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Gesù Cristo, hacker

Perché, vedete, alle volte bisogna semplicemente inchinarsi a certo giornalismo di qualità (di gran qualità – è l’Economist) in grado di uscire dal grigiore della cronaca e dell’analisi per darsi all’arte dei titoli. Si tratta di un caso, uno dei tanti, ma il numero in edicola del settimanale inglese è uscito con l’inserto “Tecnology Quarterly”. Tra le chicche che riserva al lettore, un pezzo sul nesso tra Cristianesimo e l’open source.

 

Titolo: “Cosa avrebbe hackerato Gesù”? L’articolo si ispira a un pezzo de La Civilità Cattolica, pubblicazione vaticana, che ha trattato di recente l’annoso argomento.

Un brano, fior da fiore:

“In un mondo votato alla logica del profitto”, ha scritto Spataro (autore del pezzo sulla rivista vaticana, ndr), gli hacker e i cristiani hanno “molto da dare l’uno all’altro” nel promuovere una visione positiva del lavoro, la condivisione e la creatività.

Kudos a entrambi. E al titolista, ovvio.

P.S. E anche un modo di tirare su il morale a chi di voi ha creduto che Wikileaks fosse la svolta del secolo, anzi no, del millennio.

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Gli uomini sulla Terra

La copertina dell’Economist in edicola è dedicata all’Antropoceno (“Anthropocene“), l’era geologica in cui, secondo Paul Crutzen, stiamo vivendo. La teoria Crutzeniana sostiene che l’intervento umano sul pianeta non può essere considerato superficiale: ormai influenza il corso dei fiumi, la diffusione e la crescita della vegetazione (“Ci sono più alberi nelle fattorie che nelle foreste”) e, tramite trivellazioni su terra e mare, anche ciò che sta sotto i nostri piedi da milioni d’anni. Insomma, l’uomo ha modificato il proprio habitat profondamente, aprendo un nuovo capitolo nella Storia della roccia in cui viviamo.

Vi siete già montati la testa? Calma.

Innanzitutto, spiega Newsweek di questa settimana, l’intervento umano ha ovviamente modificato anche il clima del pianeta. Il magazine USA ci avvisa: se credete che i cataclismi recenti siano eventi eccezionali, rassegnatevi. È solo l’inizio della nostra “nuova” normalità.

Inoltre, anche se Crutzen avesse ragione e l’uomo avesse veramente inaugurato una nuova era, non c’è molto di cui vantarsi. Anche perché gli esseri umani sono sul Pianeta da molto poco tempo. Gli organismi unicellulari, per esempio, ci umiliano.

Dobbiamo mangiarne, di polenta

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La bolla Internet del 2000 e quella che (forse) verrà. Un confronto

Dall'Economist

L’Economist di questa settimana dedica la copertina al pericolo di una nuova bolla finanziaria nel business informatico. Una scelta dettata da alcuni avvenimenti degli ultimi giorni: l’annuncio di una prossima entrata in borsa di LinkedIn, social network professionistico che conta di essere valutato attorno ai 3,3 miliardi di dollari nell’offerta iniziale pubblica alla prima giornata di borsa ha raddoppiato il proprio valore raggiungendo quota 8,9 miliardi di dollari (update 21/05). E l’acquisto di Skype da parte di Microsoft, affare da 8,5 miliardi di dollari (400 volte il suo valore in utili).

Cifre folli che ricordano le speculazioni degli anni novanta nel settore dell’allora giovanissimo Internet e l’informatica in genere. I bei tempi andati in cui il dotcom sembrava in grado di trasformare tutti in miliardari, senza che qualcuno si preoccupasse di generare entrate. Centinaia di aziende sono nate all’insegna della speranza e dell’illusione, imbarcando personale spropositato nell’attesa che i soldi piovessero dal cielo — cosa non avvenuta, di qui la crisi del 2000.

