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Innovation Issue

Il New York Times Magazine di questa settimana, in uscita domenica, è tutto dedicato all’innovazione e ha quattro copertine diverse, per cui sono stati creati dei nuovi loghi per la testata, in modo da produrre quattro copertine totalmente diverse le une dalle altre, e dalle precedenti.

Delle otto “finaliste” le quattro vincitrici sono molto diverse tra loro, le potete vedere di seguito.

Ogni copertina è ispirata a una delle 32 innovazioni che nel futuro ci cambieranno la vita: 32 invenzioni dai gattini-robot all’alcol anti-sbronza che potete leggere quiQui invece l’art department del giornale spiega l’origine dell’innovation issue, e com’è stato progettato.

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L’avete letto l’ultimo numero di Inspire?

Al Qaeda, l’organizzazione terroristica fondata Osama bin Laden, ha un magazine online con cui diffonde i suoi folli ideali. Ne abbiamo parlato oggi sul sito di Studio, visto che è da poco uscito il nuovo numero (dove c’è anche un LOL). Trovate tutto qui.

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Rotocalchi su schermo

The Verge è un fantastico sito di news su internet e la tecnologia che ha aperto poche settimane fa. Ecco alcune letture scelte per chi non lo conoscesse e volesse soprattutto gustarsi la sua (rivoluzionaria) grafica: un bell’articolo su KickStarter pieno di multimedia; un pezzo sulla Timeline di Facebook; una storia per immagini dell’iOS di Apple.

Un sito che a mio avviso, insieme ad altri esperimenti solo online, sta secondo rivoluzionando la grafica per le news sulla rete.  Prendiamo The Morning News, magazine culturale, che come The Verge ha modificato la struttura delle proprie pagine web mettendo il flusso di testo al centro della pagina, a dimensioni maggiori, e corredandolo di testi, immagini e video. Il risultato finale è simile a quello che si prova sfogliando una tradizionale rivista cartacea: le parole che si uniscono alle foto, per non appesantire il tutto.

Anche internet sta subendo la stessa innovazione grafica che ha interessato a suo tempo la stampa. All’inizio era il regno del piombo: parole strette e sole, con qualche saltuaria immagine a corredarle; poi le innovazioni tecnologiche hanno permesso di aggiungere materiale alle pagine, ravvivandole e migliorandole. The Verge e Morning News sono tra i maggiori rappresentanti di questa svolta che – a mio avviso – sta interessando l’editoria online e credo influenzerà sempre più testate digitali che, essendo tali, devono puntare alla massima qualità di lettura per l’utente. Non è più tempo per colonnine di testo con qualche foto sparsa come intermezzo, dato che lo schermo permette la fusione tra media diversi. Ne vedremo delle belle.

(Il progetto grafico per The Verge è firmato Code and Theory, studio che ha lavorato anche per The Daily Beast – e si vede -, Dr. Pepper e Vogue. Mica cotica.)

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Come sono cambiati i magazine per iPad?

© Reuters (dall'Atlantic Wire)

L’ottimo Adam Clark Estes dell’Atlantic Wire ha scritto la storia di come le edizioni per iPad dei magazine si sono evolute e si stanno evolvendo). Dall’enriched PDF di Zinio a quelle cose spettacolarmente complicate à la Condé Nast. Pezzo che tira le fila di un discorso che portiamo avanti da parecchio.

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“Every minute, every hour”

Il magazine del New York Times, in uscita domani, sembra promettere un gran bene, a giudicare dalla copertina. C’è il reportage dalla Libia, a cui è dedicata, e – tra le altre cose – un pezzo sulla lunga vita delle soap opera che sembra interessante.

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Sembra ieri, sembra un secolo fa

Il New York Magazine e il decimo anniversario del 9/11. Un’enciclopedia su quel tragico giorno e le sue conseguenze. E un numero speciale dalla rivista della città ferita dieci anni fa.

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Bella foto

Non c’entra niente ma ecco la copertina del New York Times Magazine di questa settimana. Qui l’articolo di riferimento.

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Dentro una scatola

Unapp giornalistica

Nessuno vorrebbe leggere un giornale dentro una gabbia. Eppure è proprio quello che molti giornali vorrebbero costringerci a fare tramite le news app, di cui abbiamo parlato in varie occasioni. Le app sono l’antitesi della filosofia Internet: luoghi chiusi, freddi e rigidi, in cui è difficile rimanere per qualche minuto senza rimpiangere il buon vecchio www.

Succede anche con le strutture progettate con più cura. Per esempio, l’app di Slate è ottima, così come quella dell’Huffington Post: peccato siano inutili, semplici restyling per tablet dei siti originali. Non offrono nulla di diverso o in più del sito originale.

