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Monopoli e Risiko per Ph.D. annoiati

Ehi, ciao. Non ci si vede da un po’ perché inizio giugno sono stato rapito dagli alieni e poi ho dovuto fare le carte per rientrare in Italia. Nel frattempo sono successe tante cose che salteremo a piè pari, giusto per parlare subito dei temi che contano. Per esempio, i giochi in scatola politici, delle sottospecie di Monopoli che parlano di razzismo, urbanismo e comunismo. Di seguito un breve estratto:

(…) Anche Lotta di Classe – che ebbe enorme successo anche in Europa, soprattutto in Italia dov’era distribuito da Mondadori – segue il modello del Monopoli ma i giocatori devono farsi strada di casella in casella tra le mille ingiustizie e soprusi del capitalismo e i mille doveri della lotta di classe – la quale, dopo aver perso miseramente al tavolo forse diventa allettante. Ha quindi una funzione diddattica: insegnare la natura oscura del capitale e preparare i giocatori a – per l’appunto – la lotta di classe. Ollman, intervistato recentemente da Cabinet, ha raccontato come la sua idea non fosse poi così originale, visto che la prima versione del Monopoli originale, realizzata da Elizabeth Magie, fosse animata da un forte spirito anti-capitalista. Il gioco doveva chiamarsi Landlord (padrone di casa) e in una versione del 1925 – prima della sua commercializzazione, avvenuta nel 1933 – conteneva un libretto d’iscrizioni piuttosto battagliero, in cui si potevano leggere frasi come «il Monopoly [sic] è stato progettato per mettere in luce tutto il male causato dalla proprietà privata».

 

(Il resto lo potete leggere su Studio)

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Early & Often

Sul numero di Studio in edicola abbiamo parlato di come i siti dei maggiori magazine americani stiano ampliando la loro offerta digitale con vari blog tematici, facendo anche un sacco di soldi. Ultimo capitolo della saga: il settimanale New York inaugura oggi “Early & Often“, blog sulla politica a stelle e strisce. Ci son dentro nomi grossi ed è da tenere d’occhio anzichenò.

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Parlare alla ggente, by Mr. Fish

Il genio della matita di Harper’s sulla comunicazione politica d’oggi. Tea Party (e Lega Nord) nel cuore.

Servire il popolo.

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La propaganda bellica nei manifesti, ieri e oggi

In occasione del 90esimo anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese, Foreign Policy fa questa bella photogallery sul maoismo e quel che gli gira attorno. Per uno sguardo sull’arte della propaganda, ecco una selezione dalla gallery di Owni.

Nord Corea vs USA

I computer? Li hanno inventati i nordcoreani, dicono i nordcoreani

L'URSS contro il Capitalismo

L'URSS sfida il mondo intero a chi ce li ha più lunghi

I bambini cinesi: "Noi amiamo la scienza"

Cina, rispetto e amore per la Maestra

Gli USA: "Smettila di fare domande!"

Modestia a parte

Gli uomini al fronte, le donne entrano nel mondo del lavoro. Wow.

Usa, "Arsenale di democrazia"

Darth Vader? No, un soldato giapponese

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Dagospia: la tragedia perfetta

Dago con il Potere

L’uomo

Il miglior pezzo sul caso Dagospia di questi giorni (il sito di pseudo-gossip è citato in alcune intercettazioni non lodevoli del caso Bisignani-P4) lo pubblica il sito di Studio, la rivista italiana del momento. A firma di Alberto Piccinini, penna del manifesto, è un bella biografia di Roberto D’Agostino, da Arbore al posto in banca passando per Cossiga e una (passata) infatuazione per Silvio Berlusconi.

