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Come eravamo sei anni fa

Meraviglioso post di David Shedden su Poynter, in cui elenca tutte le cose che sono succese nel web nell’anno di grazia 2005. Ovvero, sei (6) anni fa.

February 15, 2005
YouTube is founded with the first video posted in April.

May 2005
The Huffington Post is launched.
Related: “Dazzle, Yes. But Can They Blog?” By Howard Kurtz, Washington Post, May 9, 2005

May 2005
Google introduced a new AdSense program that invited bloggers to share revenue from targeted Web page ads.

June 28, 2005
Google Earth is launched.

July 7, 2005
Passengers used their cell phones to photograph the chaos and damage whenterrorists bombed the London underground subway. Traditional media soon shared these images with the world.

July 19, 2005
The New York Times purchased About.com; The Washington Post
acquired Slate; Dow Jones bought MarketWatch; Knight Ridder, the Tribune Company and Gannett purchased a controlling stake in Topix. The largest deal was News Corporation’s $500 million acquisition of the parent company ofMySpace.
Related: “What MySpace means to Murdoch.” BBC.

August 2005
Under extreme conditions, in print and online, the New Orleans
Times-Picayune
 and the Biloxi-Gulfport Sun Herald told the tragic
story of Hurricane Katrina.

October 2005
The Apple iTunes store began offering videos and TV shows.

In un lasso di tempo brevissimo è cambiato tutto, davvero. Lo si ripete spesso ma è bello mettere le cose in fila ogni tanto, magari rileggendosi un pezzo del New York Times datato 2005 dal titolo: “Forget Blog, Print Needs Its Own iPod“.

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Le ricerche infinite di Google

Secono i bene informati di Search Engine Land Google è in procinto di togliere dalle sue ricerche la divisione in pagine. Non più Gooooooooooooooogle a fondo schermata quindi, con ogni O a rappresentare una pagina da cliccare ma un semplice pulsante: “Show more results”.

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Il traffico Internet delle rivolte di Londra [infografica di GoSquared]

 

 

via The Next Web

 

 

 

 

 

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“È più probabile sopravvivere a un incidente aereo che cliccare un banner pubblicitario”

1994, HotWired, rivista online sul mondo del web da cui nascerà Wired. È il primo sito a mettere in vendita spazi pubblicitari a pagamento, i cosidetti banner. Il primo fu pagato dalla AT&T, la principale azienda di telecomunicazioni statunitense, e giocava tutto sull’effetto-sorpresa: “Hai mai cliccato qui? Lo farai!”. La reazione degli utenti fu prevedibile: il banner ebbe un enorme successo e aprì la strada a una forma di Internet remunerativa — per quanto fastidiosa.

Il reperto adv

Da allora le cose sono cambiate. In appena 17 anni una pubblicità su sito web non crea sorpresa né entusiasmo e riceve un numero di click (visite) molto basso. Ciò nonostante esistono ancora. Perché. Molto semplice: il fatto che un quadratino di pixel non venga visitato non vuol dire che passa inosservato. Per un’azienda è forse meglio pagare per un banner-decorativo, che non viene cliccato né esplorato perché l’effetto visivo rimane forte e vale i soldi spesi.

Anzi, un banner che riceve molti click non è un evento positivo. Secondo uno studio compiuto da AOL e MediaPost, le pubblicità online sarebbero cliccate dagli utenti “più poveri e meno scolasticizzati”, che cliccano sui banner per i seguenti motivi e situazioni:

  • Perché non sanno riconoscere la pubblicità;
  • perché sono percepiti di miglior qualità rispetto ai risultati della ricerca (per esempio, nei viaggi)
  • quando stanno cercando qualcosa che vogliono comprare (…);
  • quando sono annoiati;
  • quando credono di poter vincere qualcosa o ricevere qualcosa gratis.
In una parola: siti porno. Il magico luogo del web dove un banner è ancora un qualcosa che, per esistere e funzionare, dev’essere cliccato. Al di fuori di questa Terra di Mezzo le adv sono maturate e vengono raramente esplorate. A tal proposito Solve Media, una società che si occupa di advertising e comunicazione online, ha confrontato le probabilità di cliccare un banner online con altri eventi più o meno infausti. Business Insider ha raccolto gli incredibili risultati in una photogallery.
Cogliamo fior da fiore:
1) È 279 volte più probabile riuscire a scalare l’Everest fino alla cima che cliccare un banner pubblicitario.
 