Il boom odierno di aziende come Facebook, Zynga, Skype, è il preludio ad nuovo tramonto oppure il nuovo business è davvero riuscito a monetizzare ciò che negli anni Novanta era rimasta una bella idea spendacciona? Pensiamo a Zynga, creatrice di FarmiVille e CityVille: i suoi giochi sono gratuiti ma gli utenti sono “spinti” ad acquistare prodotti virtuali — o a maneggiare denaro Zynga — creando un business miliardario, che rende il gigante del gioco on line solido e combattivo.

Ci sono quindi molte differenze tra gli anni Novanta e i nostri difficili giorni. Eccole:

  • partiamo dall’investimento iniziale che un’azienda deve sostenere per entrare nel mercato attuale. Molto basso rispetto a quella di quindici anni fa: il progresso tecnologico ha abbassato i prezzi e il cloud computing permette di sfruttare le fattorie di server come piattaforma sulla quale poggiare il proprio business. Risultato: oggi bastano poche migliaia di euro per cominciare; ai tempi della prima bolla servivano milioni, come segnala il settimanala inglese;
  • una delle causa della crisi del dotcom fu anche l’enorme numero di aziende che in breve tempo entrarono in borsa, sfruttando il forte vento speculatorio. Che agì come lievito, gonfiando sassolini finanziari fino alle dimensioni di macigni. Le società pre-2000 si presentavano al pubblico di futuri e potenziali azionisti valutandosi (e venendo valutate) molto più del loro peso reale. Le IPO (offerte iniziali pubbliche) erano aste al rialzo perenne e generarono una bolla mostruosa quanto redittizia per chi riuscì a vendere prima del punto di non ritorno;
  • chi usava Internet negli anni Novanta? Non molte persone: ragioni tecnologiche ed economiche, soprattutto. La banda larga e l’ADSL erano miraggi (lo sono tuttora in Italia) e il costo di un computer e una connessione era molto alto. Troppi soldi per “quella cosa da attaccare al telefono per vedere donne nude” — non ne valeva la pena. E ora invece? Gli internauti sono circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo. I social network hanno “affezionato” alla Rete milioni di persone, creando un legame tecno-sentimentale. E la Rete è una presenza continuativa: ci segue attraverso smartphones, tablet e minicomputer. Il panorama è cambiato e il sistema è abbastanza solido — pare — da reggere un business plurimiliardario;
  • attualmente Internet è un fenomeno globale anche finanziariamente. Oltre agli Stati Uniti (tuttora leader del mercato) e l’Europa (in cui è nata Skype, per esempio) la Cina è un fiorire di start up e colossi che gettano ombra e chiudono l’entrata a quelli occidentali. Anche la Russia è fortemente nel mercato.

Forse ciò che ci salverà da una nuova bolla sarà l’allargamento della Rete: un tempo era rarefatta e addensata negli Usa (con la Sylicon Valley a farne da capitale), ora è un fenomeno globale, necessario e redittizio.

Basta non specularci.

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Cyborg troppo cyborg

Brian Christian. O un robot?

Vince la gara chi riesce a convincere i giudici di essere un essere umano e non un robot. Sembrerebbe il soggetto vanziniano per una parodia di Blade Runner. Si tratta invece di un turing test, un esperimento in cui computer e esseri umani si sfidano a chi risulta essere “più umano”.

Brian Christian, il suo organizzatore, spiega a Paris Review che i giudici

conducono una serie di conversazioni di cinque minuti con computer gestiti da persone reali e computer gestiti da altri computer, che fingono di essere persone imitando risposte umane. La chiave sta nel fatto che i giudici non sa chi è chi, e il loro compito è capirlo in cinque minuti.

