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Ieri e oggi

Per tacere di quelle dell’Economist…

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È facile dire “special issue”

Steve Jobs se ne è andato (non lo sapevate?) e i magazine americani si sono sfidati a colpi di special issue. Time, Newsweek, g2 del Guardian, l’Economist (solo la copertina, non tutto il numero). Ma pare che il meglio riuscito sia quello di Bloomberg Businessweek. Tante foto, grandi e belle, una photogallery su carta per un issue che sembra, secondo The Social Costumer, “un libro da salotto, una biografia, un memoriale. Un tributo”. Un lavoro squisitamente grafico, che Jobs avrebbe apprezzato.

Il numero è diviso in tre parti. Biblico. L’ascesa, la caduta e il ritorno.

Di seguito la copertina e alcune foto:

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Tutto quello che dovreste leggere riguardo Steve Jobs e la sua Apple (se avete del tempo)

Parlare di Steve Jobs è complicato. Non solo perché questo blog arriva tardi sull’argomento – abbiamo lasciato i necrologi agli altri, ché son cose che ci mettono tristezza – ma anche perché il fondatore di Apple è stato il Messia tecnologico per eccellenza: non necessariamente per quello che ha fatto (nessuno è un messia, ci dispiace), quanto per la quantità di amore e odio che ha saputo attirare su di sé, per decenni.

Steve o si ama o lo si odia, si dice. Naaa. Jobs era un geniale maniscalco tecnologico che va stimato per il suo lavoro. L’amore e l’odio per la sua persona e la sua azienda sono derive psicologiche molto in voga e piuttosto banalotte, che portano alle nascita delle due peggiori figure che si possano incontrare in un forum di smanettoni: il talebano pro-Apple e il Khomeini anti-Apple. Gootenberg ha provato a stare nel mezzo, se possibile, fedele al motto che muove il suo cuore e la sua mente, ovvero: Diamoci tutti una bella calmata.

Per celebrare la dipartita di Steve Jobs, comunque, elencheremo di seguito alcuni dei pezzi giornalistici più belli e interessanti sulla sua carriera. Abbiamo fatto una cosa simile in occasione della morte di Bin Laden (un’altra figura che – coincidenza – ha saputo farsi amare e odiare – per quanto l’uomo della Mela non abbia mai dirottato aerei, sia ben chiaro). Ne dimenticheremo qualcuno e in tal caso, almeno nei prossimi giorni, provvederemo ad aggiornare questo post. Ad ogni modo questa non vuole essere un’antologia completa del giornalismo su Mr. “Stay hungry, Stay folish” (per quel genere di cose c’è una cosa, si chiama Google).

Cominciamo dall’inizio, ovviamente.

1985, Steve ha 29 anni e l’anno prima ha dato alla luce il Macintosh, una macchina rivoluzionaria promossa da uno spot passato alla storia in cui si spiegava come, grazie al nuovo prodotto, il 1984 (inteso come anno) non sarebbe stato come 1984 (inteso come capolavoro di George Orwell). Haters gonna hate since 1984, insomma. Nel 1985, dicevamo, Steve viene intervistato da Playboy: un pezzo lungo, torrenziale e pieno di chicche utilissime per capire la mentalità del soggetto.

Procediamo dando per scontato che la bio del nostro vi sia ben chiara in mente. Nel 1986 Jobs esce da Apple (non viene licenziato: viene piuttosto costretto ad andarsene): dopo qualche mese di smarrimento e malinconia – di cui c’è traccia nel celebre discorso all’università di Stanford di cui trovate qui la trascrizione completa – si butta su NeXT, la sua nuova creatura. E poi sulla Pixar, che acquisterà da George Lucas.
Questa fase, la fase in cui il nostro eroe viene costretto all’esilio dai Cattivi, è coperta da questo lungo pezzo di Esquire sulla “seconda venuta di Steve Jobs” (aridanghete con la mistica). E da questa lunga intervista per lo Smithsonian Institute, del 1995. Appena l’anno precedente si era concesso al Rolling Stones: tra rockstar ci si intende sin dall’inizio.