Ne esce un personaggio-vittima di un sistema. E non in senso buono: Dago ha fatto del “sistema” la sua raison d’etre, essendone alternativamente megafono e nemico, in un tango spastico che ben riassume la caratura del personaggio. Pregi e difetti si mescolano nella sua figura, creando un qualcosa di nuovo e inestricabile: Dago è la romanità fatta persona, gode dei sotterfugi del Palazzo rendendo le sue spifferate quasi una serenata d’amore nei loro confronti, più che una presa di distanza. In questa dualità c’è forse il lato migliore dell’uomo (e del suo sito): la paraculaggine che diventa virtù, nel nome de “il più pulito c’ha la rogna”, titolo frequente dei pezzi retroscenisti di Dagospia.
Almeno, vien da dire, non gioca a fare il moralista. Ha deciso di scrivere del torbido e lì ci sguazza. Felice. O quasi: cafonal, verrebbe da dire citandolo. Il cafonal è il suo ambiente: non lo ha creato lui (vorrebbe) ma è stato lui a dargli un nome e un Pinturicchio (Umberto Pizzi), le cui foto devono fargli ridere all’impazzata.

In quei fotogrammi c’è tutto: il potere mangione, pantagruelico, gli attovagliamenti (preludi a inciuci e inevitabili pussi-pussi). Lì c’è il suo mondo, il suo habitat. Pubblicare quelle foto (orribili e mai divertenti, nemmeno per sbaglio) serve a dimostrare la teoria-Dagospia, una sorta di dietrologia che incontra la gastronomia e non disdegna la fica. L’Italia, per molti versi. Ma anche no.

Io ho imparato una cosa: il potere non è quello che si vede.

Chi parla di poteri occulti, nascosti, di solito sbraita allo scandalo e si concede alla paranoia. Dago no. Dago sorride. Perché, anche se non si vede, il potere “nascosto” si fa comunque sentire. Se sei bravo, di notte ti sistema le coperte.

Non sappiamo se Roberto D’Agostino fosse davvero il burattino di Bisignani e la fantomatica P4. Ci permettiamo di dubitarlo: non si diventa agente dell’OVRA gridandolo ai quattro venti. Per un lobbista, Dago è un diversivo, un canale di informazioni ghiotto, affamatissimo e ascoltato. Un buco nel quale rilasciare messaggi cifrati, certi che il guru del gossip politico italico li pubblicherà.

Cossiga, confessò lo stesso Dago, gli dettava pezzi incredibili, retroscena segreti che lui nemmeno capiva. Problemi? Zero. E quando Sabelli Fioretti gli domanda: “Temi mai di essere strumentalizzato?”, il nostro, felicemente cafonal, risponde: “Sempre”.

Eccola, la vittima conseziente del sistema. Un sistema che forse c’è, magari no, comunque daje.

Le idee

Una tale scorza morale non nasce senza una forte filosofia politica. Al di là del recente trip mistico che lo ha coperto di tatuaggi, barbette e ammennicoli vari, Dago è fedele a una delle dee romane più potenti: la dea del cafonal, Barbara Palombelli.

Sono affetto da palombellismo. E’ la mia ideologia politica, il cinismo romano (perché escludere, quando si può aggiungere?), l’andreottismo letta-letta (tra destra e sinistra, meglio il centro-tavola), la convinzione che qualsiasi problema si può risolvere attovagliati al Bolognese. Quello che oggi è tragedia, domani è farsa. Meglio evitare prese di posizione all’ultimo sangue.

Ricordo il D’Agostino in una puntata di Porta a porta (il noto “centro-tavola” della TV italiana) di un anno fa. Si sbraitava tra nordisti e sudisti e il Nostro, d’un tratto, si levò dalla poltroncina chiara per gridare contro il refrain Roma ladrona, spiegando che i veri ladri – chi aveva rovinato il Paese – stavano al nord, a Milano. Le banche, la finanza ecc. Al di là delle reminescenza da tardo Alfonso Luigi Marra, ciò può anche essere vero. Ma è difficile accettare opinioni da Mr. “Quello che oggi è tragedia, domani è farsa”, anche perché – questo Dago non lo dice – se domani è farsa, dopodomani è debito pubblico.

