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La copertina quadrupla di Fast Company

I quattro cavalieri.

Questo mese Fast Company, mensile americano, uscirà con quattro diverse copertine dedicate a quattro protagonisti dell’industria tecnologica e informatica. C’è Steve Jobs (ma non è un numero commemorativo, precisa il giornale), Mark Zuckerberg, Larry Page (CEO di Google) e Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon). Cos’hanno questi quattro signori (e quattro società) in comune?

Sempre più spesso le sfere d’azione di queste quattro aziende si stanno incrociando. Stanno creando tutte dispositivi mobili, tutte adocchiano al mercato pubblicitario e, ovviamente, tutte vogliono vendere qualcosa. La loro competizione le sta rendendo sempre più aggressive, più ambiziose e più innovative. Ora stanno tutte preparandosi per aprire un grande squarcio economico, dall’intrattenimento ai media, dalle comunicazioni alla finanza. I CEO che non hanno mai pensato di dover competere con la Silicon Valley si ritrovano ora costretti a reagire alle più recenti iniziative che giungono da Cupertino o Palo Alto o Mountain View o Seattle.

La battaglia dei prossimi anni sarà quindi tra questi marchi colossali (notare l’assenza di Microsoft): una guerra sempre meno sotterranea e fredda che si preannuncia all’ultimo sangue e potrebbe finire con la guerra dei brevetti (*) che sta interessando Apple e Samsung in alcuni Paesi del mondo. Quattro aziende miliardarie  che non conoscono crisi né momenti di flessione. E se fossero l’ultima speranza di un mondo così malconcio? A rispondere Farhad Manjoo, tech columnist di Slate che firma il pezzo di Fast Company.

Ultima domanda: ma se il magazine voleva evitare l’effetto-commemorazione di Steve Jobs perché non ha scelto Tim Cook, CEO di Apple che ha preso il posto dell’allora malato fondatore questa estate, come simbolo della mela morsicata per la sua copertina? Perché “per almeno i prossimi due anni Apple seguirà una strategia messa in essere da Jobs”, quindi sta alla sua eredità decretare il successo nei prossimi anni di vita della Mela.

(*) A tal proposito, un articolo di Paid Content sulla guerra tra bande tecnologiche che sta interessando colossi del settore, una conseguenza inevitabile – pare – dell’era post-PC:

In the PC-era, according to consultant Lisa McFall, tech patent squabbles were a gentlemen’s game played by a few large companies that would enter cross-licensing arrangements rather than face mutually assured patent destruction. Now, the disruptive effects of mobile technology has brought the return of company-to-company litigation that is further fueled by the arrival of patent-holding companies.

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Il destino di Facebook è diventare la nuova Yahoo?

Se lo chiede Mike Elgan di Datamation, che ha notato come gli ultimi sviluppi del social network siano stati delle scopiazzature di Twitter (il pulsante subscription) e Google+ (Smartlist, una rimediazione delle cerchie della Grande G). Se questa nuova indole piace molto a Farhad Manjoo di Slate, che l’ha lodata e ne ha cantato le lodi, Gootenberg preferisce l’analisi di Elgan, secondo cui Fb non è condannato all’oblio (d’altronde, Yahoo è ancora in vita) ma semplicemente rischia di perdere quella genialità creativa che ha fatto di Maek Zuckerberg un miliardario di successo appena ventenne.

Dopo la rivoluzione di Facebook, quindi, comincia la restaurazione: i profitti rimangono alti, altissimi, e vanno mantenuti tali. Ergo, copiamo la concorrenza, per evitare che ci distrugga. Così facendo, però, si perde quella visione strategica che ha reso grande il sito, e si creano prodotti di dubbio senso come Deals, Places e l’email @facebook.com.

Zuckerberg e soci, del resto, se lo possono permettere: gli affari vanno a gonfie vele (nel secondo trimestre 2011, i ricavi sono raddoppiati) e 750 milioni di utenti non sono di certo pochi. Eppure, suggerisce Elgan, la somiglianza tra i due colossi non è campata in aria, visto che Facebook ora sembra non avere una visione del futuro chiara – proprio come Yahoo.

Yahoo non ha una visione. Non ha uno scopo. Non è necessario. Yahoo rimane in vita come uno zombie, animato dalla vita che era solito avere. Ed ecco cosa sta diventando Facebook. Certo, continuerà ad avere utenti. E, certamente, a fare soldi. Ma Facebook somiglia sempre più a un tipo intelligente che non è in grado di reinventarsi per l’era post-Facebook.

E così si limita a copiare la concorrenza, anche se per ‘concorrenza’ si parla di Plus. Da Facebook ci si aspetta di più.