Ma chi era l’idolo, il modello imprenditoriale e visionario del nostro? Era Edwin H. Land, l’uomo della Polaroid, come confessò Jobs a Playboy. (Le figure dei due geni sono così simili, come nota il New York Times, che vale abbiamo pensato di dedicargli un post a parte.)

Dopo un lungo viaggio in mare, Steve torna da Penelope e uccide i Proci. Riprende il comando della Apple: la seconda venuta. Qui il New Yorker ci spiega come si è svolta la vicenda, mentre qui Malcom Gladwell, sempre sul settimanale newyorchese, narra una bellissima storia tipicamente jobsiana. Ovvero, come la Apple ha creato il mouse: “Copiando!”, dice il pubblico. Mmm. Tutti sanno copiare e rubare: la peculiarità rara e importante è sapere vedere un mondo d’orizzonti da un macinino elettronico. E la Apple lo vide, ah se lo vide.

(Fine primo tempo. Per sciacquarsi la bocca tra una portata e l’altra, ecco la collezione di tutte le copertine di Newsweek dedicate al nostro. Qui quelle del Time, che oggi è uscito in edicola con Steve in copertina, again.)

Poi c’è la rinascita di Steve (che comunque se la passava piuttosto bene con Pixar – a proposito,  un pezzo del New Yorker sulla magia della casa di produzione che ha rivoluzionato cartoni animati e cinema, solo per abbonati al magazine).
C’è il Mac. E poi l’iPod e iTunes, che hanno sconvolto l’industria musicale (che, stolta, deve ancora ringraziare), rendendo il nostro  “the God of music”, secondo la definizione di Esquire. E poi l’iPhone, l’iPad (o la “tavoletta di Gesù”, secondo l’Economist).

L’ultimo decennio di vita di Steve è stato quello della gloria. Pura. Gloria. La Apple è stata magica, rivoluzionando la cultura occidentale e facendo montagne di soldi: come ci sia riuscita è un mistero, forse, ma Lev Grossman sul Time ha tentato di spiegarlo piuttosto bene, sei anni fa. La genesi dell’iPod, lunga e travagliata, è narrata da Wired in un breve pezzo che tira le fila del discorso; quella dell’iPhone è – sempre su Wired – più strutturata e contiene alcuni elementi che mettono in chiaro la figura di Steve. Un datore di lavoro un po’, diciamo, precisino.

Quanto al lancio dell’iPad (ricordate? Tutti si aspettavano il multitasking sin dall’inizio, ecc…) il Time lo seguì con trepidazione, pubblicando un articolo dal titolo: “Steve Jobs può riuscirci ancora?” Risultò che sì, ci poteva riuscire ancora.

(update 16/19/2011 — Per ricapitolare la storia del nostro, ecco una bella infografica interattiva del New York Times su tutti i brevetti di Steve Jobs: dai computer alle prese elettriche.)

***

Per capire al meglio cosa fu la Apple di Steve Jobs (e cosa sarà, maybe), consigliamo però questo lungo articolo pubblicato dal solito Esquire: “Steve Jobs e il portale dell’invisibile”, in cui il genio della Mela viene descritto proprio a partire di un evento che tutti sapevamo sarebbe successo ma non così presto: la sua morte. Un long-read magnifico che rimane la lettura migliore sull’argomento, insieme alla già citata intervista concessa dal nostro a Playboy.

E lo spirito imprenditoriale di Steve? Che ne è dello spirito imprenditoriale di Steve, ora che sembra che la Apple producesse nettare divino con il quale non ha mai guadagnato nulla, se non gloria eterna e karma colmo di meraviglia? Success Magazine (un nome, un programma) ha proposto un paio d’anni fa un lungo articolo sul Steve-imprenditore. Da leggere, se credete che il nostro fosse una sorta di panda mistico che si cibava di luce cosmica.