Immaginate un giornale on line qualsiasi, italiano o straniero: Lettera43, The Daily Beast, il Post, Owni.eu, Gawker. Cosa dovrebbe spingere l’utente a visitarli tramite l’app relativa, evitando il loro sito web? Sono tutti siti ben visualizzabili su tablet, con pochi elementi in flash. Perché quindi snobbare le vecchie URL accedendo ad app lente e claustrofobiche? Perchè prediligere dei piccoli walled garden all’interno del già maestoso walled garden made in Apple?

Ragioni di mercato, ovviamente. Le tablet sono ideali per leggere e scrivere e i giornali on line corrono all’impazzata ad accappararsi nuovi clienti (o a fidelizzare quelli vecchi), non proponendo un prodotto diverso, bensì proponendosi in modo diverso. E il fresco possessore di iPad ci casca: si scarica subito le app dei suoi giornali preferiti per poi continuare a leggerli tramite browser, “come si faceva una volta, ricordi?”

Tale discorso non vale invece per i giornali cartacei, che bene fanno a proporsi in versione digitale, promuovendo abbonamenti a prezzo ridotto (si risparmia su carta, stampa e distribuzione) e con maggiori possibilità di conquistare nuovi lettori — l’effetto curiosità unito al dilemma “e adesso che ci faccio con ‘sto iCoso? Leggiamoci il giornale, va’”.

Cosa rende seducenti i tablet agli occhi dei giornalisti? Il loro carattere mobile, ovviamente, ma anche la possibilità di leggere su schermo senza farsi evaporare gli occhi. Due particolarità in cui, nell’ordine, le news app falliscono e non sono necessarie.

Partiamo dal mobile. Pochissime app sono dotate di una buona funzione di condivisione — l’ormai mitologico tasto share — e molte di loro, specie nelle loro prime versioni, ne erano addirittura prive. Ciò è stupefacente perché non c’è new media senza componente social. Il fatto che molti specialisti del settore abbiano sottovalutato la possibilità di far condividere le informazioni al proprio pubblico è sintomo di una miopia preoccupante.
Il lettore, a quel punto, chiudeva l’applicazione, apriva un browser e cercava l’articolo sul web, per condividerlo. Trés old style.

Ma gli articoli lunghi almeno, direte voi, sono ideali per la lettura su tablet?

Mmm.
Ni.

SI nel senso che lo schermo di un tablet permette piacevoli letture medio-lunghe, rendendo finalmente possibile leggere gli articoli lunghi del New Yorker senza ritrovarsi con gli occhi rossi che neanche al SunSplash.

Ma anche NO perché in tutto questo fiorire di letture su schermo, le newsapp non c’entrano niente.
Prendiamo come esempio Slate: spesso pubblica articoli molto lunghi, la cui lettura può richiedere parecchio tempo. Articoli molto belli e divertenti: leggerli è consigliato e consigliabile. Ma non sull’app di Slate. Perché infatti rimanere connessi per un’ora a Internet, chiusi in un loculo chiamato app dal quale non si può uscire senza rischiare di dover ricaricare il software una volta riaperto (il cosidetto multitasking a targhe alterne)?
E soprattutto: perché fare tutto ciò quando c’è Instapaper?

(Una breve parentesi: Apple ha perso mille punti-stima premiando Flipboard best-app 2010 — e per due motivi: a) Flipboard è sopravvalutata, fosse una donna sarebbe una stronzetta altezzosa senza alcuna qualità; b) doveva vincere Instapaper.)

App inadeguate e inutili quindi?
Ancora una volta, NI.
Non sono infatti le app ad amare il fallimento, quanto i loro programmatori, chi li dirige e la visione di giornalismo multimediale che hanno. Le app — non solo quelle giornalistiche, a dire il vero — devono aprirsi, entrare nelle Rete e fare rete. Non devono sfruttare i network: devono farli esplodere, moltiplicarli, sfruttando l’idea di base degli smartphone e tablet (device che portiamo sempre con noi, fatti per essere sempre accesi) per aprire nuove porte della percezione (cit.), inaugurare nuovi vascelli e scoprire nuove rotte di navigazione nel mare magnum giornalistico.

Fino a quando rimarranno triste versioni “statiche” dei rispettivi siti (dai quali le differenzia solo la componente touch), rimarranno cosine tanto carucce quanto inutili. Il futuro del giornalismo si merita davvero qualcosa di più.

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La rivista dei Radiohead

La copertina di "Universal Sigh"

I Radiohead, per celebrare l’uscita del loro ultimo album “The King of the Limbs” fanno un giornale (qui il download del PDF).

Se lo volete cartaceo, andate a Milano in via Paladini 8.

Sempre stronzissimamente bravi.

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Quale hashtag aveva Robespierre?

Da Project, issue #4

Project, il magazine per iPad creato dal fondatore di Virgin, Richard Bronson, non naviga in ottime acque: secondo alcuni rumors le vendite sono tuttaltro che incoraggianti (come quelle del Daily murdochiano), tantè che il nuovo numero è scaricabile gratis da iTunes.