 

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Mark Zuckerberg sulle dimissioni di Steve Jobs da CEO di Apple

Per il fondatore di Facebook non c’è modo migliore di celebrare Steve Jobs nel giorno delle sue dimissioni che… diventare suo fan su Facebook.

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Perché Facebook deve temere l’accordo tra Google e Hulu

Hai voglia di vederti un film dei Monty Phyton e ti ricordi di avere un amico fan dei comici inglesi che attualmente lavora in Australia (chi non ha un amico lì in fondo, di questi giorni?). Potrebbe essere un problema insormontabile (la distanza, il fuso orario, il costo del biglietto aereo). Google però ha deciso di reagire fortemente allo strapotere di Facebook e, secondo alcuni rumors, sarebbe l’acquirente misterioso di Hulu, il servizio di video streaming che include film, serie televisive e clip non presenti su YouTube (che è a sua volta di Google). Se la notizia fosse vera — e l’affare andasse a buon fine — le conseguenze sarebbero notevoli: la Grande G avrebbe modo di creare una sinergia tra i due siti di video streaming, innazitutto; e potrebbe potenziare la sua novità anti-Facebook, Google Plus, con Hulu.

Come? Con la funzione Hangout, che consente di creare delle video-chat collettive tra amici di una stessa “cerchia” in Google+. I quali possono anche gustarsi un video assieme, mentre nella parte bassa dello schermo possono vedere le reazioni alla clip degli altri amici. Una serata al cinema, online.

Quest’ultima opzione è già attiva con i video di YouTube ma, come scrive l’Atlantic Wire, immaginarla in un mondo in cui la Grande G possiede Hulu è interessante. Facebook può cominciare a preoccuparsi. Il motore di ricerca ha infatti deciso di usare le risorse da gigante per contrastare l’ascesa di Zuckerberg.

Ecco una schermata di Google Hangout (da notare la somiglianza tra Plus e Facebook).

I numeri ci sono: Google ha già ora più utenti del social network (1 miliardo contro 713,6 milioni, dati ComScore) ma continua a perdere rovinosamente quando si calcolano la media dei minuti di permanenza degli utenti nel sito. In questo caso Facebook domina la competizione: 350,3 minuti contro i 197,4 dell’intero gruppo Google. Il nuovo progetto Plus serve soprattutto ad aumentare la cifra, coinvolgendo il miliardo di utenti a rimanere all’interno del network dell’azienda, una cosa facilitata dalla nuova barra nera, più definita e accattivante. L’obiettivo è il circolo virtuoso in cui l’utente rimbalza da un angolo all’altro dell’universo G: da Gmail a Blogger; da Youtube a Google +.

Nick O’Neill ha spiegato su All Facebook (un blog tutto su Facebook, come si può immaginare) la potenza del network Google, dicendo che il progetto di Plus non è quello di fare scappare utenti da Facebook in favore del nuovo social network. No, il meccanismo è più subdolo. Gli utenti , infatti,

spenderanno solo più tempo nei siti del network di Google. E la ragione è quel grande box delle notifiche in alto a destra di tutti i suoi siti. Mentre navigo sui siti di Google c’è questa spia rossa che spunta di tanto in tanto e cattura subito la mia attenzione. Subito dopo clicco sulle varie notifiche e guardo quello che i miei amici hanno condiviso o chi ha cominciato a condividere le sue cose con me ultimamente.

E il circolo vizioso è servito. Se vi si aggiunge Hangout e il possibile acquisto di Hulu, il risultato è: E ora Facebook che fa? La risposta è giunta in poche ore: Mark Zuckerberg ha dichiarato che il 6 luglio il suo sito presenterà un qualcosa di “awesome“. Secondo il ben informato TechCrunch la novità “fichissima” sarà una video-chat in collaborazione con Skype. Due colossi (l’ultimo dei quali da poco acquistato da Microsoft per 8,5 miliardi di dollari) che reagiscono al risveglio del gigante ferito ma grintoso più che mai.

Non se ne sa molto, comunque: forse sarà possibile solo per gli utenti già iscritti a Skype, forse sarà un componente desktop, “ma è chiaro che ci sarà una profonda integrazione tra i prodotti e, dal punto di vista dell’utente, il prodotto sarà un’esperienza interna al browser”, scrive il giornale online americano.

Ha ragione il Financial Times quando dice che Google Plus “sembra l’inizio di una lunga guerra”: un conflitto che interessa i due giganti della Rete e promette di essere lo scontro finale.

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100 miliardi per Facebook

Facebook sta pianificando la sua entrata in borsa. I timori di una nuova tech bolla, aggravati dalla recente maxi-quotazione di LinkedIn e gli 8 miliardi spesi da Microsoft per Skype, trovano nuove ragioni per resistere. L’offerta iniziale pubblica sarebbe di 100 miliardi di dollari. A inizio 2010 l’azienda il valore del social network fu stimato di 14 miliardi dollari da SecondMarket.