Questo agosto, come ricorderete, Jobs lascio l’incarico di CEO di Apple per motivi di salute e lasciò spazio a Tim Cook. Chi è costui? Ce lo spiega un ritratto della CNN del 2008. Ma, tornando agli eventi di quest’estate, l’abbandono di Jobs scatenò il putiferio mediatico: giornali e televisioni cominciarono a cantare le lodi del “fondatore scomparso” in modo da rendere quasi impossibile per Steve non toccarsi le balle. Tra tutti i necrologi-in-vita, quello di Esquire rimane il più bello. Titolo: “Steve Jobs sta morendo per noi tutti”.

Poi c’è Farhad Manjoo, tech columnist particolarmente amato da queste parti, che in quei giorni scrisse un provocante articolo in cui si chiedeva: ” Chi ha bisogno di Steve Jobs?” Ieri, giorno della morte del nostro, Manjoo ha vergato un pezzo leggermente diverso, parlando dell'”uomo che ha inventato il nostro mondo”, e sottolineando un aspetto che ha toccato anche Claudio Cerasa in Italia: l’onnipresenza delle macchine Apple e come queste abbiano cambiato le nostre vite. Scrive Manjoo, gli occhi ancora umidi per la scomparsa del guru Steve:

I saw the news of Steve Jobs’ death on a device that he invented—the iPhone—and I’m writing on another machine that he willed into being: the graphical interface computer. I happen to be using a PC running Windows, with generic hardware I put together myself; technically, only my keyboard was made by Apple. But none of that matters. Just like the touch-screen smartphone and, now, the tablet computer, the PC that you and I use every day became ubiquitous thanks mainly to this one man. I’ll go further: Whether you’re yearning for a Kindle Fire or a BlackBerry PlayBook, whether you play Angry Birds on an iPod Touch or Google’s Nexus Prime, whether you’re a Mac or a PC, you’ve succumbed to Steve Jobs’ master plan. (…)

Jobs didn’t make microchips go faster, he didn’t increase the capacity of hard drives, he didn’t invent optical storage drives, bitmapped graphics, cellular radios, Ethernet, or even the mouse. If Jobs wasn’t around, we’d have had all of these advances anyway—and people like Bill Gates, Andy Grove, Michael Dell, and Larry Page would have turned these technologies into computers, phones, and music players.

Ma torniamo a Cerasa: due mesi fa, quando Steve lasciò la Apple, il giovane giornalista del Foglio produsse un meraviglioso super-articolone (occupava 3 pagine, ricordiamo) intitolato: “Se ne va il Cristo dei computer“. Un ottimo lavoro di analisi in cui ha spiegato come un’azienda californiana è diventata una sorta di culto moderno, laico, il cui fondatore ed ex CEO ne era il Messia indiscusso. Un lavoro colossale per fare il quale Cerasa ha letto questi articoli e saggi.

Infine, almeno per ora, concludiamo con l’obituary di Wired. E quello dell’Economist. E quello del New York Times.

Quanto a te, Steve, riposa in pace. E grazie.

***

Bando alla tristezza. Steve vogliamo ricordarlo così, mentre dice:

“I would trade all of my technology for an afternoon with Socrates.”
—Newsweek, 2001.

Jobs era uno stronzone con un sacco di sogni nel cassetto. Va ricordato come tale. Ci mancherà.

update

Altre segnalazioni. Wired, che il giorno della morte di Jobs era listato a lutto come non mai, ha pubblicato un istant e-book sul fondatore della Apple: gratis per gli abbonati al magazine, a 2,99 dollari per tutti gli altri.

Alla lista dei necrologi, poi, abbiamo colpevolmente dimenticato quello di The Onion, rivista satirica Usa, che ha annunciato la scomparsa “dell’ultimo americano che aveva idea di cosa cazzo stava facendo”.

Steve Jobs, the visionary co-founder of Apple Computers and the only American in the country who had any clue what the fuck he was doing, died Wednesday at the age of 56. “We haven’t just lost a great innovator, leader, and businessman, we’ve literally lost the only person in this country who actually had his shit together and knew what the hell was going on,” a statement from President Barack Obama read in part, adding that Jobs will be remembered both for the life-changing products he created and for the fact that he was able to sit down, think clearly, and execute his ideas–attributes he shared with no other U.S. citizen.

