Archivi tag: il post

Il Vangelo secondo Leonardo

Leonardo Tondelli, a capo di “uno dei più verbosi blog italiani”, Leonardo appunto, è da poco entrato nel club dei blogger de Il Post. E lo ha fatto nel modo migliore: reinventandosi. La sua pagina nel giornale online diretto da Luca Sofri, infatti, è tutta dedicata alla Bibbia e al Cristianesimo, con lunghi profili di santi, evangelisti e simili. Il risultato sono post belli e interessanti, mai banali, in cui si parla di religione senza per forza cedere alla blasfemia o a Medjugorje.

Da non perdere il post su San Giovanni Damasceno, un santo arabo. O l’ultimo in ordine di tempo, una bella analisi sul libro di Giovanni, l’evangelista che avrebbe trasformato la sua testimonianza in “fan fiction”, concentrandosi sul carattere dei personaggi con tale cura da renderlo un autore HBO ante litteram e modificando la trama quel tanto che basta per creare un racconto più avvicente – e in cui l’autore stesso fa sempre bella figura. Un vangelo strano, quello di Giovanni, eppure citatissimo. Scritto dall’ultimo evangelista a morire (anche se veniva ritenuto immortale), pare abbia sofferto particolarmente il tempo, tanto che i fatti sono nattati in modo completamente diverso rispetto a quello dei suoi colleghi. Tondelli parla anche di Ponzio Pilato, che nel vangelo in questione dice cinque frasi cinque, e non ne sbaglia una: Sei tu il re dei Giudei? Quid est veritas? Costui o Barabba? Ecce Homo! Quel che ho scritto ho scritto.

È anche così che si costruisce una religione: lavorando sui dialoghi.

Lascia un commento

Archiviato in cultura

Governo tecnico e klingon

Una parte della lunga tavola di Makkox per il Post di oggi. (via Skiribilla)

Lascia un commento

Archiviato in fumetto

Scusa cara ma gli hashtag mi hanno dato alla testa

Come tutto ebbe inizio.

Franco Bechis, vicedirettore di Libero che scrive su Twitter che, stando a delle sue fonti interne e “alte” nel PdL, Berlusconi si dimetterà entro domani. Poi Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, che rincara la dose, affermando che la fine del governo è questione di ore. Nel frattampo, sui social network (Twitter in particolare) è il delirio. E in borsa, uguale (tanto che Bechis viene accusato di aggiotaggio – non da una procura: dalla ggente).

Una giornata strana, quella di oggi. Altalenante, anche al di là dello spread. Tra l’illusione di una fine che (forse) dopo quasi vent’anni un po’ meritiamo, quantomeno per quella pietas che pensiamo esista da qualche parte; e l’amarezza per una news rivelatasi hoax-o-quasi. Una giornata che consegna a tutti noi un meritato gagliardetto con su scritto “boccalone”.

E fa bene il Post a definirla, in un editoriale con tanto di scuse ai lettori(*), “stupida”. Così come fa bene Arianna Ciccone, boss di Valigia Blu e organizzatrice del bellissimo Internation Journalism Festival di Perugia, a definirla di portata storica, almeno per gli albi giornalistici che tratteranno di questi anni (per dire: non è il Watergate. Ma nemmeno un po’). È una giornata “storica” perché segna la sconfitta di chi vuole informare e chi vuole essere informato: abbiamo creduto che un tweet-retroscena desse vita a un evento storico, e invece eccoci qui, con Silvio Berlusconi che dice di voler vedere in faccia i suoi traditori (la frase in corsivo è da leggersi con sottofondo musicale degno: Twin Peaks Theme mi sembra ok).

Mentre politica e finanza si riconfermavano boccaloni almeno quanto noi nel seguire le indiscrezioni di Bechis – ed ecco lo spread che ci accorcia e poi si allarga e così via – i social network erano invasi da hashtag di grande successo. Chiariamo una cosa: la tweet-reazione non ha causato il turbillion di cui scriviamo. Ne è stata conseguenza. E parziale carburante, à la benzina sul fuoco 2.0. Ma il fenomeno di alcune etichette come #dimissioni, #acasa, #vivalafuga e #aeiouy non è da sottovalutare. Non solo perché #dimissioni ha scalato la classifica dei trend MONDIALI (una cosa che non si vedeva – credo – dai tempi del referendum su acqua-nucleare-ecc., arrivando financo a duellare con #JustinBieber); ma anche perché hanno creato una discussione globale che è stata interessante. E divertente. E diversa dal solito: appena un anno fa, il tutto si sarebbe svolto su Facebook. Qualcuno avrebbe aperto un gruppo ironico (“Franco Bechis avrà più fan del tizio con cui parla al telefono e registra a sua insaputa” o qualcosa simile) e migliaia di persone vi si sarebbero iscritte. Stop, fine delle trasmissioni in una marea di like e trollate.

Oggi invece il fantomatico “popolo della rete” ha assistito da lettore e cittadino a notizie e rivelazioni che dei giornalisti professionisti, iscritti all’albo, pubblicavano. Il dramma è che la cosa è stata presa sul serio da tutti. Per ore. Anche dai giornali esteri che, poverini, credono che il retroscena italiota sia giornalismo e non un bel gioco di penna (era successo pochi giorni in fa, quando l’agenzia Bloomberg riprese un articolo di Francesco Bei su Repubblica in cui si parlava di – indovinate – Berlusconi e dimissioni. E anche in tal caso, fu Twitter a scatenare l’effetto-valanga. Ne scrisse saggiamente Francesco Costa).