A differenza di altre aziende (Skype), però, Facebook fa profitti enormi.

La domanda a questo punto è solo una: “Gootenberg, sborseresti un minimo di 100 miliardi per Facebook?” Sì, e non vi nascondo di starci pensando.

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Facebook si fa bello per entrare in Cina

Primi approcci all'Oriente

“In alcune occasione ci siamo trovati in posizione scomode perché stiamo permettendo, forse, troppa libertà in paesi che non ne hanno mai avuta.”

Adam Conner, lobbista di Facebook

“Noi abbiamo quest’idea di libertà di parola che amiamo e sosteniamo su Facebook, è una delle cose che stiamo cercando di stimolare di più, insieme alla trasparenza. Ma altri paesi hanno loro standard diversi rispetto questo… Credo si debba essere davvero sensibili culturalmente e capire come gli altri pensano realmente.”

Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook

Facebook si prepara a entrare nella rete cinese, scrive il Wall Street Journal. Si nota?

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Ok, ora basta scherzare. Perché l’app di Facebook fa così schifo?

"Grazie mille, le faremo sapere."

L’app di Facebook (se app si può definire) è uno dei misteri irrisolti del web. Scomoda, brutta, limitata e limitante, è lì da sempre, ben lungi da cambiamenti (altro che update, un esorcismo ci vorrebbe.) Chi l’ha usata sa di cosa parliamo: che una piccola azienda sbarchi sugli smartphones con un software incerto e zoppicante, è cosa perdonabile; ma quando lo fa il secondo sito al mondo, dopo lo sgomento arriva il mistero.

Perché è di questo che si tratta: un mistero. Facebook sa che il mercato mobile è una miniera d’oro — d’altronde la sua app è la più scaricata dell’AppStore — e si rende conto che i social network  sono a misura di una tasca e progettati per accompagnare gli utenti ovunque vadano. Eppure, Essa (l’app) rimane lì: immobile, immutata, terribile. Essa finisce per dare spazio alla concorrenza, favorendo il fiorire di app non ufficiali spesso ben riuscite, che fanno sembrare quella di Cupertino proprio ciò che è: un mezzo di fortuna.

Per i possessori di iPad la situazione è ancora più strana: Facebook non ha previsto un’applicazione per tablet, quindi si deve ricorrere al tasto x2, per entrare in una modalità tutto schermo che è un inno ai quadratoni pixel. Oppure — decisione saggia — si può optare per Friendly, software non ufficiale ma ben fatto.

L’handicap mobile di Facebook lascia stupefatti se si passa a Twitter, che invece dispone di un’app per iPhone e una per iPad. Quella per tablet (l’unica che Gootenberg ha potuto usare) è un gioiello da 8,5: intuitiva, bella, veloce, non conosce crash né bug. Le app di Twitter sono Twitter e lo rappresentano al meglio: veloce, frenetico ma aperto al mondo. Il browser interno, croce e delizia di ogni programmatore, è veloce e pratico. Sembra strano a dirsi ma ci si può veramente navigare. Rara avis.

Certo, Twitter è il mobile, è nato per seguire gli utenti e non può permettersi d’inciampare proprio nel suo core-business. Ma comunque.

Da quando Facebook può permettersi di fossilizzarsi nei pc, senza aprirsi ai nuovi media? Zuckerberg ha deciso di lasciare la questione in folle e lasciare ad altri il compito di dare al suo social network un’applicazione di questo nome? Probabilmente la società è impegnata a progettare un qualcosa che sia un modello di riferimento per gli anni a venire, e (è la mia supposizione) ci sta spendendo tempo. L’azienda è conscia di non avere fretta: prodotto del momento, non vede pericoli o crisi all’orizzonte e può permettersi il lusso della calma.

Avere 700 milioni di iscritti conta. Essere paragonata a una nazione (per popolazione, potere e giro economico), pure. Infatti, nonostante la sua pessima qualità, l’app ha da poco superato il mezzo milione di download.

Ma la bonaccia non può continuare a lungo. Facebook deve imparare da Twitter e fornire un prodotto degno di se stessa. Un’app degna del sito che sta facendo dannare Google.

Tutto il mondo è fuori a giocare, Mark Zuckerberg, perché vuoi rimanere davanti al tuo pc?

update 17/06 Facebook annuncia distare ultimando (finally) ad un’app per iPad, scrive il New York Times. Come scritto su questo post, Fb c’ha messo molto per crearla, circa un anno. Speriamo che ne approfitti per migliorare anche quella per iPhone.

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