Un pezzo satirico che, come ha notato l’Atlantic Wire, giunge alle stesse conclusioni del serioso Economist.

Il New Yorker si è domandato chi sarà il prossimo Steve Jobs e cosa avrà in comune con Miles Davis. Anche il Wall Street Journal si è posto una domanda simile (senza riferimenti a David, però), giungendo alla conclusione che Mark Zuckerberg potrebbe essere il nuovo Jobs (personalmente, qui su Gootenberg la vediamo buia).

Nel frattempo la biografia ufficiale del nostro, scritta da Walter Isacsson, sarà pubblicata a breve, un mese prima del previsto. E la Sony, come ha anticipato The Next Web, ne ha già acquistato i diritti per farne un film: sarà il sequel de I Pirati di Silicon Valley?

update 10/10/11

Ieri Slate ha pubblicato la tradizionale raccolta di articoloni raccolti da Longform.org. Questa settimana, manco a dirlo, il tema era Steve Jobs: fa piacere vedere che tutti gli articoli scelti da LF.org sono anche nel nostro posto. Tranne due eccezioni. La prima è una mancanza di Gootenbenberg: è la trascrizione degli interventi di Jobs e Bill Gates (insieme!) presso un evento chiamato D5, nel 2007.

Il secondo pezzo “bucato” invece mi ha fatto combattere. Lo avevo letto e l’avevo visto rimbalzare da sito a sito ma non mi aveva convinto. Ad ogni modo ecco il ricordo personale (e divertente) di Brian Lam, ex di Gizmodo. Titolo: “rimpianti di un coglione”. Alé.

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La meraviglia della parola ‘nuvola’

Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti. Una buona parola – scelta nel modo giusto e utilizzata nel contesto giusto – plasma mondi e aspettative: modella le nostre vite, custodendo significati e interpretazioni dall’alto carico emozionale. Una parola è un piccolo tesoro, e non solo per via dei trademark che spesso trasformano sequenze di lettere in prodotti milionari posseduti da multinazionali. Una parola può cambiare il mondo. O creare un business in grado di.

Se esistesse una premio per la migliore parola dell’anno o del decennio, io tiferei per cloud, nuvola. Non c’è concetto più inebriante ed entusiasmante di svuotare i propri pesanti computer di gigabyte ammuffiti negli hard disk per liberarli e vederli volare in alto, sulle nuvole. Una sola parola – cloud – ha creato un immaginario romantico che ben si coniuga al business. Togli la zavorra dal tuo computer, lascia che tutto salga in cielo.

La nuvola di dati è ovviamente un’invenzione ma il suo valore è strepitosto: le nuvole sono belle; possono assumere forme varie; sono leggere, eteree; sono sopra di noi, sempre. Una nuvola è un colosso pesante appena qualche grammo. Ha un che di magico e misterioso, oltreché il protagonista principale di ogni pessimo film d’amore, nei quali una giovane coppia finisce sempre in una collina a guardare il cielo.

La nuvola è quindi una parola magica. E un concetto perfidamente perfetto per definire l’insieme di magazzini chilometrici ripieni di armadi-server e fili che ogni giorno custodiscono, accumulano e aggiornano quei miliardi di gigabyte che scorrono tra le vene della rete ogni secondo di questo tempo. Tradurre la tecnologia del cloud computing in una nube non minacciosa ma anzi carica di speranza e conoscenza, è stata una mossa geniale. Che sia stata l’IBM o Amazon a pensarci poco conta: secondo l’Atlantic è “la metafora più utile di tutti i tempi”, in grado di associare arte, natura, poesia e storia all’asettico mondo dei server e degli impianti di refrigerazione, noti per produrre CO2 senza badare a spese e per contribuire ai buchetti sull’ozono.