Lezioni per il futuro: attenti a Bechis, che registra; attenti a Ferrara, che è Ferrara; e quando anche la più autorevole delle testate straniere riprende un articolo italiano, chiedetevi: “Ma questo articolo ripreso da, per esempio, il Washington Post, lo pubblicherebbe mai, il Washington Post?

Infine, alla luce di tutto questo e soprattutto del Silvio Immobile, ecco l’hashtag per domani: #merdanelventilatore

(*) Sì, al Post quando sbagliano chiedono scusa. Ma pensa te, che gente.
 

1 Commento

Archiviato in politica, social network

Il libro di Makkox con le vignette de ilPost.it

Un volume che raccoglie tutte le vigne di Makkox per ilPost.it, presto in uscita per Bao Publishing. La retrocopertina del libro è questa meraviglia qui.

(C’è anche una versione delux con carta pregiata e cosine disegnate a mano da D’Ambrosio, tutte le info qui.)

Mentre qua c’è il pezzo con cui il disegnatore presenta l’opera e spiega com’è passata dal disegno alla satira politica.

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Il (nuovo) Post.it

Da oggi il Post, giornale on line fondato e diretto da Luca Sofri, ha un aspetto del tutto nuovo.
La barra principale è stata riordinata, il logo spostato dal centro a sinistra per spalmare categorie e pagine orizzontalmente, rendendole più visibili. Il risultato è una buona barra di navigazione che ricorda il nuovo Gawker e si mantiere semplice.

In generale è stata premiata l’eleganza e la cura grafica. La pagina è divisa in tre sezioni verticali (divide et impera) e il box dedicato ai blog, ridimensionato, è andato a contaminare la sezione news (a sinistra). Un buon modo per amalgare i contenuti di un giornale on line, troppo spesso tenuti separati come l’acqua e l’olio.

Ogni blog è stato personalizzato, togliendo un po’ di grigiore all’insieme. Più colori, più libertà grafica: un giornale che diventa un ometto. Sono nate anche nuove sezione specializzate come CelebrityPost e La Domenica Sportiva.

Molto bella anche la copertina, che rimane organizzata con una foto grande a presentare la notizia principale e che ospita sopra di sé tre titoli senza immagini, in una sorta di hot news menù. Un elemento che era già stato introdotto ma che ora guadagna decenza grafica.

La sezione “post-it”, collezione di news e link dal web in tempo reale, molto curata e imperdibile, perde un po’ di spazio e non è più contenuta dal boxino azzurrino che faceva tanto Fatto Quotidiano. Sopra a tutto, all’estrema destra, la Contea di Makkox, che mantiene il suo posto fisso in (meritata) evidenza.

La sezione fotografica guadagna un box tutto suo e, in generale, l’azzurro diminuisce la sua presenza nella pagina per lasciare spazio ai più minimalisti bianco e nero — con l’aggiunta del giallo per alcuni titoli.

Un ottimo restyling all’insegna dell’usabilità (termine che detesto ma che fa fico usare) con un occhio sempre attento all’estetica. Sembra proprio quel genere di lavori al quale c’ha lavorato gente brava. Robe da pazzi.

E un bel modo di festeggiare il primo compleanno del giornale.

Lascia un commento

Archiviato in giornalismo

Il digital divide dalle Alpi in giù

Il giornalismo anglosassone sta da anni puntando sul web. La recente acquisizione da parte di Aol (American On Line) di The Huffington Post ne è l’ultima prova, visto soprattutto il prezzo concordato per la cessione: 315 milioni di dollari. Tale stellare somma non può che far arrossire gli epigoni italici e premiare l’arguzia dei fondatori dell’HuffPost (i cui costi iniziali erano un 315esimo ma è un’occasione per ripensare all’aretrattezza culturale e tecnologica del nostro paese.

Ne parla Editors Weblog in un articolo dal titolo poco ermetico (“Is Italy ready for the web?”) nel quale sfilano le maggiori personalità del nostro giornalismo online (Tito Boeri e laVoce.info; Luca Sofri de ilPost.it; e Paolo Madron direttore di Lettera43) e che è una bella riflessione – per quanto amara – della nostra condizione.

È soprattutto il paragone con la “concorrenza” straniera a risultare frustrante. E quando Sofri Jr. spiega che dopotutto l’italiano è parlato poco all’estero e quindi il suo campo d’azione è ristretto pressoché alla sola penisola italica – e ciò si ripercuote nel giro di visite – non si può che convenire con lui. Ma rimane, al di là degli alibi, l’angosciante digital divide (culturale, prima che infrastrutturale) a costringerci al mumble mumble.

Nell’ultimo anno e mezzo il panorama è cambiato: sono comparse molte testate (già nominate) e alcune di nuove e promettenti, come Linkiesta. Ma questo affollamento, per quanto lodevole e vettore di speranza, sembra occupare uno spazio molto ristretto, che appena nato è già saturo. A dominare le news del web sono i siti relativi a giornali cartacei (Repubblica.it con 1.592.283 visitatori unici al giorno e Corriere.it con 1.326.601, dati Audiweb): i giornali nati-nel-web-per-stare-nel-web sono un mistero per un’enorme fetta della popolazione.

Ciò non deve stupire, infatti:

il popolo italiano non legge i giornali;

l’Italia è una delle pochissime nazioni in cui l’uso della Rete ultimamente è calato sotto il giogo della Tv.

Una combinazione di fenomeni che crea un cocktail micidiale al quale ognuno di noi deve reagire, per quanto possibile.

***

Una curiosità. Nell’articolo vengono citati anche Dagospia, Affari Italiani (il primo giornale on line italiano – respect) e il caso di Bebbe Grillo. Scritto proprio così: bebbegrillo.it.

 

 

Lascia un commento

Archiviato in giornalismo