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E se Microsoft diventasse un marchio fico?

È una domanda azzardata, forse, ma che vale la pena porsi, visto che la società fondata da Bill Gates sta andando benone e potrebbe approfittare dei problemi d’immagine di concorrenti come Apple e Google. Ne parliamo oggi sul sito di Studio.

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Steve Jobs e la guerra contro Android

Il numero di questa settimana di Bloomberg Businessweek ha una copertina eccezionale (eccola) e una cover story ancora meglio, tutta sulla “guerra termonucleare” che Steve Jobs voleva dichiarare ad Android, reo di avere copiato, a suo avviso, l’iPhone di Apple. Ma c’è di più: il conflitto vede due giganti contrapporsi. La mela contro Google. Una guerra che Jobs non ha fatto in tempo a vedere (e, eventualmente, a vincere) ma che potrebbe ridefinire gli equilibri nella Terra di mezzo della Silicon Valley.

P.S. Se state pensando: ommioddio che copertina fantastica, qui c’è la mia intervista al direttore creativo del magazine Usa, Richard Turley.

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Steve Jobs, la cultura e i videogiochi

1990. Steve Jobs parla con Stewart Brand (quello di The Whole Earth Catalog, autore della frase “Stay hungry, stay foolish) per parlare di cultura, biblioteche e tecnologia. Secondo il fondatore della Apple (all’epoca ancora a NeXT), il futuro sarebbe stato nella rete tra archivi storici e biblioteche. Ne abbiamo parlato su Studio.

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L’intervista al biografo di Steve Jobs

Andata in onda ieri su 60 Minutes della CBS. Walter Isaacson a ruota libera su Steve Jobs.

http://cnettv.cnet.com/av/video/cbsnews/atlantis2/cbsnews_player_embed.swf

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Quando Dropbox disse no a Steve Jobs (e alcuni milioni di dollari)

Nel 2009 Dropbox ha rifiutato un’offerta d’acquisto della Apple, che voleva acquisire l’azienda, allora una start up nata da due anni, per “una somma a nove cifre”. Nell’ordine delle decine di milioni di dollari, insomma.
Lo racconta Forbes in un articolo sulla storia del sito che permette di droppare file di tutti i tipi nella nuvola.

Follia o lungimiranza?

(via Techcrunch)

update

E proprio oggi Dropbox ha annunciato di aver accumulato 250 milioni di dollari dagli investitori. La società vale ormai una fortuna, circa 4 miliardi di dollari, secondo il Dealbook del New York Times. Sì, han  fatto bene a rifiutare l’offerta di Apple.

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La copertina quadrupla di Fast Company

I quattro cavalieri.

Questo mese Fast Company, mensile americano, uscirà con quattro diverse copertine dedicate a quattro protagonisti dell’industria tecnologica e informatica. C’è Steve Jobs (ma non è un numero commemorativo, precisa il giornale), Mark Zuckerberg, Larry Page (CEO di Google) e Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon). Cos’hanno questi quattro signori (e quattro società) in comune?

Sempre più spesso le sfere d’azione di queste quattro aziende si stanno incrociando. Stanno creando tutte dispositivi mobili, tutte adocchiano al mercato pubblicitario e, ovviamente, tutte vogliono vendere qualcosa. La loro competizione le sta rendendo sempre più aggressive, più ambiziose e più innovative. Ora stanno tutte preparandosi per aprire un grande squarcio economico, dall’intrattenimento ai media, dalle comunicazioni alla finanza. I CEO che non hanno mai pensato di dover competere con la Silicon Valley si ritrovano ora costretti a reagire alle più recenti iniziative che giungono da Cupertino o Palo Alto o Mountain View o Seattle.

La battaglia dei prossimi anni sarà quindi tra questi marchi colossali (notare l’assenza di Microsoft): una guerra sempre meno sotterranea e fredda che si preannuncia all’ultimo sangue e potrebbe finire con la guerra dei brevetti (*) che sta interessando Apple e Samsung in alcuni Paesi del mondo. Quattro aziende miliardarie  che non conoscono crisi né momenti di flessione. E se fossero l’ultima speranza di un mondo così malconcio? A rispondere Farhad Manjoo, tech columnist di Slate che firma il pezzo di Fast Company.

Ultima domanda: ma se il magazine voleva evitare l’effetto-commemorazione di Steve Jobs perché non ha scelto Tim Cook, CEO di Apple che ha preso il posto dell’allora malato fondatore questa estate, come simbolo della mela morsicata per la sua copertina? Perché “per almeno i prossimi due anni Apple seguirà una strategia messa in essere da Jobs”, quindi sta alla sua eredità decretare il successo nei prossimi anni di vita della Mela.

(*) A tal proposito, un articolo di Paid Content sulla guerra tra bande tecnologiche che sta interessando colossi del settore, una conseguenza inevitabile – pare – dell’era post-PC:

In the PC-era, according to consultant Lisa McFall, tech patent squabbles were a gentlemen’s game played by a few large companies that would enter cross-licensing arrangements rather than face mutually assured patent destruction. Now, the disruptive effects of mobile technology has brought the return of company-to-company litigation that is further fueled by the arrival of patent-holding companies.

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È facile dire “special issue”

Steve Jobs se ne è andato (non lo sapevate?) e i magazine americani si sono sfidati a colpi di special issue. Time, Newsweek, g2 del Guardian, l’Economist (solo la copertina, non tutto il numero). Ma pare che il meglio riuscito sia quello di Bloomberg Businessweek. Tante foto, grandi e belle, una photogallery su carta per un issue che sembra, secondo The Social Costumer, “un libro da salotto, una biografia, un memoriale. Un tributo”. Un lavoro squisitamente grafico, che Jobs avrebbe apprezzato.

Il numero è diviso in tre parti. Biblico. L’ascesa, la caduta e il ritorno.

Di seguito la copertina e alcune foto:

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