2) È più probabile — molto più probabile — sopravvivere allo schianto di un aereo che cliccare su un banner.
 
3) È 40 volte più probabile avere due gemelli che cliccare su un banner pubblicitario.

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Come volevasi dimostrare / 4: Slate e LongForm

(Quando Gootenberg prevede qualcosa o viene confermato da fonti attendibili se ne vanta con gli amici pubblicando un Come volevasi dimostrare. Qui la collezione completa di questi vanti.)

Parlando del longform journalism (e di Instapaper), tempo fa abbiamo citato LongForm, un archivio di articoli lunghi come piacciono a noi. Pochi giorni dopo, eccolo comparire su Slate con una selezione dei migliori pezzi su un determinato tema (le rapine in banca). Come previsto (Gootenberg ci si era giocato il cappello) la cosa sta diventando un vizio e Slate oggi propone una scelta di pezzi su Detroit.

update

La cosa si diffonde, gaudio. Ne abbiamo parlato qui e qua.

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Le Martufelle

Le omine bufe

In tempi in cui la frase “la satira è morta” viene ripetuta dalle persone impegnate e de sinistra con estrema preoccupazione, è divertente registrare l’enorme quantità di battute, vignette e video “satirici” che innondano la Rete. Sembrerebbe un cortocircuito logico, eppure il ragionamento non fa una piega: il materiale che gira frenetico on line è pessimo, bagaglinano nel cuore; ed è quindi uno spunto per chi recita il de profundis al nobile genere artistico.

Compiangersi della morte della satira significa rimpiangere i “bei tempi” in cui gli autori satirici proponevano cose di qualità — “bei tempi” che, a seconda dei casi, vengono fatti risalire a Cuore, al Male, a Rabelais o ad alcune incisioni rupestri particolarmente caustiche — e anche questo alimenta il non sequitur di cui sopra.

La domanda è alta e l’offerta, come in una logica di mercato, si adegua. Spuntano così prodotti nuovi a cadenza mensile. A farli conoscere al pubblico assettato provvede poi il like di Facebook. O un boxino di Repubblica.it. O Un giorno da pecora.

Il fatto che il tutto faccia ridere poco e male — infierendo ulteriormente sul presunto cadavere della Satira — non sembra interessare. Prima si premia il nuovo ggenio satirico; poi si verifica se tale veramente è. I tempi son frenetici e non c’è tempo per pensare: ci sono dei vuoti da riempire, e alla svelta.

Ecco quindi fiorire la Sora Cesira e le sue canzoni-parodia banali e terribili. Per “Arcore’s Nights” si poteva anche sprecare un sorrisino ma il tutto sarebbe dovuto rientrare dopo un breve raffronto tra la Cesira e un brano qualsiasi di Elio E Le Storie Tese a Parla con me. E invece no: il vaso straripa e la Sora diventa amata e attesa. “Quale nuova figata ci regalerà il ggenio la prossima volta?” si chiede il pubblico eziomaurista, i nervi della mano tesissimi addosso al mouse in attesa di cliccare “Mi piace” e poter gridare: “PRIMOOOO!”

La blogosfera è ovviamente ben gentile con le sue star. Il web diventa un coro di embedded, link, recensioni e ovazioni: il cursus honorum che porta a un’intervista all’Espresso o a un contratto di collaborazione con i simpaticissimi (?) Sgommati di SkyUno.

I video virali sono veramente virali: si diffondo e attaccano. La malattia che veicolano comporta fama, visibilità e successo, e le sue vittime muoiano dalla voglia di farsi contagiare (facendolo magari di proposito). È il caso di Francesca Fornario, ingiustificata penna dell’Unità, e di Simone Salis, suo sodale, che poche settimane fa, dagli studios di Un giorno da pecora, hanno emanato segnali acustici cacofonici e imperdonabili, dal titolo di “Nella Vecchia Lombardia”.

Di che si tratta? A sorpresa, il brano è un’originalissima parodia de… “Nella Vecchia Fattoria”!, il classico amato da grandi e piccini e che, variate poche lettere, si trasforma in una scabrosa satira sulle amministrative milanesi.

La canzone è semplicemente una spanna sopra a tutto: la voce flebile, castrata e castrante, la base MIDI che in due minuti distrugge nove anni di Beatles ad Abbey Road; ma soprattutto il testo: definitivo, atavico, immortale, venato dal tipico sense of humour à la Concita De Gregorio (direttrice de l’Unità, per cui Fornario & Salis lavorano — quindi tutto ok).