Christian ha studiato informatica, filosofia e poesia. I suoi studi si riversano in questo strano concorso, che mira ad intaccare l’ultima certezza di noi umani: l’idea aristoteliana dell’esclusiva umana del pensiero. Che è oggi — per quanto provocatoriamente — messa in discussione. I computer possono “scimmiottare” l’uomo, imitandolo. È questo fenomeno a rendere il test così agguerrito e interessante. Due anni fa, racconta l’Economist, Brian Christian è riuscito a convincere i giudici di non essere un computer.

Sembra facile, eppure anche i più grandi esperti d’informatica incontrano enormi difficoltà. Il programma che riesce a convincere il 30% della giuria di essere umano, vince l’ambito trofeo: il Most Human Computer award. C’è anche il premio contrario, per l’umano più convincente: è il Most Human Human award.

Phlip K. Dick sarebbe fiero di voi

L’ambiguità uomo-macchina è già una realtà che sta invadendo il mondo dei social network. Recentemente l’Atlantic ha raccontato il proliferare di account Twitter “bot”, dietro ai quali c’è un computer che fa domande agli utenti e cerca di dare risposte sulla base di calcoli algoritmici.

Il magazine narra le peripezie del bot @JamesMTitus, creato da specialisti neozelandesi in cyber-sicurezza. L’utente Twitter domandava: “Se potessi portare in vita un personaggio di un libro, quale sceglieresti?”. Alle risposte degli utenti (ignari di dialogare con del silicio), il programma rispondeva con generici “honestly? no fracking way. ahahahhaa”.

Quando il bot veniva pressato con domande d’altro tipo, finiva per dare risposte che potevano provenire solamente da un pazzo. O da un computer.

Umanamente uomo

Copertina di "The Most Human Human"

Brian Christian ha studiato a lungo questo “desiderio” umano nei computer e ne ha fatto un libro: The Most Human Human: What Talking With Computers Teaches Us About What It Means to Be Alive (su Amazon Uk) in cui lo studio dei programmi informatici “pensanti” diventa occasione per ripensare all’uomo e alle sue capacità. Guardando da vicino lo spettacolo digitale e umano, Brian Christian ha notato le differenze tra i due mondi e le ha spiegate all’Economist. Tali differenze sembrano — alleluia — troppo estreme per scomparire in un futuro prossimo:

una macchina che analizza moltissime conversazioni precedenti per trovare una risposta accettabile, diventa inconsistente, perché in realtà la sua identità è quella di migliaia d’altri individui. Un chatbot pecca in motivazione: non ha motivi per dire ciò che dice e parla senza sentirsi. Le persone producono risposte tempestive possibilmente corrette, mentre i computer producono risposte corrette possibilmente veloci. I chatbot sono anche incredibilmente tenaci: sono macchine che non fanno nient’altro eppure non si annoiano.

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Le emoticon e la diplomazia :-)

Dopo il successo dell’Europa “come dovrebbe essere“, l’Economist racconta la storia dell’Europa (e delle sue relazioni diplomatiche) con una videografica “natalizia” basata sulle emoticon e un incredibile accento inglese. Esagerato con lo spumantino in redazione?

 

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Come volevasi dimostrare: “Anonimi hooligan vigliacchi”

L’Economist di questa settimana affronta il fenomeno dell’hacktivism. Gootenberg è fiero di poter affermare che l’editoriale in questione tocca gli stessi punti di di questo nostro post di una settimana fa, nel quale avevamo espresso opinioni poco comuni in questo periodo in cui l’attenzione nei confronti di Wikileaks si è trasformato – à la italienne – in una forma di culto nei confronti di Assange il Liberatore.

(…) I dimostranti meritano quindi protezione solo se si mantengono identificabili. Alcuni paesi (come la Germania) proibiscono addirittura ai manifestanti di indossare maschere. Quelli che protestano nel cyberspazio, invece, sono di solito anonimi e non rintracciabili. La natura degli attacchi DDOS toglie loro il diritto a questa protezione; i loro anonimi perpetratori li fanno sembrare hooligan vigliacchi, piuttosto che degli eroi.