Con la rivista ho personalmente un conto in sospeso: ne acquistai il primo numero (per 2,39 €) senza mai – e poi mai mai mai – riuscire ad installarla. Persi i miei soldi, ne ricavai unamarezza tecnologico-giornalistica più che economica: Branson poteva pure tenerseli – qualora gliene servissero per portare a i turisti del futuro nello Spazio – ma dannazione, non poteva finanziare unapp piena di bug come quella contro cui mi ero scontrato.

Me ne dimenticai per qualche mese, per poi ritornarci appena sentito odore di emfree issue/em: era il momento giusto per gustarmi l’iMagazine – “e se non riesco a scaricarlo neppure questa volta,” pensai “chissene, non ci rimetto nulla”. (Sarete contenti di sapere che ci sono riuscito, anche se tra download e installazione ci sono voluti quasi dieci minuti – troppi multimedia.)

Il prodotto, comunque, è spettacolare. Visibilmente ispirato dalle versioni per tablet delle riviste Condé Nast, è capace di andargli oltre, riservando al lettore qualche giochino simpatico. Il problema prinicipale dei giornali su tablet è che sono pieni di cose che il programmatore ha voluto/è stato costretto a inserire: la politica di Project sembra basata sul tempestare lutente di tricks per compensare le varie mancanze.

Leggi I migliori e peggiori giornali per iPad.

La pecca è sempre la stessa: non viene naturale leggere una rivista contenuta in unapp, un ambientino che giudico un po oppressivo e angusto. Un posto dal quale il mondo della Rete sembra molto distante – manca una sapiente connessione tra rivista e web, entità che vengono percepite come estranee luna allaltra, quando invece dovrebbero presentarsi come parenti strettissime e con buoni rapporti.

Leggi La prematura crisi del mercato delle news app

Veniamo ai contenuti: poteva una rivista nata per un tablet non trattare il ruolo dei social media nelle rivoluzioni arabe? Certo che no. Ma Project riesce a farlo saggiamente, evitando catastrofismi o utopismi e optando per la strada più giusta e – guarda un po – ovvia: 4 brevi interventi di 4 personalità della comunicazione online.

Precisamente: Ethan Zuckerman, ricercatore esperto in “Internet and Society” ad Harvard e cofondatore di Global Voices, un progetto di citizen journalism; Sean Noonan, di STRATFOR, un’azienda di intelligence globale; Hugh Pinney di Getty Images News, lagenzia fotografica delle migliori immagini sulle rivoluzioni in corso; e Christophe Barret, analista di Crédit Agricole, che ha parlato di come gli eventi africani hanno influenzato il prezzo del petrolio.

“I social media hanno giocato un ruolo importato nella situazione attuale, anche se credo che le persone lo abbiano frainteso”, comincia Zuckerman. “Cè la convinzione che siano stati il mezzo principale col quale sono stati organizzati. (…) il particolare più importante è che i social media hanno reso possibile la cronaca di eventi alla quale la stampa non era presente”. Essenziale, specie durante la “chiusura” del web scattata in molti di questi paesi, la join venture ltra social network e Al-Jazeera, che ha imparato a usare i nuovi media “non solo per fare uscire contenuti ma anche per prenderli a sé”, spiega Zuckerman.

“Essenzialmente i social media costringono le redazioni alla stessa ricerca di informazioni dirette dellinviato. Il cui lavoro è ora quello di verificare queste cose mentre accadono,” dice Pinney. Il rischio infatti è quello di credere a qualsiasi tweet, “mentre i giornalisti professionisti devono controllare e verificare quelle informazioni”.

E se Barret parla dellallarme con cui viene monitorata la situazione in Arabia Saudita – pur specificando che i paesi più a rischio rivolte sembrano Iran e Algeria – Sean Noonan centra il cuore della vicenda, parlando del gap tra il numero di manifestanti online e quelli reali (90mila contro 15mila nella prima dimostrazione anti-Mubarak). Poi, continua, una volta “spento” il web, la protesta è dilagata in modo molto 1.0: telefonate, SMS, porta a porta, passaparola – e il primo febbraio erano 200mila le persone emfisicamente presenti/em in piazza.

Leggi Quel che pensa Morozov, guru pessimista, sul futuro della Rete — e di noi stessi.

Ma se cè un motivo per ringraziare questo giovane esperto è la precisazione che segue. La quale, ancora una volta, risulta ovvia (quasi banale) ma che in questo cybertrambusto è utile ricordare, per riportare le nostre parole alla concretezza. “Disoccupazione giovanile, aumento del prezzo dei generi alimentari: sono queste le cose che causano rivoluzioni”.

Dannazione, è vero, cha ragione! E chi lo dice ora a tutti quelli che credono sia sufficiente qualche hashtag?

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