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Monopoli e Risiko per Ph.D. annoiati

Ehi, ciao. Non ci si vede da un po’ perché inizio giugno sono stato rapito dagli alieni e poi ho dovuto fare le carte per rientrare in Italia. Nel frattempo sono successe tante cose che salteremo a piè pari, giusto per parlare subito dei temi che contano. Per esempio, i giochi in scatola politici, delle sottospecie di Monopoli che parlano di razzismo, urbanismo e comunismo. Di seguito un breve estratto:

(…) Anche Lotta di Classe – che ebbe enorme successo anche in Europa, soprattutto in Italia dov’era distribuito da Mondadori – segue il modello del Monopoli ma i giocatori devono farsi strada di casella in casella tra le mille ingiustizie e soprusi del capitalismo e i mille doveri della lotta di classe – la quale, dopo aver perso miseramente al tavolo forse diventa allettante. Ha quindi una funzione diddattica: insegnare la natura oscura del capitale e preparare i giocatori a – per l’appunto – la lotta di classe. Ollman, intervistato recentemente da Cabinet, ha raccontato come la sua idea non fosse poi così originale, visto che la prima versione del Monopoli originale, realizzata da Elizabeth Magie, fosse animata da un forte spirito anti-capitalista. Il gioco doveva chiamarsi Landlord (padrone di casa) e in una versione del 1925 – prima della sua commercializzazione, avvenuta nel 1933 – conteneva un libretto d’iscrizioni piuttosto battagliero, in cui si potevano leggere frasi come «il Monopoly [sic] è stato progettato per mettere in luce tutto il male causato dalla proprietà privata».

 

(Il resto lo potete leggere su Studio)

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Droni, droni, droni

Sono tornato. Sì, sto bene.

Negli ultimi mesi mi sono appassionato ai droni militari e non, quei velivoli senza pilota che possono venire pilotati a distanza. Il tutto è sfociato in un articolo che trovate sul numero di Studio che in edicola e libreria in questi giorni (se non lo trovate, potete abbonarvi qui e ribellarvi al sistema con soli 30 euri all’anno). L’articolo si intitola “Ma i droni sognano civili elettrici?” e parla di come questi aggeggi stanno cambiando il concetto di guerra, le vite dei soldati e la diplomazia internazionale. È una storia lunga e niente spoiler.

Fine dello spot.

Quello che volevo dire è che per scrivere l’articolo ha letto parecchie cose che mi sono tenuto dentro per parecchi mesi e ora voglio condividere con il mondo, come sembra essere di obbligo in questo dannato interwebs. Di seguito una rassegna stampa sull’argomento. Baci.

  • “Ethics in robotics”, da International Review of Information Ethics, rivista dedicata all’etica e alla robotica (pdf) – link
  • Articolo per fanatici di robottoni e possibile loro rivolta in cui si parla di etica robotica (ne ho scritto anche qui) – link
  • Randy Rieland, “When Robot Got Morals”, Npr – link
  • Guglielmo Tamburrini, “Robot Ethics: A View from the Philosophy of Science” (pdf) – link
  • Intervista (video più trascrizione) a Peter Singer, autore del meraviglioso Wired for war (consigliato col cuore), realizzata da Big Think – link
  • Ronald C. Arkin, College of Computing, Georgia Tech, “An Ethical Basis for Autonomous System Deployment” (pdf): robot, esercito ed etica – link
  • Jane Mayer, “The Predator War”, The New Yorkerlink
  • “Can Unmanned Robots Follows the Laws of War”, Npr – link
  • Pir Zubair Shah, “My Drone War”, Foreign Policylink
  • Carina Chocano, “The Dilemma of Being a Cyborg”, The New York Times Magazinelink
  • Patrick Lin, “Drone-Ethics Briefing: What a Leading Robot Expert Told the CIA”, The Atlantic Monthlylink
  • P.W. Singer, “Military Robots and the Laws of War”, The New Atlantislink
  • Report on Operating Next-Generation Remotely Piloted Aircraft for Irregular Warfare (paper dell’Aeronautica Usa, pdf) – link
  • Gary Kamiya, “Hypnotized into an endless dirty war”, Salonlink
  • Farhad Manjoo, “I Love You, Killer Robots”, Slatelink

 

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Link di oggi: Buon carnevale

Solita rassegna stampa di fine settimana sul sito di Studio. C’è dentro un po’ di tutto: politica, cultura, economica, crisi e il ciccione di Megaupload. Ma la vera chicca della settimana – ma anche del mese – è questo saggio pubblicato sul sito del New Inquiry. Parla di Hello Kitty, della sua bocca e del linguaggio. Rara avis.

