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La probabile fine di WikiLeaks

David Carr, esperto di media del New York Times (e imperdibile in Page One, documentario meraviglioso sulla gray lady) e il lento declino di Wikileaks. Tra i motivi della crisi – oltre ovviamente ai fatti recenti – anche questo particolare:

The fact that WikiLeaks came to be embodied in a single individual, especially one as mercurial as Mr. Assange, was chief among them.

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Che cos’è (era?) WikiLeaks a detta di un ex dell’organizzazione

Lo spiega sul Guardian James Ball, uscito dall’organizzazione di Julian Assange dopo il folle rilascio di documenti non editati.

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Bradley Manning e il 4 luglio

Mr. Fish festeggia così il 4 luglio di Manning, l’uomo che spifferò documenti segreti ad Assange e i suoi sodali (da Harper’s). L’ex-soldato è ancora in galera e il New York Magazine di questa settimana ne fa un ritratto. “Uno dei più strani rivoluzionari d’America”, scrive Steve Fisham.

(Mr. Fish e Fishman, what a coincidence!)

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WTF: la task force anti-Wikileaks della CIA, LOL

Il cablegate seguito alle ultime rivelazioni di Wikileaks ha sconvolto tutto il mondo diplomatico occidentale e mediorientale, monopolizzando per giorni e giorni l’attenzione dei media. Eppure c’è chi dai leaks di Assange non è stato quasi sfiorato, pur essendo il servizio d’intelligence della più grande (almeno finora) potenza mondiale, un ente oscuro e misterioso i cui lati bui superano quelli noti e pubblici. La CIA infatti non si è vista “scoperta” da Wikileaks. Sono stati pochissimi i file dell’agenzia ad essere rivelati e i cable riguardanti la CIA provenienti da altre sedi contenevano pochissime informazioni sull’operato dei servizi segreti USA e i loro dipendenti.

Privacy made in CIA

Un successo per l’agenzia di intelligence che non è casuale. Come scrive il Washington Post la CIA è da sempre contraria alla condivisione tra enti e ambasciate del materiale riservato o segreto, un’avversione di lunga data che si è acuita dopo l’Undici Settembre, del quale la massiccia condivisione di dati riservati fu considerata una delle concause. È dal 2001, infatti, che l’agenzia ha irrigidito le sue norme sulla comunicazione tra dipendenti e collaboratori. Negli ultimi anni la chiusura della CIA all’esterno è stata spesso criticata dalle altre agenzie — che nel frattempo cedevano alla condivisione mondiale — ma oggi, nel mondo post-Wikileaks, tali scelte radicali pagano, come sottolinea il Washington Post.

Anche mentre nel decennio passato ci si muoveva verso una maggiore condivisione di dati, l’agenzia “non ha mai ceduto al business di rendere tutto disponibile agli esterni”, dice un ex-officiale d’alto rango CIA recentemente ritirato. “Quelli non rendono tutto disponibile nemmeno all’interno dell’agenzia. E questo sistema, alla lunga, ha funzionato”.

Il sistema della storica intelligence è piuttosto semplice ed è stato recentemente reso noto da alcuni veterani dell’agenzia, che hanno spiegato come la corrispondenza CIA viene classificata a livello “secret” anche per quanto riguarda il materiale che è messo online. Il mantenimento della segretezza nella Rete è possibile perché l’intelligence ha da sempre scelto di non condividere macchinari con l’esterno, optando invece per una rete totalmente interna. Praticamente impenetrabile. Per arrivare a questa indipendenza di network la CIA ha rifiutato la richiesta di rendere accessibile i suoi dati su SIPRNET, il network privato che il Pentagono utilizza per far circolare le informazioni.

W.T.F.

Eppure, scrive il WashPost subito ripreso da Gawker, l’intelligence americana non si è posata sugli allori della sua vittoria contro Wikileaks. Anzi, vinta questa battaglia, si sta attrezzando per non perdere le prossime e, di conseguenza, la cyberguerra. È notizia odierna che la CIA ha preparato una task force speciale per difendersi dai pericoli del web, una milizia speciale che già dal nome svela il senso di paranoia che deve registrarsi a Washington: la Wikileaks Task Force avrà il compito di difendere il lavoro dell’agenzia più segreta al mondo dalle scorribande degli Assange vari ed eventuali. Un annuncio che crea stupore e incredulità, tutti sentimenti ben riassunti anche dall’acronimo (nonché nome in codice) della neonata task force: WTF.

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Come volevasi dimostrare: “Anonimi hooligan vigliacchi”

L’Economist di questa settimana affronta il fenomeno dell’hacktivism. Gootenberg è fiero di poter affermare che l’editoriale in questione tocca gli stessi punti di di questo nostro post di una settimana fa, nel quale avevamo espresso opinioni poco comuni in questo periodo in cui l’attenzione nei confronti di Wikileaks si è trasformato – à la italienne – in una forma di culto nei confronti di Assange il Liberatore.

(…) I dimostranti meritano quindi protezione solo se si mantengono identificabili. Alcuni paesi (come la Germania) proibiscono addirittura ai manifestanti di indossare maschere. Quelli che protestano nel cyberspazio, invece, sono di solito anonimi e non rintracciabili. La natura degli attacchi DDOS toglie loro il diritto a questa protezione; i loro anonimi perpetratori li fanno sembrare hooligan vigliacchi, piuttosto che degli eroi.

