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Segnalo PostDesk, una sorta di Longreads/LongForm tutto dedicato alla tecnologia e alla rete. Articoli e saggi ambiziosi, scritti dalla redazione e da una nuvola di collaboratori che lavora al progetto.

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The global network

I movimenti dei dati scambiati e condivisi ogni giorno dagli utenti di Facebook in un’immagine tratta da Internazionale (17/23/12/2010).

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Le priorità umane viste dal web

Dall'Economist

Non è un pensiero, è un bisogno. A volte sembra un’ossessione. Non stupisce quindi che il sesso, sex, sia da sempre la parola più digitata e cercata sul web – la sua colonna portante, dice qualche disfattista – e che di conseguenza la sua URL di riferimento (www.sex.com) sia stata recentemente aquistata per circa 13 milioni di dollari. Possedere quell’indirizzo web è importante e remunerativo, essendo un luogo di passaggio quasi “obbligato” per milioni di persone. Sex.com (e porn.com, terzo classificato con un valore di 9 milioni di dollari) sono l’equivalente in Rete dello Stretto di Gibilterra per gli antichi romani: un luogo mitico, misterioso ed essenziale per il dominio dei mari. Strategico.

Nella classifica dei domini Internet più “preziosi” la prima posizione è quindi elementare, ma anche quelle che seguono rivelano interessi e pulsioni umane nascoste o sottovalutate. Si tratta di una classifica che al di là del peso economico-finanziario risulta interessante come specchio di una società la quale, nascosta dallo schermo del computer, dà libero sfogo alle sue pulsioni.

Subito dopo porn.com ecco diamond.com, un orribile sito che vende pietruzze preziose e precede slots.com, piccolo casino online (nel quale cercare i soldi per i diamanti – presumo sia questa la logica). Poi ecco toys.com e clothes.com, giocattoli e vestiti che preludono ai desideri gastrici: prima la vodka, poi le caramelle. Per sbronzarsi dolcemente.

Il fatto che questi domini siano dei tesori informatici, è una conseguenza del meccanismo che fa funzionare i motori di ricerca. È ovvio che chi vuole sapere qualcosa sulla propria carta di credito, digita il suo nome (Mastercard, Visa e così via); ma chi crea un dominio come creditcards.com (che vale più di due milioni di dollari) lo fa sapendo che sarà uno dei primi risultati dati dal motore di ricerca. E questo significa un altissimo numero di visite. E soldi.

Se si nota, infatti, nessuno dei siti della tabella è il più famoso nel proprio settore: shopping.de non è nulla al confronto di eBay o simili; Fly.com deve vedersela con Ryanair.com et alia; e così via. Nella maggior parte dei casi, anzi, questi siti sono siti-fantasmi, che solo da vetrina e da ricettacolo di visite e ads. Sono esche gettate nel web da abili pescatori, grandi conoscitori dei desideri umani.

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Il web, le nuvole e la CO2

Con la Rete che si espande di giorno in giorno e il boom di smartphones e tablet connesi al web, la questione dell’inquinamento provocato dal flusso di dati Internet si fa davvero seria. Urgente. Anche il cloud computing, le “nuvole” di dati esterni agli apparecchi ma raggiungibili e scaricabili in qualsiasi momento, è un attore chiave nella produzione di CO2 legata al web. È chiaro che più si allegeriscono i device portando programmi e applicazioni in queste banche dati esterne (che sono costituite da server potentissimi sparsi per il globo), più aumenterà frequenza ed entità di ciascuna nostra connessione. Ergo, più inquineremo.

Ogni server, oltre all’elettricità di cui ha bisogno per funzionare, necessita di impianti di raffreddamento sofisticati e, per la cronaca, molto poco green. È stata Greenpeace la prima organizzazione ad intravedere un possibile effetto inquinante nell’esplosione della Rete, facendo notare che pochissimi server sono alimentati in modo rinnovabile. Facebook, per esempio, ha da poco inaugurato un centro-dati alimentato a carbone, inquinantissimo; il plauso ambientalista va invece a Yahoo!, per la creazione di un nuovo server ad energia idroelettrica.

E il futuro?

L’Università di Bristol, Regno Unito, ha fatto un calcolo interessante sul nostro futuro: ha ipotizzato che le persone del mondo sviluppato mantengano lo stesso livello di consumo mediale ma che tutto si traferisca nelle cloud, le nuvole. Spiega Fast Company che i risultati hanno del mostruoso: ognuno di noi utilizzerebbe 3 gigabyte al giorno. Ovvero, secondo gli studi, nel 2030 l’umanità avrebbe bisogno di 2570 exabyte al giorno (1 exabyte è uguale a 1 milione di gigabyte) .

L’energia necessaria per muovere un tale colosso di dati e reti equivarebbe a 1,175 gigawatt. Una quantità preoccupante di energia, se per produrre “un solo” gigawatt d’energia serve la potenza di una grande centrale a carbone.

Come fare?

Uno scenario da incubo che ha spinto i capi ricercatori del programma, Chris Preist e Paul Shabaje, a proporre al IEEE CloudCom 2010, di correggere fin da subito le storture della tecnologia delle nuvole. Puntando su server e sistemi più eco (Yahoo! è un buon modello) ma soprattutto sviluppando banche dati sempre più “intelligenti“. L’obiettivo è fermare lo “spreco digitale”, puntando per esempio su tecnologie simil-Dropbox, in cui un file caricato da più persone viene salvato in una sola copia (se ne parla approfonditamente qui).

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