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I computer nei film

Vi siete mai chiesti perché nei film si vedono sempre software strani e mai visti, pieni di finestre che non né in stile Windows né Mac né Linux? Vi siete mai chiesti perché Hollywood preferisce creare programmi “finti” piuttosto di usare quelli realmente esistenti? Io sì, e il conterraneo Alessandro Romeo oggi me lo ha spiegato sul sito di Studio.

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È Natale, abbonati a Studio a un prezzo inaudito

Non avete ancora fatto i regali di Natale? Li avete fatti tutti ma vi siete dimenticati di farvelo per voi? Nessun problema, fino al 31 dicembre ci si può abbonare a Studio ad un prezzo speciale di 24 euro per un anno. Vuol dire 4 euro a numero, al posto dei 6 dell’edicola. Roba che neanche dal salumiere. Per farlo basta andare qui e compilare un allegro form. Poi non dite che non ve l’avevamo detto.

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Tweetjournalism /2

Giornalisti della Associated Press che scrivono quello che vedono prima su Twitter e poi sull’agenzia per cui lavorano. E l’AP, ovviamente, si incazza e prende provvedimenti. Breve vicenda che spiega una tendenza che sta prendendo piede e cambierà il mondo (ancora), su Studio.

Vedi anche Tweetjournalism /1

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Tweetjournalism

Sul sito di Studio, pensieri sparsi sul rapporto tra Twitter e il giornalismo. E sulla “sobria” ascesa dei tweet ai danni di Facebook.

Con i suoi 200 milioni di utenti, Twitter è una realtà minore, se paragonata a Facebook. Eppure è sempre più decisiva nel mondo professionistico e specializzato. Per dimostrarlo, il blog Monday Note ha preso ad esempio un articolo del Wall Street Journal dal un numero di “like” relativamente basso, specie per un post consultabile gratuitamente all’interno di un sito protetto da paywall. Eppure il pezzo aveva avuto un enorme successo di diffusione (140 mila indicizzazione su Google). Com’era stato possibile? Grazie a Twitter: l’articolo era stato twittato “appena” 392 volte ma, pare, nel mondo giusto e dagli utenti giusti.

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Link di oggi: l’inquietante progetto di Khrzhanovsky, gli screen saver e il ritorno di Mr. TechCrunch

Particolare del set di "Dau" (da GQ)

  • Michael Arrington, uscito da TechCrunch per via degli screzi con AOL, ritorna e prepara la sua vendetta.
    Bloomberg Businessweek 
  • La folle, inquietante e verissima storia di Dau, un progetto a metà tra il cinematografico e l’esperimento sociale di Ilya Khrzhanovsky, un registra che ha preso possesso di un paese ucraino e l’ha riempito di comparse (cavie?), obbligate a parlare e comportarsi come fossero nell’URSS di Stalin. Non si può dire Google, per esempio. Al suo posto, Pravda. E così via. Il pezzo della settimana.
    GQ
  • Un saggio sugli screensaver dei nostri computer.
    The Believer

Per una selezione più vasta e cicciona, sul sito di Studio pubblichiamo ogni sabato gli articoli migliori della settimana. Il the best di quella appena passata lo trovate qui.

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La rivista Studio e il giornalismo “lento”

Abbiamo scritto spesso di riviste da leggere su schermo e sfanculato gli adoratori della carta della serie “non ho mai letto su schermo ma sicuramente è una cosa satanica”. Il motivo è semplice: gli sniffatori di carta non mi stanno granché simpatici e i tablet sono il modo più semplice per gustarsi il giornalismo d’oltreoceano-e-manica senza svenarsi in edicola.

Il New Yorker costa 9,50 euri in Italia. Ne sono un lettore accanito della rivista ma l’unico numero che posseggo è quello di due settimane fa, sulla morte di bin Laden. Per il resto ho letto tutto dal sito (grazie Instapaper) e dall’app relativa (ottima, come di norma in casa Condé Nast), in cui un numero costa la metà del prezzo nostrano.

In generale ciò che il mondo invidia agli USA — tra le altre cose — sono le long stories tipiche del giornalismo americano: Harper’s, New Yorker, Atlantic (fino a qualche tempo fa) tra tutte. “Articoli” dilatati che diventano racconti senza dimenticare la cronaca. Prendere un fatto curioso o importante, zoomarlo all’inverosimile e spalmarlo su 20 pagine di rivista. Un’arte che David Remnick, direttore del magazine newyorkese, ha definito “slow journalism”.