Un cumulo-nembolo

La parola magica ha quindi coniugato il marketing alla poesia. In tempi bui, sapere che la propria discografia di Burzum finisce a riposare nella nuvola può strappare un sorriso. Il mondo – viene da pensare – non può essere così cattivo se le nuvole di dati ci coprono la testa, facendo piovere a volte qualche .doc o .pdf utile alla bisogna. Dal punto di vista tecnologico non c’è stata alcuna rivoluzione: i tuoi dati vengono trasferiti e mantenuti in un’unità remota, dalla quale potrai prelevarli in qualsiasi istante via internet.

Una definizione di cloud potrebbe essere “hard disk esterno di dimensione titaniche, che condividiamo con altri milioni di persone”. Poco allettante. Lo ha capito da tempi non sospetti Lev Grossman, critico letterario e geek del Time, che qualche mese fa aveva si era spiegato piuttosto bene:

Dire ai clienti che i loro dati sono nella nuvola è come dire a un ragazzo che il suo cane è nel paradiso dei cagnolini. Non esiste un paradiso simile, e i tuoi dati non sono in una nuvola. Sono in un data center simile a una fortezza e senza finestre, da qualche parte negli Stati Uniti.

E allora perché il cielo della Silicon Valley sembra essere coperti di nuvole, tutto d’un tratto? Il concetto del resto non è di certo nuovo: il progresso delle comunicazione web lo ha reso senz’altro migliore, più accessibile e conveniente ma è e rimane vecchio. La cloud è semplicemente una tecnologia che archivia dati multimediali come canzoni, film e documenti. Old school. Conclude Grossman, tagliando teste a svariati tori:

Non è una cosa nuova. Anzi. È perlomeno vecchia quanto servizi per la posta elettronica come Hotmail. Solo che all’epoca non aveva ancora un nome così fico.

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I problemi di Anonymous con la sua maschera

L'uomo che tentò di bruciare il Parlamento

Anonymous mi ha sempre fatto ridere: come organizzazione e come accozzaglia. Abbiamo già parlato dei suoi pessimi rapporti con il leader dei Kiss. Oggi il New York Times spiega che la maschera-simbolo del gruppo, quella di Guy Fawkes, è di proprietà della Time Warner. La compagnia riceve una percentuale per ogni gadget realizzato sulla base della figura baffuta e sorridente. Anonymous, che l’ha resa suo avatar e sua bandiera (povero Guy), dovrà pagare. Ma magari sarà Time Warner a lasciarli fare, visto che le maschere vanno a ruba – chi non vuole sentirsi parte della “lotta al potere”?

Seguiranno sviluppi e infantili attacchi informatici.

Avete voluto voi dare potere a dei frustrati.

update

Ne parla anche TechCrunch, con un bel ragionamento che parte dalle origine del movimento, 4Chan, il sito specializzato in meme e lol vari, dove “prendere in prestito” qualcosa è prassi, se non legge.

Given that the group started life on 4Chan, the ground zero of memes, it’s should be no surprise that everything about Anonymous is deeply derivative. Indeed, that was the whole point. The group’s use of the Guy Fawkes mask can be traced back to, of course, V For Vendetta; the Warner Brothers movie that was adapted from an Alan Moore comic book series. But movies and comic books are old media. As Bilton explains, it took a dumb viral video of “Epic Fail Guy” — seen peering into a trash can and emerging wearing the “V” mask — for members of 4Chan to remember the movie and come up with the idea of adopting Moore’s imagery of their own.

E conclude così:

Given the staggering lack of original thought that has been permitted to infiltrate Anonymous, it’s fitting that many of those protesting tonight in San Francisco would prefer to pay The Man for the use of his merchandise –  the equivalent of protesting McDonalds by hurling cups of Starbucks coffee — rather than spend ten minutes coming up with their own symbol.

Sadly — or fortunately, depending on your view — that same laziness will likely put a short shelf-life on Anonymous’ popularity. Memes get old, fast; it’s takes original ideas to achieve genuine longevity. Time Warner should enjoy the windfall while they can.

