Archivi tag: tecnologia

PostDesk

Segnalo PostDesk, una sorta di Longreads/LongForm tutto dedicato alla tecnologia e alla rete. Articoli e saggi ambiziosi, scritti dalla redazione e da una nuvola di collaboratori che lavora al progetto.

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The Kernel magazine

È nato The Kernel, magazine online dedicato alla cultura digitale e alla tecnologia. È sponsorizzato (perlomeno su Twitter) da Evgeny Morozov e sembra promettere bene. Pezzi lunghi, elaborati e studiati. Opinioni forti. Molti feature. Comincia subito dicendo quello che non va nel giornalismo del settore, mostrando i denti. E – a proposito di quanto detto poco fa – sotto ogni articolo ci sono due pulsanti: PRINT e SAVE TO INSTAPAPER.

Già aggiunto ai preferiti che tengo nel mio cervello e al blogroll.

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The Digital Revolution

“The Digital Revolution” è un numero speciale del New Yorker, una sorta di raccolta delle greatest hits della rivista sul tema media e tecnologia. Da non perdere soprattutto l’indagine di Michael Specter (del 1999: preistoria) sulla fine che fanno le mail che non arrivano al mittente. Un viaggio tra server, funzionari di AT&T, IBM e un giornalista pignolo e rompipalle.

L’allegro almanacco (con tanto di vignette d’antan su tecnologia ecc.) è solo per iPad ed è scaricabile gratuitamente se siete abbonati al New Yorker (non lo siete? ma lo sapete che costa pochissimo?) o a 2,99 $ se siete degli spiriti liberi.

 

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A Jonathan Franzen non piace più questo elemento

Di Sarah Illenberger, dal New York Times

Jonathan Franzen, polpettonista di successo, è intervenuto al Kenyon College, pochi giorni fa, con un intervento sull’amore, i volatili e Internet. Interessante, per quanto venato di una certa malinconia banalotta, un estratto del discorso è stato pubblicato dal New York Times, e ha suscitato reazioni contrastanti.

Sospeso tra il “non voglio far parte della massa” e “faccio parte della massa ma non in modo triste come voi”, Franzen sfagiola luoghi comuni (“Facebook ci rende vanesi”) e si abbandona in teorie sociologiche più o meno interessanti. L’epicentro dell’invettiva morbida è il pulsante like inventato da Zuckerberg & Co.

L’obiettivo ultimo della tecnologia è sostituire un mondo naturale indifferente ai nostri desideri (un mondo di uragani e privazione e cuori spezzati, un mondo di resistenza) con un altro che soddisfi i nostri bisogni tale da essere un’estensione di noi stessi.

L’analisi non è nulla di rivoluzionario ma Franzen sa come vendere milioni di copie, ed ecco che il social network viene preso alla lettera; e l’amore trionfa nel corsivo anti-geek-ma-anche-no dell’autore di Libertà.

La parte più bella del pezzo è quella che ha fatto meno scalpore, in cui Franzen spiega come da giovane amava la Natura ed è diventato ambientalista; poi ne è uscito; e infine ne è rientrato, per via del bird watching. Se leggete l’articolo, saltate la predica del nonno che vi sorprende davanti al PC e gettatevi sul finale.

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Come Osama bin Laden ha creato i presupposti per la primavera Araba

Mezzobusto

Tra il medievo e il villaggio globale. Osama bin Laden è stato da sempre combattuto tra la propria arrettratezza mentale tipica del movimento salafita, ispirato ai precetti del profeta Maometto, risalenti al settimo secolo d.C., e un forte slancio verso la modernità e la tecnologia. Tutti ricordiamo i video di bin Laden spediti ad al Jazeera e altri network, la capacità di gestire i mass media, addomesticarseli e usarli come mezzo politico.

La tecnologia, infatti, è stata sempre importante per l’ex leader di al Qaeda: anche se il suo rifugio di Abottabad non era collegato a Internet (ragioni di sicurezza) la tv satellitare suppliva alle privazioni date dall’essere “l’uomo più ricercato d’America”, e gli consetiva di mantenersi connesso al flusso di news.