La buona notizia che anche noi Italiani stiamo cercando di fare qualcosa al riguardo. Studio è una rivista bimestrale di cui è attualmente in edicola il secondo numero. È un piccolo gioiello editoriale molto curato nei contenuti, nella grafica e nelle foto, in cui si respira il dolce scrivere bene d’ispirazione New Yorker e lo slow journalism made in Italy — pur in versione embrionale, ma c’è tempo — prende strade interessanti. Certo, manca la long story da 20 e passa pagine, ma chissà.

Copertina del secondo numero di Studio

In compenso, tra servizi, interviste e corsivi strepitosi, c’è una bella chiacchierata di Francesco Pacifico con Lorin Stein, neo-direttore della Paris Review. L’intervista — è evidente — si basa sui consigli che la storica rivista darebbe ad una sua neonata emule italiana: le risposte di Stein distruggono anni di fighettaggine letteraria per afferrare a piene mani la ciccia del discorso:

Con una rivista letteraria la cosa che mi interessa è: a cosa serve? Per quanta gente è? Si merità di esistere? (…) Ma se non ti poni la domanda allora stai prestando poca attenzione alla cosa: io credo che ci sia quest’idea che la letteratura sia una cosa buona. Ma a me non pare una posizione sensata. (…) Quando lavori per una rivista letteraria secondo me devi davvero chiederti: ci stiamo pagando l’affitto? Stiamo giustificando la nsotra esistenza? E cosa significa giustificare la nostra esistenza? Quanta gente dobbiamo raggiungere? E la gente, la legge veramente la rivista?

Per concludere con una massima da ricordarsi ben bene:

Dobbiamo andare da una condizione di totale certezza e una di incertezza radicale.

Studio è una rivista ottima a cui Gootenberg augura buona fortuna. E aggiunge che gli ricorda — non capisce come, forse per la cura certosina che traspira dalla (bella) carta del giornale — il Diario del periodo bimestrale, anche se rimangono due prodotti diversissimi.

***

Giudizio finale: 6 euri spesi più che bene.

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YouPorn sa cosa hai fatto

BrowserLeaks

Avete presente quando navigando sul web capitate in una pagina e trovate un link che avete già visitato? Normalmente, presenta un colore diverso, per distinguerlo dagli altri. Ebbene, stando ad uno studio (PDF) fatto da un team di ricercatori dell’Università di San Diego, quella piccola particolarità del sito rappresenta una “falla” nel browser, che permette ad agenti esterni di penetrarlo, rubando informazioni private dell’utente.

La ricerca ha interessato 50.000 tra i più popolari siti internet del mondo, dei quali 485 sono stati dichiarati “affetti” da questo bug maligno.  Fra questi, 63 siti usavano il bug per leggere e copiare i dati degli utenti, mentre altri 46 li utilizzavano per dirottare le informazioni, soprattutto a fini pubblicitari o per scoprire quali siti concorrenti aveva visitato l’ignaro utente, scrive la BBC. Alcuni esempi di siti ladruncoli? YouPorn, PerezHitlton, Morningstar e PixMac.

Da FlowingData.com

Il baco

Ma come funzione precisamente questo bug? Lo spiega Switched.com:

Il bug estrae informazioni sulla navigazione attraverso un meccanismo di cambiamento cromatico che molti browser usano per “segnare” siti che hai già visitato. Uno script su YouPorn, per esempio, sfrutterebbe la “falla” nella privacy per controllare quali altri link a siti porno sono diventati viola (cosa che succede quando sono stati cliccati e visitati in precedenza). “Il nostro studio dimostra come le più famose applicazioni web 2.0 come i mashup, gli aggregatori e le pubblicità sofisticate sono diffuse con varie brecce per quanto riguarda la privacy,” scrivono i ricercatori.

Chi naviga con browser come Chrome o Safari, comunque, è al sicuro; mentre Firefox è stato esposto al rischio fino all’ultimo update e Internet Explorer è ancora vulnerabile, anche se può essere protetto, scrive Forbes, attivando InPrivate Browsing.

E se proprio volete vedere in cosa consistono queste “perdite” del browser, i ricercatori californiani hanno creato questo sito, il cui nome dice tutto: What the Internet knows about you.

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