Roberto D’Agostino è fatto a forma di inciucio. In questo senso è l’alfiere della peggiore romanità, distantissimo dalla politica come ideali ma aderente ai politici come uomini di Potere. Lo ha confessato lui stesso: “Meglio evitare prese di posizioni”, meglio non impuntarsi. Meglio farsi fabbri e modellare il paraculismo finché non assomiglia a qualcosa di lodevole.

Roberto D’Agostino è quindi un personaggio tragico, un narcisista con l’overdrive e le valvole saturate. Tende da sempre all’infinito e si ritrova sempre in via del Plebiscito. Ha provato facendo il disk jockey, inventandosi “lookologo” per Renzo Arbore e Gola Profonda per Cossiga e i suoi fantasmi. Ha creato un suo mondo distorto e lo ha chiamato “potere”. (Come, non lo vedete? Oh bella, è perché non si vede.) Ma niente, siamo ancora lì, siamo alle zie canute che sparlano della nuova portinaia di Via dei Cipressi. È la via Merulana del Gadda stuprata, dissanguata da ogni vitalità e diversità, costretta a recitare il cliché del Romano-che-sa-come-funzionano-le-cose-qui-a-Roma, quando in realtà è un goffo agente segreto co.co.co.

La chiusa dell’articolo di Piccinini è particolarmente saggia al riguardo. Lasciamolo fare:

Cosa rivela la P4 se non la stessa sindrome Matrix che accompagna la storia di questo paese almeno dal dopoguerra? Di questa sindrome, di certo, D’Agostino non è responsabile. Nutrire l’ego e il narcisismo di chi si sente un po’ più fico perché grazie a Dagospia conosce “il retroscena” è invece un effetto da non sottovalutare. Altro è capire se poi questo retroscena è un altra messainscena, o cosa.

E’ D’Agostino un raffinato furbone? Un perfido anarchico? La pedina di un gioco più grande di lui? E’ tutte e tre le cose insieme?

Qui su Gootenberg si pensa che il ruolo di Roberto D’Agostino all’interno della vicenda finirà per sgonfiarsi. Ha ricevuto qualche chiamata, presenziato a qualche attovagliamento e trascritto qualche velina. Ordinaria amministrazione per un pallombelista hardcore. Lo scenario si confermerà come tragico. Decadente, la metastasi rimarrà tale, forse per l’eternità. E Roberto potrà guardarsi indietro, osservare il Colosseo ancora in piedi, eterno Continuerà a credersi voce e anti-voce del Sistema e a sghignazzare dei cafonal. “Chi l’avrebbe mai detto che sprofondare nella merda fosse così spassoso?” si chiederà attovagliato.

E, chissà, magari ci scappa un tatuaggio nuovo.

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La nuova copertina dell’Economist su Berlusconi

Still unfit to lead Italy

Quattordici (14) pagine sull’Italia di Berlusconi. La scorsa settimana lo stesso spazio era dedicato all’Australia, descritta come the next golden state. A noi va un po’ peggio. Dopo il Basta Bunga Bunga del New Yorker, ecco un’altra batosta mediatica internazionale (l’ennesima — non è una novità) per Berlusconi. E tutti noi.

Qui il corsivo che accompagna il report; qui invece una sua parte, con mappe e grafici.

update

Stefano Menichini su Twitter nota che il Corriere della Sera ha edulcorato il titolo: “screwed non vuol dire ‘fregato'”, precisa. Vuol dire proprio “fottuto”. Rende meglio l’idea.

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L’illusione del web

Il saggio Giuseppe Prezzolini diceva che il conservatorismo era il giusto freno alle illusioni umane. Il Web, in quanto mezzo nuovo, rivoluzionario e potentissimo, ha alimentato in questi ultimi anni un’impressionante sequela di utopie e visioni future totalmente errate, basate su due assunti piuttosto bizzarri e inevitabilmente instabili:

  • tutto andrà per il meglio;
  • la visione democratica e libera d’Internet avrà il sopravvento (o limiterà) quella autoritaria à la cinese.

