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La meraviglia della parola ‘nuvola’

Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti. Una buona parola – scelta nel modo giusto e utilizzata nel contesto giusto – plasma mondi e aspettative: modella le nostre vite, custodendo significati e interpretazioni dall’alto carico emozionale. Una parola è un piccolo tesoro, e non solo per via dei trademark che spesso trasformano sequenze di lettere in prodotti milionari posseduti da multinazionali. Una parola può cambiare il mondo. O creare un business in grado di.

Se esistesse una premio per la migliore parola dell’anno o del decennio, io tiferei per cloud, nuvola. Non c’è concetto più inebriante ed entusiasmante di svuotare i propri pesanti computer di gigabyte ammuffiti negli hard disk per liberarli e vederli volare in alto, sulle nuvole. Una sola parola – cloud – ha creato un immaginario romantico che ben si coniuga al business. Togli la zavorra dal tuo computer, lascia che tutto salga in cielo.

La nuvola di dati è ovviamente un’invenzione ma il suo valore è strepitosto: le nuvole sono belle; possono assumere forme varie; sono leggere, eteree; sono sopra di noi, sempre. Una nuvola è un colosso pesante appena qualche grammo. Ha un che di magico e misterioso, oltreché il protagonista principale di ogni pessimo film d’amore, nei quali una giovane coppia finisce sempre in una collina a guardare il cielo.

La nuvola è quindi una parola magica. E un concetto perfidamente perfetto per definire l’insieme di magazzini chilometrici ripieni di armadi-server e fili che ogni giorno custodiscono, accumulano e aggiornano quei miliardi di gigabyte che scorrono tra le vene della rete ogni secondo di questo tempo. Tradurre la tecnologia del cloud computing in una nube non minacciosa ma anzi carica di speranza e conoscenza, è stata una mossa geniale. Che sia stata l’IBM o Amazon a pensarci poco conta: secondo l’Atlantic è “la metafora più utile di tutti i tempi”, in grado di associare arte, natura, poesia e storia all’asettico mondo dei server e degli impianti di refrigerazione, noti per produrre CO2 senza badare a spese e per contribuire ai buchetti sull’ozono.

Un cumulo-nembolo

La parola magica ha quindi coniugato il marketing alla poesia. In tempi bui, sapere che la propria discografia di Burzum finisce a riposare nella nuvola può strappare un sorriso. Il mondo – viene da pensare – non può essere così cattivo se le nuvole di dati ci coprono la testa, facendo piovere a volte qualche .doc o .pdf utile alla bisogna. Dal punto di vista tecnologico non c’è stata alcuna rivoluzione: i tuoi dati vengono trasferiti e mantenuti in un’unità remota, dalla quale potrai prelevarli in qualsiasi istante via internet.

Una definizione di cloud potrebbe essere “hard disk esterno di dimensione titaniche, che condividiamo con altri milioni di persone”. Poco allettante. Lo ha capito da tempi non sospetti Lev Grossman, critico letterario e geek del Time, che qualche mese fa aveva si era spiegato piuttosto bene:

Dire ai clienti che i loro dati sono nella nuvola è come dire a un ragazzo che il suo cane è nel paradiso dei cagnolini. Non esiste un paradiso simile, e i tuoi dati non sono in una nuvola. Sono in un data center simile a una fortezza e senza finestre, da qualche parte negli Stati Uniti.

E allora perché il cielo della Silicon Valley sembra essere coperti di nuvole, tutto d’un tratto? Il concetto del resto non è di certo nuovo: il progresso delle comunicazione web lo ha reso senz’altro migliore, più accessibile e conveniente ma è e rimane vecchio. La cloud è semplicemente una tecnologia che archivia dati multimediali come canzoni, film e documenti. Old school. Conclude Grossman, tagliando teste a svariati tori:

Non è una cosa nuova. Anzi. È perlomeno vecchia quanto servizi per la posta elettronica come Hotmail. Solo che all’epoca non aveva ancora un nome così fico.

