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Fare soldi con i meme

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Sul sito di Studio, un viaggio sugli impresari dei meme, quelli che fanno da manager per Nyan Cat, Scumbag Steve & Co., facendo affari con le multinazionali.

(…) Nati come divertimento spontaneo in seno a una sottocultura di nicchia, oggi i meme sono di tutti e per tutti. E sono diventati una miniera d’oro. Nyan Cat – un gatto psichedelico tra i più virali del web – non è solo “famoso in rete”: è una vera star, online e offline. E come tutte le star potrebbe cominciare a chiedere cachet pesantucci e ad assumere un manager. Sta già succedendo: Ben Lashesè un musicista di Portland, in Oregon, che ha cominciato a “curare” i diritti e lo sfruttamento dell’immagine di alcuni tra queste “star” come il già citato Nyan Cat, Keyboard Cat (un gattino vestito d’azzurro intento a suonare una pianola) e Scumbag Steve (un ragazzo dall’espressione scazzata diventato simbolo di qualsiasi comportamento scorretto o pigro). In circa due anni, come racconta David Sax su Bloomberg Businessweek, Lashes ha dato in licenza questi prodotti ad aziende come Nike, Nokia e Lipton, che li hanno utilizzati per promozione e pubblicità. Insieme a Chris Torres, il creatore di Nyan Cat, ha anche firmato un accordo con l’azienda produttrice dei pupazzi Hello Kitty per sfruttare il buffo gattino a fini commerciali.

(Continua su RivistaStudio.com)

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Agricoltura in crisi su Farmville

Come aveva già segnalato Businessweek qualche mese fa, Zynga, la società di social gaming che ha creato Famville, Mafia Wars ecc., ha un sistema di business bizzarro. I suoi giochi sono gratuiti e il grosso dei proventi derivano da prodotti e servizi digitali ‘speciali’, che gli utenti acquistano per velocizzare e migliorare le giocate.

Stando a un ex dipendente dell’azienda, intervistato dal settimanale statunitense, però, meno del 10% degli utenti Zynga pagano per tali prodotti. E l’uno percento dei loro utenti (l’1%!) è responsabile di un quarto o addirittura della metà dei guadagni della società.

Raccolto magro

Un business model piuttosto gracile, che ha costretto da tempo la società a inseguire gli utenti paganti (detti Whales, “balene”) a spendere sempre di più. Una caccia alla balena che non deve aver avuto un grande successo, stando al report pubblicato da Gamasutra, che segnala un crollo dei profitti di Zynga pari al 95% rispetto all’anno precedente. Da 27,2 milioni di dollari a 1,3. Una batosta.

Spulciando i dati con Betable, si può intuire l’entità del disastro: tutti i settori societari sono in crisi. La vendita pubblicitaria è scesa del 4% rispetto al trimestre precedente e anche gli utenti attivi quotidiani danno un bel mal di pancia, essendo calati della stessa percentuale, da 62 a 59 milioni.

"Bye bye, Zynga" da Betable.com

Che succede, Zynga? Il modello aziendale è sbagliato e va cambiato al più presto o il problema è strutturale, ovvero l‘effetto-pecorella non dà più l’effetto di un tempo?

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Meno app e più business, please

Per uscire dalla crisi è necessaria l’innovazione. Malgrando la Sylicon Valley, la Mecca dell’hitech occidentale, gli USA hanno molti problemi ad aprire nuove strade e uscire dal fango dei subprime. La green technology potrebbe certamente servire allo scopo: è innovativa, può creare migliaia di nuovi posti di lavoro e può dare una scossa all’economia rispettando l’ambiente. Eppure l’industria verde latita; le grandi aziende, colpite dalla crisi, smettono gli investimenti “verdi” e il circolo vizioso è servito. L’innovazione risulta un peso in tempi di tagli e cinghie strette.

Jijar Shah, “blogger expert” di Fast Company, ha scritto in un suo articolo che una delle cause di questo disastro è la mancanza di menti giovani e fresche nel mercato. “Quando si hanno infrastrutture decadenti e obsolete — spiega –, è impossibile avere crescita”. In altri tempi (nel post-1929 o anche durante la crisi petrolifera degli anni Settanta) gli Stati Uniti hanno saputo reagire e dare nuove fondamenta all’economia disastrata. Durante la citata crisi petrolifera, gli USA seppero investire in energie alternative e impianti eco d’avanguardia, dimostrando di credere nel sogno americano. A crisi rientrata, però, il petrolio tornò competitivo e tutto evaporò. Ma comunque, sostiene Shah, il tentativo c’era stato — solo “abbia perso la motivazione di portare nel mercato quelle tecnologie”.

Angry Birds ci distrae dalle cose serie?

E oggi? Qualcosa si muove, certo, ma la svolta è lontana. E non perché mancano talenti, geni e precursori: il problema è che sono distratti da altro, scrive Shah. Per esempio, dall’AppStore di Apple.

Gli imprenditori più geniali del nostro tempo stanno facendo app per iPhone invece di creare importanti modelli di mercato per innovare le infrastrutture. Peter Vesterbacka (capo sviluppatore di Angry Birds, che, vero, è una società filandese ma il problema è uguale dappertutto) e il suo team sono stati geniali per avere creato un’app che a volte raggiunge il milione di download giornalieri. Ora, immaginiamo di riuscire a convincere anche una piccola percentuale di questi ragazzi-prodigio a pensare a nuovi modelli energetici efficenti o di produttività agricola.

L’analisi di Fast Company è interessante ma non tiene conto del mercato. Certo, denuncia la disparità di trattamento tra le industrie energetiche “sporche” e quelle “pulite” (le prime sono favorite) ma non spiega come le green tech possono diventare competitive.

Nel Time di questa settimana Bryan Walsh lo fa per lui, scrivendo dei recenti esperimenti della General Electric, la maggiore compagnia energetica americana, nel campo del solare. Già ad aprile la GE ha annunciato la creazione di un pannello solare dal tasso d’efficienza record. Il nuovo prodotto, che dal 2013 sarà costruito negli USA (creando circa 1000 nuovi posti di lavoro) è in grado di offrire una performance inedita, aprendo alla GE il business del solare, dopo il boom di quello eolico (di circa 6 miliardi annui). È una buona notizia? Sì, nonostante la retorica green in favore del piccolo e locale. Come spiega l’autore, il successo del colosso energetico è il successo di tutti:

I verdi dovrebbero sperare nel successo della General Electric. Se vogliono che il solare vinca, devono accettare che il player più grande entri nel gioco.

Un colosso come la GE, che punta ad essere competitiva anche contro società cinesi come Suntech Power e Trina Solar (che offrono prodotti a prezzi irrisori), può dare una forte spinta al mercato, convincendo magari qualche genio ad entrare nel mercato del futuro e lasciare le app ad altri.

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