Non è un caso che a far squillare la sveglia e ridestare dal torpore storico l’Occidente, ci pensi l’Economist, faro luminoso per il conservatorismo illuminato mondiale, con un articolo pesante ma essenziale. Il pezzo prende lo spunto da The Net Delusion (acquistabile qui su Amazon.co.uk), ultima opera di Evgeny Morozov, esperto del rapporto tra Rete e politica, ma subito spicca il volo, demolendo con metodo certosino il cielo di cartapesta che troppi prendono per vero: quello basato sull’equivalenza Internet – Democrazia.

La realtà è ben diversa, ovviamente. Ma questa illusione dev’essere molto radicata, per non cedere sotto il peso delle notizie provenienti da Cina, Iran, Corea del Nord e altri paesi dove la Rete è stata declinata in chiave dittatoriale in modo veloce e funzionante. La grande muraglia di fuoco cinese è un sofisticato sistema messo in atto dal regime locale per “difenedere” il web da tutti quegli agenti (endogeni e esogeni) che potrebbero rendere Internet libero. Funziona.

Ma la potenze di Internet sta anche nella sua vastità, che crea innumerevoli vie di fuga e spiragli che possono portare alla libertà. Succede, per esempio, in Iran, dove le mire liberticide di Ahmadinejad devono spesso fare i conti con la Rete.

Come ricorda Morozov, Internet rimane comunque un mass media: come la televisione, la stampa e la radio. Regimi che sono stati in grado di controllarli in precedenza non avranno grosse difficoltà a fare lo stesso col Web. Morozov propone il cyber-realismo, una nuova corrente di pensiero che si contrapponga a quella che in Occidente sembra andare per la maggiore: il cyber-utopismo. Ma si spinge anche più in là, portando la discussione in un punto inedito e di sicuro molto controverso: Internet ha anche un effetto collaterale, che molti prosumer non prevedono. Chiamiamolo effetto “panem et circenses“:

Internet ha reso il materiale d’intrattenimento così poco costoso e facile da procurarsi per le persone che vivono sotto un regime autoritario, che è diventato molto più difficile farle interessare alla politica.

Ai dittatori il web, sotto sotto, piace. Una volta riuscito a “chiuderlo”, creando una sorta di walled garden delle dimensioni di una nazione intera, la Rete può essere loro molto utile. Basta osservare Hugo Chavez, che da un lato si serve di Twitter a scopi propagandistici e dall’altro è pronto a definire “atto terroristico” qualsiai tweet contro il suo regime. Il recente caso di #freevenezuela è un chiarissimo esempio di questa doppia agenda, confusa ma lucida, che Chavez e altri leader autoritari stanno attuando.

Confusa perché, essendo Internet un fenomeno perennemente in fieri, è difficile reagirgli (difficile, non impossibile); lucida perché l’obiettivo è chiaro: rendere innocuo Internet. In Cina ci sono già riusciti, arruolando un cyberesercito di blogger pro-regime e di “controllori del web”; il tutto far perdere terreno al settore economico-finanziario, che d’altronde si basa sulla Rete.

The Net Delusion è certamente un’opera che farà discutere: c’è chi, ubriaco di illusioni, vi legge solo pessimismo e sete d’apocalisse. Pazienza. Il realismo, specie quando scuote le nuvole facendoci ripiombare coi piedi per terra, non piace. Disturba. E Morozov sembra davvero godere a disturbare il pubblico dei benpensanti. Il libro, con capitoli dai titoli come “Why the KGB wants you to join Facebook” e “Why Kierkegaard Hates Slacktivism”, crea scalpore ma non fine a se stesso.

Morozov, tra una provocazione e l’altra, fa comunque pensare, grazie all’idea che muove il suo libro. E avverte l’Occidente del pericolo rappresentato dallo strillare urbi et orbi quanto la Rete sia utile per la libertà dell’uomo. Gridandolo a tutto il mondo, dice, ci siamo fatti sentire anche dai tiranni che magari non se ne erano ancora accorti:

Appoggiando Twitter, Facebook e Google in quanto strumenti pro-democratici, il governo Americano ne ha compromesso la neutralità e incorragiato i regimi autoritari a trattarli come agenti politici esterni.

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