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“Non mi sono mai piaciute tanto”: Renzo Piano sulle piramidi

Sta tutto nella luce, “il materiale architettonico più intoccabile e immateriale”, dice Renzo Piano al Time Magazine che lo intervista nella sua tradizionale rubrica “10 Questions”. Un botta e risposta veloce, dieci scambi con personaggi vari, dalla politica allo sport. L’architetto italiano che ha costruito “in quasi tutte le maggiori città degli Stati Uniti” tra poco vedrà completato anche lo Shard, torre vitrea destinata a diventare il più alto edificio europeo.

È l’occasione di parlare dell’Italia, di come il mare lo ha influenzato (“sull’acqua tutto galeggia”), di Donald Trump (“Mamma mia!“) e Silvio Berlusconi (“A sadder Mamma mia!“). E di piramidi, lo sfarzo fatto pietra, con cui Piano rivela di non avere un buon rapporto:

Non mi sono mai piaciute davvero. Uccidere persone di lavoro per celebrare un solo uomo? Le ammiro, ma con un po’ di tristezza.

Il focus dell’intervista è comunque la luce, la sua ossessione. In italiano, spiega l’architetto, il termine ossessione non ha solo un accezione negativa: “è l’arte di mettere tutta la propria energia in una cosa — spiega –, di trasformare in architettura anche quello che mangi a pranzo”.

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You just can’t stop the porn

Da "Time"

Ed Vaizey è il ministro della cultura britannico e ha un progetto: quello di bloccare la pornografia online. L’idea, come l’ha proposta al Sunday Times, prevede di obbligare i provider (ISP) a proibire ai loro utenti di raggiungere siti caratterizzati da materiale pornografico.  Secondo Vaizey, tale provvedimento aiuterebbe soprattutto a difendere i più piccoli dai pericoli del web: “Credo sia molto importante che gli Internet Provider arrivino a soluzioni atte a difendere i bambini”, ha spiegato Vaizey, spiendosi anche oltre:

Mi auguro che gli ISP collaborino tra di loro così non saremo costretti a legiferare a riguardo, ma continuamo a monitorare la situazione e, entro un paio d’anni, prepareremo una legge sulle nuove forme di comunicazione.

Inevitabili le reazioni del mondo web e degli esperti ISP come Nicholas Lansman, segretario generale dell’ISPA (l’associazione che riunisce i provider britannici), che ricorda come la gestione del rapporto tra bambini e Rete “debba rimanere affidata ai genitori e gestita con gli strumenti che i provider offrono, piuttosto che venire calata forzatamente dall’alto”.

Trefor Davies, responsabile tecnologico di Timico, analizza la proposta dal punto di vista tecnico, sottolineandone le storture: “Purtroppo non è tecnicamente possibile bloccare queste cose”, perché la pornografia online è troppo estesa e si sviluppa in molti modi (dai classici siti web al peer-to-peer passando per i download e il file sharing). Un nemico i cui tentacoli si estendono potenzialmente all’infinito e che può contare su molti adepti — se è vero che la parola sex è da sempre la più cliccata sui motori di ricerca.

La proposta di Vaizey è comunque errata, essendo indirizzata anche contro la pornografia “legale” e non solo contro la pedofilia (che è comunque già illegale e perseguibile a norma di legge, ovviamente). Seguirla avrebbe molti rischi, prosegue Davies:

Ci ritroveremmo con un sistema che sarebbe o troppo costoso, incapace di far vincere la battaglia o con un qualcosa di assolutamente improprio. I costi di questo sistema finirebbero per superarne i benefici, a mio avviso.

Gli esperti del settore rispediscono al mittente la proposta anti-porno e citano come modello da seguire nella lotta alla pornografia illecita il lavoro di Internet Watch Foundation (IWF), un’ente che si è dato il compito di scovare siti pedopornografici e violenti per poi segnalarli ai provider. I quali possono poi agire, bloccandoli legittimamente.