Tra il 1996 e il 1998 il terrorista apolide utilizzò un telefono satellitare comprato a Long Island per coordinare le sue truppe e attaccare due ambasciate statunitensi in Afghanistan. Lo stesso mezzo, con l’aggiunta delle e-mail, è stato il medium dell’attacco alle Torri Gemelle — le cui immagini furono riverberato istantaneamente in tutto il mondo attraverso la televisione. L’Undici Settembre è stata la prima tragedia live della Storia. Un momento televisivo altissimo (sia detto senza cinismo) al pari dello sbarco sulla Luna del 1969. Entrambi sono stati momenti vissuti da una generazione dal vivo: il primo nello stupore e nel terrore generale; il secondo a bocca aperta, sognano lo Spazio profondo.

Terrorista geek

Ben prima che la Primavera Araba ridefinisse il concetto di rivolta popolare dandole un’hashtag e basandosi completamente sul coordinamento via social network, al Qaeda utilizzava i social media per reclutare, istruire e comandare i suoi soldati sparsi per il globo. Per quanto possa sembrare incredibile, al Qaeda ha elaborato per prima le tecniche di organizzazione via Internet che in questi mesi hanno reso possibile le rivolte nel maghreb. Steve Coll nel New Yorker è ancora più drastico, scrivendo che

Bin Laden, per la violenza e il dissenso arabo nell’era digitale, è stato ciò che Adam Osborne è stato per i computer portatili e che Excite è stato per il business dei motori di ricerca.

Un precursore, quindi. Un precursore con un piano diabolico basato sul martirio che per qualche anno ha saputo godere di una popolarità altissima tra le popolazioni musulmane senza nemmeno palesarsi in pubblico; senza creare un movimento politico da candidare alle elezioni (una sorta di Hamas alqaedista) come invece fecero altri nemici degli USA: da Lenin a Castro. No, i precetti di Osama erano lontani dalla politica: prevedevano esclusivamente il martirio contro l’Occidente — ecco il perché del calo di “popolarità” dell’ex saudita presso i suoi ex-fan: bin Laden offriva morte e distruzione, mentre il mondo arabo sentiva il bisogno di libertà che si è manifestato dal marzo 2011.

Osama e il video hanno sempre avuto un ottimo rapporto: sin dal 1988 (anno di fondazione di al Qaeda) lo sceicco curò personalmente video amatoriali centrati sulla sua figura e audiocassette con prediche, discorsi e sermoni. L’obiettivo, già nei primi anni Novanta, era di rendere la jihad virale, diffonderla presso ogni classe sociale, favorendo la duplicazione dei media prodotti da qaedisti. “Due decenni prima di YouTube”, spiega Coll, l’organizzazione terroristica aveva una sua strategia mediale potentissima, che andava dalla “promozione” del gruppo al reclutamento dei volontari.

Un progetto modernissimo che sembrerebbe riferito ad un’azienda della Sylicon Valley di questi giorni, e che invece parla di un gruppo estremistico senza sedi e senza personale fisso. Un gruppo capitanato da un personaggio scaltro, mosso dall’odio nei confronti degli Stati Uniti e i suoi alleati. E che riuscì in un’impresa incredibile (colpire il cuore di Manhattan con aerei americani) e favorì la nascita di dietrologie della serie “inside job”. Storielle che svaniscono quando si capisce chi era Osama bin Laden e cosa era riuscito a fare, apolide, tra le sabbie dell’Afghanistan.

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La bolla Internet del 2000 e quella che (forse) verrà. Un confronto

Dall'Economist

L’Economist di questa settimana dedica la copertina al pericolo di una nuova bolla finanziaria nel business informatico. Una scelta dettata da alcuni avvenimenti degli ultimi giorni: l’annuncio di una prossima entrata in borsa di LinkedIn, social network professionistico che conta di essere valutato attorno ai 3,3 miliardi di dollari nell’offerta iniziale pubblica alla prima giornata di borsa ha raddoppiato il proprio valore raggiungendo quota 8,9 miliardi di dollari (update 21/05). E l’acquisto di Skype da parte di Microsoft, affare da 8,5 miliardi di dollari (400 volte il suo valore in utili).

