli uomini dalle pitture rupestri di animali e scene di caccia simboli (parole) in grado di definirli. Ma è la causa-effetto dehaeniana a sconvolgere i nostri preconcetti: infatti lo studioso sostiene che è stata la scrittura a “domandare” al cervello umano di imparare a decodificare i messaggi testuali che fino allora erano trasmessi solo oralmente. Il cervello non ha potuto (per ragioni temporali e – forse – fisiche) evolversi fino a dare luce alla scrittura; quindi è stata la scrittura stessa ad evolversi seguendo il strettissimo filo dei vincoli mentali umani.

Quando l’hardware era di roccia

Ma anche gli strumenti stessi di lettura sono stati influenzati dalla nostra mente; non solo, si può dire che “si sono adattati alle precondizioni del cervello”. Ancora una volta, è la tecnologia che viaggia attorno all’uomo, creando se stessa su misura sapiens sapiens. Come un abito che calza a pennello, si è sviluppata in modo frenetico – un batter d’occhio se paragonato al tempo evoluzionistico umano -, migliorandosi e affinandosi sempre più (come abbiamo già visto qui).

Se fossimo in un laboratorio scientifico dominato dall’empirismo, potremmo dedurre che è molto probabile, se non certo, che la tecnologia della scrittura continuerà ad evolversi a ritmi forsennati, spinta ancor di più dal NOS informatico. L’idea dell’e-book ha solo pochi anni, per esempio, ma gli sono bastati per passare da nuovo fenomeno da baraccone del web a matura realtà, anche economica. Il presente sembra quindi dare ragione a Ivan Illich, che nel 1991 (ovvero un millennio fa, tecnologicamente parlando) faceva notare come il concetto di libro è solo uno dei tanti modi per intendere scrittura e lettura (3). Il medium utilizzato, quindi, è un personaggio secondario nella scena. Certo, la multimedialità dei new media modificherà il nostro rapporto con i testi, ma solo nella misura in cui avremo a disposizione video, foto, slideshow e audio, oltre alle parole; e quando gradiremo un testo, potremmo condividerlo e commentarlo in un click. Nessuna di queste implementazioni andrà ad intaccare il modo in cui l’occhio scansiona uno scritto e il cervello lo codifica.

Il procedimento è e rimarra quello che descrive Dehaene:

L’elaborazione del testo scritto comincia nell’occhio. Solo il centro della retina, chiamato fovea, possiede una risoluzione sufficientemente elevata per riconoscere i dettagli delle lettere. Dobbiamo quindi spostare il nostro sguardo sulla pagina per identificare, a ogni pausa dell’occhio, una parola o due. Scomposta in migliaia di frammenti dai neuroni della retina, la sequenza delle lettere deve essere ricostruita prima di venire riconosciuta. Il nostro sistema visivo ne estrae progressivamente il contenuto composto da grafemi, sillabe, prefssi, suffisi e radici di parole. Alla fine entrano in scena due grandi vie parallele di elaborazione dell’informazione: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette di convertire la sequenza di lettere in suoni del linguaggio (i fonemi), l’altra consente di accedere a un dizionario mentale dove è depositato il loro significato.

Per maggiori informazioni e approfondimenti, si consiglia il seguente video. Un evergreen.

note

(1) “Complesso di Gutenber” piace anche a me, si.

(2) Ne parleremo presto, MOLTO presto, dell’odoredellacarta. Stay tuned, we’ll be nasty.

(3) «La lettura libresca classica degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l’alfabeto», Ivan Illich, op. cit.

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