Davies continua spiegando come idee del genere possono snaturare pericolosamente la Rete, limitandone la libertà che la caraterizza come un medium unico e rivoluzionario. “Se facciamo questo passo non ci vorrà molto perché Internet si trasformi in un gruppo chiuso di siti che i governi sono felici che tu veda”.

Jim Killoch, leader di Open Rights Group, società che tutela la libertà digitale, non ha dubbi: “La pornografia non c’entra, è semplicemente censura generalizzata”.

Secondo molti, quindi, la proposta del ministro Vaizey prevederebbe un’azione autoritaria finalizzata a concentrare i poteri governativi limitando la libertà dei cittadini, passando per la pornografia con la scusa della difesa dei più piccoli e indifesi. Sesso e potere: uno scenario buio che suona come l’adattamento 2.0 delle teorie di Foucalt.

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A che serve il Kindle, risponde Jeff Bezos

Jeff Bezos, fondatore di Amazon e padre del Kindle, risponde ai dubbi sulla necessità dell’esistenza dell’e-book reader. “Che farne di un Kindle in un mondo popolato di tablet a colori, vispi e in grado di fare sempre più cose?”, gli ha domandato Steven Levy di Wired Usa.
Ecco la sua risposta. Da vero signore, nevvero?

L’ultima volta che ho controllato, un paio di giorni fa, l’app per iPad più scaricata era Angry Birds – un gioco nel quale si lanciano uccellini addosso a maiali che poi scompaiono. Il numero uno sul Kindle è Stieg Larrson. È un pubblico differente. Stiamo puntando sulle persone che vogliono leggere.

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Il futuro secondo Ray Kurzweil

di Rick Friedman / Corbis

 

Il numero di Time di questa settimana è uno stupendo riassunto della prima decade del nuovo millennio: dal duello Bush-Gore a Obama, passando per l’undici settembre. Un’edizione proiettata verso il futuro che nella consueta rubrica “10 Questions” ospita lo scrittore futurista Ray Kurzweil, teorico della singolarità. Che dipinge in modo molto affascinante cosa ci può aspettare dagli anni venturi dal punto di vista tecnologico.

C’è futuro e futuro

La nostra visione del futuro è lineare. Ma la realtà della tecnologia dell’informazione è esponenziale, e ciò è una bella differenza. Se io prendo trenta punti lineraremente, arrivo fino a 30. Se prendo 30 punti esponenzialmente, raggiungo il milione.

Finally cyborg

I computer continueranno a farsi sempre più piccoli. Alla fine, andranno nei nostri corpi e cervelli per renderci più sani e intelligenti. Saremmo perennemente online. (…) Riprogrammeremo la nostra biologia. Il mio telefono cellulare si sta probabilmente aggiornando mentre noi parliamo, ma io sono dotato ancora di un software di mille anni fa, di un’era diversa. Un gene, il recettore dell’insulina, dice: “Tienti stretta ogni caloria perché la prossima stagione di caccia potrebbe non andare così bene”. Mi piacerebbe essere in grado di “dire” al mio gene recettore dell’insulina: “Non hai bisogno di farlo, confido di avere del cibo un domani”.

Un pranzo bizzarro

Cresceremo carne clonata in vitro in fabbriche computerizzate. Molte persone dicono: “È ripugnante”. Io dico, “Be’ allora perché non visiti una fattoria industriale? Capirai che prendere la carne dagli essere viventi è ripugnante“.

Gli alieni? Siamo noi

Il consesso del settore dice che da qualche parte c’è dalle mille al milione di civiltà avanzate solo nella nostra galassia. Ma una volta giunti ad un livello come il nostro, entro al massimo qualche secolo, queste civiltà si espanderebbero in tutta la galassia. Impossibile non averle notate. Dunque la mia conclusione è che potremmo essere noi, i primi.

Continua a leggere sul sito del Time

Guarda il video dell’intervista su time.com

 

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