Cifre folli che ricordano le speculazioni degli anni novanta nel settore dell’allora giovanissimo Internet e l’informatica in genere. I bei tempi andati in cui il dotcom sembrava in grado di trasformare tutti in miliardari, senza che qualcuno si preoccupasse di generare entrate. Centinaia di aziende sono nate all’insegna della speranza e dell’illusione, imbarcando personale spropositato nell’attesa che i soldi piovessero dal cielo — cosa non avvenuta, di qui la crisi del 2000.

Il boom odierno di aziende come Facebook, Zynga, Skype, è il preludio ad nuovo tramonto oppure il nuovo business è davvero riuscito a monetizzare ciò che negli anni Novanta era rimasta una bella idea spendacciona? Pensiamo a Zynga, creatrice di FarmiVille e CityVille: i suoi giochi sono gratuiti ma gli utenti sono “spinti” ad acquistare prodotti virtuali — o a maneggiare denaro Zynga — creando un business miliardario, che rende il gigante del gioco on line solido e combattivo.

Ci sono quindi molte differenze tra gli anni Novanta e i nostri difficili giorni. Eccole:

  • partiamo dall’investimento iniziale che un’azienda deve sostenere per entrare nel mercato attuale. Molto basso rispetto a quella di quindici anni fa: il progresso tecnologico ha abbassato i prezzi e il cloud computing permette di sfruttare le fattorie di server come piattaforma sulla quale poggiare il proprio business. Risultato: oggi bastano poche migliaia di euro per cominciare; ai tempi della prima bolla servivano milioni, come segnala il settimanala inglese;
  • una delle causa della crisi del dotcom fu anche l’enorme numero di aziende che in breve tempo entrarono in borsa, sfruttando il forte vento speculatorio. Che agì come lievito, gonfiando sassolini finanziari fino alle dimensioni di macigni. Le società pre-2000 si presentavano al pubblico di futuri e potenziali azionisti valutandosi (e venendo valutate) molto più del loro peso reale. Le IPO (offerte iniziali pubbliche) erano aste al rialzo perenne e generarono una bolla mostruosa quanto redittizia per chi riuscì a vendere prima del punto di non ritorno;
  • chi usava Internet negli anni Novanta? Non molte persone: ragioni tecnologiche ed economiche, soprattutto. La banda larga e l’ADSL erano miraggi (lo sono tuttora in Italia) e il costo di un computer e una connessione era molto alto. Troppi soldi per “quella cosa da attaccare al telefono per vedere donne nude” — non ne valeva la pena. E ora invece? Gli internauti sono circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo. I social network hanno “affezionato” alla Rete milioni di persone, creando un legame tecno-sentimentale. E la Rete è una presenza continuativa: ci segue attraverso smartphones, tablet e minicomputer. Il panorama è cambiato e il sistema è abbastanza solido — pare — da reggere un business plurimiliardario;
  • attualmente Internet è un fenomeno globale anche finanziariamente. Oltre agli Stati Uniti (tuttora leader del mercato) e l’Europa (in cui è nata Skype, per esempio) la Cina è un fiorire di start up e colossi che gettano ombra e chiudono l’entrata a quelli occidentali. Anche la Russia è fortemente nel mercato.

Forse ciò che ci salverà da una nuova bolla sarà l’allargamento della Rete: un tempo era rarefatta e addensata negli Usa (con la Sylicon Valley a farne da capitale), ora è un fenomeno globale, necessario e redittizio.

Basta non specularci.

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2000-2010, tecnologicamente parlando

L’HuffPost e i 13 gadget tecnologici più importanti dell’ultima decade.

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