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I dati sulla Nuvola, Babbo Natale in Lapponia

Ah, dimenticavo: il più bel pezzo sul cloud computing l’ha fatto un mese fa Lev Grossman sul Time, sapevatelo. L’attacco è il seguente, ed è micidiale:

La cosa migliore del cloud computing è quella parola: nuvola. Dire ai consumatori che i loro dati sono nella nuvola è come dire a un ragazzo che il suo cane è nel paradiso dei cagnolini. Non esiste tale paradiso, e i tuoi dati non sono in una nuvola. Sono un data center simile a una fortezza e senza finestre, da qualche parte negli Stati Uniti.

 

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Meno app e più business, please

Per uscire dalla crisi è necessaria l’innovazione. Malgrando la Sylicon Valley, la Mecca dell’hitech occidentale, gli USA hanno molti problemi ad aprire nuove strade e uscire dal fango dei subprime. La green technology potrebbe certamente servire allo scopo: è innovativa, può creare migliaia di nuovi posti di lavoro e può dare una scossa all’economia rispettando l’ambiente. Eppure l’industria verde latita; le grandi aziende, colpite dalla crisi, smettono gli investimenti “verdi” e il circolo vizioso è servito. L’innovazione risulta un peso in tempi di tagli e cinghie strette.

Jijar Shah, “blogger expert” di Fast Company, ha scritto in un suo articolo che una delle cause di questo disastro è la mancanza di menti giovani e fresche nel mercato. “Quando si hanno infrastrutture decadenti e obsolete — spiega –, è impossibile avere crescita”. In altri tempi (nel post-1929 o anche durante la crisi petrolifera degli anni Settanta) gli Stati Uniti hanno saputo reagire e dare nuove fondamenta all’economia disastrata. Durante la citata crisi petrolifera, gli USA seppero investire in energie alternative e impianti eco d’avanguardia, dimostrando di credere nel sogno americano. A crisi rientrata, però, il petrolio tornò competitivo e tutto evaporò. Ma comunque, sostiene Shah, il tentativo c’era stato — solo “abbia perso la motivazione di portare nel mercato quelle tecnologie”.

Angry Birds ci distrae dalle cose serie?

E oggi? Qualcosa si muove, certo, ma la svolta è lontana. E non perché mancano talenti, geni e precursori: il problema è che sono distratti da altro, scrive Shah. Per esempio, dall’AppStore di Apple.

Gli imprenditori più geniali del nostro tempo stanno facendo app per iPhone invece di creare importanti modelli di mercato per innovare le infrastrutture. Peter Vesterbacka (capo sviluppatore di Angry Birds, che, vero, è una società filandese ma il problema è uguale dappertutto) e il suo team sono stati geniali per avere creato un’app che a volte raggiunge il milione di download giornalieri. Ora, immaginiamo di riuscire a convincere anche una piccola percentuale di questi ragazzi-prodigio a pensare a nuovi modelli energetici efficenti o di produttività agricola.

L’analisi di Fast Company è interessante ma non tiene conto del mercato. Certo, denuncia la disparità di trattamento tra le industrie energetiche “sporche” e quelle “pulite” (le prime sono favorite) ma non spiega come le green tech possono diventare competitive.

Nel Time di questa settimana Bryan Walsh lo fa per lui, scrivendo dei recenti esperimenti della General Electric, la maggiore compagnia energetica americana, nel campo del solare. Già ad aprile la GE ha annunciato la creazione di un pannello solare dal tasso d’efficienza record. Il nuovo prodotto, che dal 2013 sarà costruito negli USA (creando circa 1000 nuovi posti di lavoro) è in grado di offrire una performance inedita, aprendo alla GE il business del solare, dopo il boom di quello eolico (di circa 6 miliardi annui). È una buona notizia? Sì, nonostante la retorica green in favore del piccolo e locale. Come spiega l’autore, il successo del colosso energetico è il successo di tutti:

I verdi dovrebbero sperare nel successo della General Electric. Se vogliono che il solare vinca, devono accettare che il player più grande entri nel gioco.

Un colosso come la GE, che punta ad essere competitiva anche contro società cinesi come Suntech Power e Trina Solar (che offrono prodotti a prezzi irrisori), può dare una forte spinta al mercato, convincendo magari qualche genio ad entrare nel mercato del futuro e lasciare le app ad altri.

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