Questi fenomeni sono nati in Rete: sono crisalidi uscite dal bozzolo del 2.0. Ora sono ovunque e la colpa è nostra, dei nostri clic, dei nostri “mi piace” e delle nostre condivisione, magari sarcastiche, sui social network. Ogni gesto compiuto in Rete ha ripercussioni enormi e pesantissime. Può aiutare rivolte popolari o trasformare un comico genovese in un dietrologo con partito appresso: figuriamoci se non riesce a dare credibilità a degli incompetenti.

Stiamo attenti, pesiamo i nostri movimenti. Agli amici che ci taggano nelle opere di Sora Cesira, rispondiamo con Eddie Izzard. O trattiamoli come quelli che mandano inviti per Mafia Wars (male). Perché questa è una delle tante manifestazioni dell’enorme, strepitoso potere della Rete: può arrivare a romperti le palle usando il tuo stesso mouse e convincerti che la colpa è del Sistema.

(Oh, “il Sistema”, che bel concetto vintage! Fa tanto disinformazione.it e Zeitgest – The Movie. Il sistema siamo noi: se il sistema fa stronzate è perché ultimamente abbiamo preso troppi pali della luce sul naso. Certo, possiamo dare la colpa al palo della luce. Possiamo: io, se non vi dispiace, procedo oltre. Con pardon.)

Ci eravamo da poco liberati da Martufello. Ne abbiamo creato dei surrogati. Un po’ de sinistra, però, ché sennò la blogosfera li snobba e dà le spalle al mondo, canticchiando fieramente “Nella Vecchia Lombardia”, sognando di vedere realizzarsi le profezie dell’oroscopo di Internazionale.

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Il digital divide dalle Alpi in giù

Il giornalismo anglosassone sta da anni puntando sul web. La recente acquisizione da parte di Aol (American On Line) di The Huffington Post ne è l’ultima prova, visto soprattutto il prezzo concordato per la cessione: 315 milioni di dollari. Tale stellare somma non può che far arrossire gli epigoni italici e premiare l’arguzia dei fondatori dell’HuffPost (i cui costi iniziali erano un 315esimo ma è un’occasione per ripensare all’aretrattezza culturale e tecnologica del nostro paese.

Ne parla Editors Weblog in un articolo dal titolo poco ermetico (“Is Italy ready for the web?”) nel quale sfilano le maggiori personalità del nostro giornalismo online (Tito Boeri e laVoce.info; Luca Sofri de ilPost.it; e Paolo Madron direttore di Lettera43) e che è una bella riflessione – per quanto amara – della nostra condizione.

È soprattutto il paragone con la “concorrenza” straniera a risultare frustrante. E quando Sofri Jr. spiega che dopotutto l’italiano è parlato poco all’estero e quindi il suo campo d’azione è ristretto pressoché alla sola penisola italica – e ciò si ripercuote nel giro di visite – non si può che convenire con lui. Ma rimane, al di là degli alibi, l’angosciante digital divide (culturale, prima che infrastrutturale) a costringerci al mumble mumble.

Nell’ultimo anno e mezzo il panorama è cambiato: sono comparse molte testate (già nominate) e alcune di nuove e promettenti, come Linkiesta. Ma questo affollamento, per quanto lodevole e vettore di speranza, sembra occupare uno spazio molto ristretto, che appena nato è già saturo. A dominare le news del web sono i siti relativi a giornali cartacei (Repubblica.it con 1.592.283 visitatori unici al giorno e Corriere.it con 1.326.601, dati Audiweb): i giornali nati-nel-web-per-stare-nel-web sono un mistero per un’enorme fetta della popolazione.

Ciò non deve stupire, infatti:

il popolo italiano non legge i giornali;

l’Italia è una delle pochissime nazioni in cui l’uso della Rete ultimamente è calato sotto il giogo della Tv.

Una combinazione di fenomeni che crea un cocktail micidiale al quale ognuno di noi deve reagire, per quanto possibile.

***

Una curiosità. Nell’articolo vengono citati anche Dagospia, Affari Italiani (il primo giornale on line italiano – respect) e il caso di Bebbe Grillo. Scritto proprio così: bebbegrillo.it.

 

 

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