(continua su economist.com)

Un articolo che ricorda quello della settimana scorsa, dove si sbertucciavano i matti che definiscono il fondatore di Wikileaks “un terrorista” e si parlava del rischio “digital Afganistan”

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Lo scioglimento degli hardware

Computer sempre più intelligenti e performanti, in grado di “caricare” velocemente sistemi operativi diversi da un database remoto, trasformandosi a piacere da strumento di lavoro a sala giochi tascabile. Macchine leggere, liberate dalle impedimenta di software costrittivi e limitanti. I computer del futuro saranno camaleontici e duttili, e sfrutteranno la rete per adattarsi alle nostre esigenze, “scaricando” di volta in volta il software per la bisogna.

Così lontano, così vicino

Non è fantascienza, bensì una prossima realtà, grazie alla virtualizzazione dei computer, dipinta dall’Economist come “la liquefazione degli hardware”: un fenomeno che ha radici lontane, risalenti ai primi supercalcolatori (mainframe computers) costruiti dal 1960 in poi. Macchine colossali che, per comodità, venivano suddivise in macchine virtuali più piccole, “ognuna delle quali – spiega il magazine inglese – poteva far girare un proprio sistema operativo e applicazione”. Quest’approccio è stato poi ripreso dalla VMWare, un’azienda informatica che lo applicato ai server Internet.

Il successo della virtualizzazione dei server ha ispirato le aziende informatiche e i loro clienti a fare la stessa cosa con altri tipi di hardware (…). Ora i software accumulano i loro contenuti e creano un disco virtuale quando ce n’è il bisogno. Dropbox, un servizio di stocaggio online, salva file uguali solo una volta. Perfino i i file pesanti possono essere salvati in pochi secondi se sono già presenti da qualche altra parte nella sua memoria.

Ad ognuno il suo computer

Il futuro, quindi, porterà i computer e smartphones a diventare contenitori vuoti, da riempire di volta in volta. Il mercato della virtualizzazione è in espansione: si calcola che il business passerà da 2,7 miliardi di dollari di quest’anno ai 6,3 entro il 2014. Il motivo è semplice: tale tecnologia permette un abbattimento dei costi dato dal migliore utilizzo dei propri server (limitandone gli acquisti). Una sorta di “ecologia” dei dati.

Inoltre, permetterà a qualunque lavoratore di portare il proprio computer a lavoro per utilizzarlo al posto di quello aziendale, dato che basterà installare il software di gestione della società nella macchina. BYOC, Bring Your Own Computer.

Non si tratta di un’evoluzione del cloud computing, bensì di un suo effetto, una sua implementazione. L’Economist sostiene che tra qualche anno questi sistemi informatici non saranno più considerate una semplice “spesa“, bensì un costo operazionale, proprio come l’elettricità.

C’è da aspettare, però

La tecnologia da applicare ai personal computer deve ancora maturare, per vari motivi: quello tecnologico-informatico e – soprattutto – quello economico. La virtualizzazione comporterebbe una piccola rivoluzione nella progettazione e gestione dei computer, un cambiamento che a molte aziende non conviene economicamente e che quindi verrà procrastinato il più possibile.

Inoltre, Simon Crosby, capo responsabile tecnologico di Citrix, un’azienda del settore, dice:

A lungo andare le barriere istituzionali daranno sempre più problemi. Virtualizzare i sistemi informatici è solo il primo passo verso l’automatizzazione dei loro dirigenti stessi. Questo porta molti a esitare nell’accettare questa tecnologia.

Ma qualcosa cambierà, anche perché ci sono buoni margini di guadagno per tutti: la virtualizzazione, oltre a snellire i sistemi informatici (con i vantaggi economici già descritti), velocizza anche le prestazioni ai clienti. Più veloce è una transizione, prima si può passare a quella successiva. E più le aziende guadagnano.

Siamo quindi ad un passo da una rivoluzione informatica – corporation permettendo, ovviamente.

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