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Vendere il Kindle in Italia

Amazon sta pubblicizzando il suo e-reader, Kindle, sul blog di Beppe Grillo. Il banner presenta uno slogan che riprende una delle più celebri battaglie del comico-blogger-politico wanna be, quella sul finanziamento pubblico ai giornali. Da notare l’enfasi su quel “di carta” per cui il Kindle sarebbe la soluzione al problema.

PS Apprendo con piacere che – a quanto pare – Beppegrillo.it è il primo magazine solo online. Qualcuno lo dica a quelli di Salon.com

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L’Huffington Post arriva in Italia, lo dice Arianna Huffington

Se ne parla da un po’ (le famose voci di corridoio) ma l’Huffington Post, dopo aver aperto edizioni in Canada, Inghilterra e (presto) in Spagna, si sta preparando al Belpaese. La prova? Viene da Arianna Huffington in persona ed è contenuta in questo bel pezzo di Capital New York in cui si tirano le fila del sito a nove mesi dall’operazione di fusione con AOL.

Ecco il brano incriminato:

Poco prima delle tre di pomeriggio di lunedì, la presidentessa 61enne dell’HuffPo, di cui è direttrice e co-fondatrice, ha avuto un meeting con alcuni italiani di una società di media con sede a Milano con cui il sito, che sta cercando di esportarsi globalmente, sta cercando un accordo. La Huffington ha portato i suoi amici italiani a pranzo e a fare un giro del quartiere generale dell’HuffPO (…) mentre discuteva del potenziale di un’allenaza per portare il brand in Italia.

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Perché l’Italia è in questa situazione – e perché è davvero grave

Crescita zero, mercato del lavoro fallimentare e nessuna idea su come reagire, dice Business Insider. Che mostra come il nostro Paese sia in un brutta situazione con questo grafico. Aiuto.

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La nuova copertina dell’Economist su Berlusconi

Still unfit to lead Italy

Quattordici (14) pagine sull’Italia di Berlusconi. La scorsa settimana lo stesso spazio era dedicato all’Australia, descritta come the next golden state. A noi va un po’ peggio. Dopo il Basta Bunga Bunga del New Yorker, ecco un’altra batosta mediatica internazionale (l’ennesima — non è una novità) per Berlusconi. E tutti noi.

Qui il corsivo che accompagna il report; qui invece una sua parte, con mappe e grafici.

update

Stefano Menichini su Twitter nota che il Corriere della Sera ha edulcorato il titolo: “screwed non vuol dire ‘fregato'”, precisa. Vuol dire proprio “fottuto”. Rende meglio l’idea.

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Solution is the only revolution

Il fiorire della protesta in Spagna di questi giorni diffondendo l’idea che l’Europa avrà presto una sua piazza Tahrir. L’Italia, espertissima in piazzali Loreto (that’s amore) si sta facendo contagiare, invocando un’italian revolution, che ha già la sua bella hashtag su Twitter (ah be’, quand’è così — cit.), si espande su Facebook e finisce per risultarci comica.

Col tempo Gootenberg ha sviluppato forti dubbi nei confronti del rivoluzionismo (?). La simpatia e la solidarietà che esprimo ai popoli nordafricani (molta) non riesce a scaricarsi anche nei loro malfermi, precari emuli italiani. Ogni realtà ha le sue caratteristiche e una piazza piena di persone (per quanto strepitose) non fa primavera, figuriamoci un mondo migliore.

Senza contare che il tutto è appoggiato da Anonymous Italia, che organizzerà una serie di eventi per portare una brezza di Maghreb anche sotto er cupolone — e non solo. (Di Anonymous abbiamo già parlato in questa e questa occasione). Nessuno sembra notare che le differenze tra il nostro paese e il Maghreb sono tante e pesanti. A differenza degli Stati africani che si sono recentemente ribellati, noi una democrazia ce l’abbiamo: se non si vede è perché è sepolta da tonnelate di problemi. Cerchiamo di risolverli, prima. Meno hashtag, più idee.

Pace.

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Il digital divide dalle Alpi in giù

Il giornalismo anglosassone sta da anni puntando sul web. La recente acquisizione da parte di Aol (American On Line) di The Huffington Post ne è l’ultima prova, visto soprattutto il prezzo concordato per la cessione: 315 milioni di dollari. Tale stellare somma non può che far arrossire gli epigoni italici e premiare l’arguzia dei fondatori dell’HuffPost (i cui costi iniziali erano un 315esimo ma è un’occasione per ripensare all’aretrattezza culturale e tecnologica del nostro paese.

Ne parla Editors Weblog in un articolo dal titolo poco ermetico (“Is Italy ready for the web?”) nel quale sfilano le maggiori personalità del nostro giornalismo online (Tito Boeri e laVoce.info; Luca Sofri de ilPost.it; e Paolo Madron direttore di Lettera43) e che è una bella riflessione – per quanto amara – della nostra condizione.

È soprattutto il paragone con la “concorrenza” straniera a risultare frustrante. E quando Sofri Jr. spiega che dopotutto l’italiano è parlato poco all’estero e quindi il suo campo d’azione è ristretto pressoché alla sola penisola italica – e ciò si ripercuote nel giro di visite – non si può che convenire con lui. Ma rimane, al di là degli alibi, l’angosciante digital divide (culturale, prima che infrastrutturale) a costringerci al mumble mumble.

Nell’ultimo anno e mezzo il panorama è cambiato: sono comparse molte testate (già nominate) e alcune di nuove e promettenti, come Linkiesta. Ma questo affollamento, per quanto lodevole e vettore di speranza, sembra occupare uno spazio molto ristretto, che appena nato è già saturo. A dominare le news del web sono i siti relativi a giornali cartacei (Repubblica.it con 1.592.283 visitatori unici al giorno e Corriere.it con 1.326.601, dati Audiweb): i giornali nati-nel-web-per-stare-nel-web sono un mistero per un’enorme fetta della popolazione.

Ciò non deve stupire, infatti:

il popolo italiano non legge i giornali;

l’Italia è una delle pochissime nazioni in cui l’uso della Rete ultimamente è calato sotto il giogo della Tv.

Una combinazione di fenomeni che crea un cocktail micidiale al quale ognuno di noi deve reagire, per quanto possibile.

***

Una curiosità. Nell’articolo vengono citati anche Dagospia, Affari Italiani (il primo giornale on line italiano – respect) e il caso di Bebbe Grillo. Scritto proprio così: bebbegrillo.it.

 

 

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