(continua su economist.com)

Un articolo che ricorda quello della settimana scorsa, dove si sbertucciavano i matti che definiscono il fondatore di Wikileaks “un terrorista” e si parlava del rischio “digital Afganistan”

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“WikiRebels”, il film su Wikileaks

Di seguito, il documentario su Wikileaks trasmesso domenica sera dalla tv svedese STV, dal titolo “Wikileaks: Med Läckan Som Vapen”. In inglese, “WikiRebels”.

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Openleaks, una falla in più

Julian Assange con, a sinistra, Daniel Domscheit-Berg. (Credit: Jacob Appelbaum)

L’ex portavoce di Wikileaks Daniel Domscheit-Berg sta guidando la carica dei ribelli dell’organizzazione guidata da Julian Assange. Secondo quanto anticipato dalla CNN, la loro nuova creatura sarà online oggi e si chiamerà Openleaks. Il nome rivela una forte assonanza con il progetto-madre ma nasconde un’anima diversa, soprattutto a livello d’agenda giornalistica.

Domscheit-Berg infatti ha lasciato WIkileaks lo scorso settembre, pur essendone uno dei volti più noti: i motivi della sua fuoriscita sono da rintracciare nei leaks sull’Afganistan, che generarono molto malcontento all’interno dell’organizzazione. Il transfugo parlò anche del carattere “dispotico” di Assange, solito a interpretare come “sleale” ogni proposta diversa dal solito all’interno di Wikileaks:

“Siamo stati sotto una pressione folle in questi mesi. Ci sono stati degli sbagli, che può capitare: basta che dopo la gente impari. Però bisogna ammetterli. (…) “Ho provato molte volte a insistere, ma Julian Assange reagisce a ogni critica accusandomi di disobbedienza e slealtà al progetto. (…) C’è molto scontento, e altri come me verranno via.”

Il nuovo progetto nasce come risposta collettiva a quello che i “ribelli” del sito vedono come un regno personalistico, “troppo focalizzato su una persona”, come spiegato dall’ex socio di Assange alla televisione svedese SVT.

Lo spin-off

Il logo di Openleaks

Inoltre, la nuova organizzazione lavorerà in modo differente. Imparato sul campo ciò che va e ciò che non va su Wikileaks, l’obiettivo di Openleaks è quello di aggiustare il tiro e funzionare in modo diverso, per non incorrere negli errori fatti in passato — e che hanno portato alla scissione.

Come spiega Domscheit-Berg in una mail alla CNN, la nuova organizzazione continuerà ad esistere per permettere alle persone di depositare materiale riservato in modo anonimo, allo scopo di consegnarlo ai mezzi di informazione per renderle pubbliche. Ma alla differenza di Assange&Co., il tedesco e i suoi soci non li pubblicheranno interamente sul sito ma li proporranno a varie testate giornalistiche o organizzazioni non governative, le quali potranno scegliere i documenti tra quelli proposti. Openleaks, quindi, agirà in modo diverso, come spiega Domscheit-Berg a Forbes:

Vogliamo essere un intermediario neutrale. Non pubblicheremo nulla, è una cosa totalmente diversa, nessuna organizzazione regge da sola tutto il carico di lavoro.

Inizialmente l’organizzazione avrà una partnership con cinque quotidiani internazionali, ma il progetto è quello di aprirsi il prima possibile a ONG, sindacati e altri news media. Ma che fine faranno le news che i giornali sceglieranno di non pubblicare? Dopo un tempo prestabilito il materiale può essere proposto ad altri media oppure reso pubblico, per evitare di essere complici della creazione di un oblio online.

Questo spin-off di Wikileaks è solo una delle mosse del tedesco: a gennaio uscirà in Germania un suo libro, Inside Wikileaks, che si propone di illuminare l’antro buio del sito di Assange, illustrandone la storia, il funzionamento e fornendo una sorta di biografia non autorizzata del suo leader, al quale la presentazione del libro riserva l’immancabile stoccata:

Da quando Domscheit-Berg e altri hanno lasciato l’organizzazione, è Julian Assange l’unico potente sovrano di questo potente strumento.

E Wikileaks?

Il tedesco non si è risparmiato nemmeno sul hot topic del momento, la polemica seguita al cablegate, le accuse di stupro e l’arresto di Assange. Domscheit-Berg ha le idee chiare e polemizza:

Se predichi trasparenza agli altri, devi cercare di essere trasparente anche tu. Devi impegnarti a soddisfare gli stessi standard che ti aspetti dagli altri, ed è proprio su questo aspetto che filosoficamente la direzione mi sembra cambiata.

Astio, nemmeno tanto tra le righe. La replica di Wikileaks arriva ma delude gli appassionati del botta-e-risposta energico e vendicativo, con Kristinn Hrafnsson che non commenta la spaccatura del gruppo e l’attrito tra i due ex-amici. Anzi, saluta con entusiasmo Openleaks spiegando che “più siamo, meglio è”.

 

update 11/01/2010 Dopo quasi un mese dall’annuncio (e dal nostro post) Openleaks è ancora solo un sito con la scritta “Coming Soon!“.

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