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Il paywall del Boston Globe

Il sito del The Boston Globe, quotidiano di proprietà del New York Times, è da sempre raggiungibile presso Boston.com. La società però ha lanciato un nuovo prodotto online, BostonGlobe.com, che sarà a pagamento, ed è stato pensato per chi “vuole leggere le storie dall’inizio alla fine”, ha spiegato Marty Baron, direttore del giornale.

Il nuovo sito è pensato per chi vuole una maggiore qualità, anche visiva, nell’informazione, spiega Poynter. C’è più spazio per le foto e i video, e l’interfaccia è stata riordinata per renderne migliore la fruizione. Boston.com rimarrà free e sarà il punto d’arrivo per gli utenti casuali e meno addicted alle news; BostonGlobe.com sarà invece il luogo per chi esige qualità.

Fino a settembre il nuovo sito sarà gratuito e liberamente accessibile: da ottobre comincia l’avventura.

I prezzi

Memore dei buoni risultati del paywall del New York Times, le tariffe saranno piuttosto buone: 3,99 alla settimana e, a differenza del Nyt, non prevede un numero massimo di articoli gratis.

Un’altra battaglia nella guerra tra il prestigio del gruppo New York Times e la gratuità à l’Huffington Post.

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Aol, la cacciata di Michael Arrington e la situazione a TechCrunch

Il team di TechCrunch.

Mg Siegler, blogger di TechCrunch, ha appena firmato un lungo post in cui annuncia “la morte di TechCrunch” come lo conosciamo. Il tutto nasce dal licenziamento del fondatore del sito d’informazione tecnologica Michael Arrington, deciso da Aol (America On Line), azienda che l’ha acquisita un anno fa e recentemente ha acquistato l’Huffington Post.

Ora Siegler attacca la manovra del colosso web direttamente dai bit di TechCrunch, denunciando come nessuno della staff sappia cosa ne sarà del sito: “ne siamo fottutamente all’oscuro”, scrive senza barocchismi.

Il motivo dell’allontanamento di Arrington è CrunchFund, una società d’investimento operante nel settore tech e di sua proprietà, che Aol ha giudicato come un possibile conflitto d’interessi. Il timore è che TechCrunch possa recensire positivamente una società solo perché il fondo vi ha investito.  Siegler tenta però di smontare la teoria, spiegando che

se Mike tentasse di farmi scrivere un post irragionevole su una compagnia su cui ha investito, io riderei di lui. Comunque lui non lo farebbe mai.

Una situazione “offensiva” a cui Aol vuole porre rimedio piazzando al posto di Arrington un suo uomo, eventualità che Spiegel definisce “un fottuto errore”:

se AOL caccia via Mike e prova a piazzare il suo despota, potrebbe non apprezzarne le conseguenze. Potrebbe funzionare ma mai con la stessa precisione che stiamo avendo in questo momento.

Il lungo post si rivela uno sfogo su un argomento molto controverso (il conflitto d’interessi c’è, a nostro avviso – che Arrington sia un santo che non ne sente il peso, questo è un altro discorso) che però è una dimostrazione dell’attaccamento del team a TechCrunch. E del coraggio di Spiegel, che stila una letterina piena di fuck e fucking e la indirizza al gigante AOL, suo datore di lavoro.

update

Arrington si unisce alla polemica proponendo un aut aut ad AOL: mantenere la promessa d’indipendenza editoriale a TechCrunch o ridare indietro il blog ai suoi possessori precedenti.

E così sto scrivendo questo all’ultimo minuto per fare sapere a voi, i nostri lettori, prima che lo sappiate dalla stampa. Non lo so, forse spero che la voce collettiva di milioni di lettori fedeli possa far cambiare idea all’azienda. Forse è ingenuo. Ma vale la pena provare. Lo dobbiamo a Mike.

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Le immagini del debito Usa

L’Huffington Post spiega bene a quanto ammonta il debito americano, attualmente. Lo fa creando pile virtuali di mazzette di dollari. Ogni mazzetta, 10mila verdoni. Ed ecco la montagna di soldi (15 trilioni di dollari) che è – e sarà – il debito pubblico statunitense.

Qui trovate altre immagini.

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HuffDeontologia

L’Huffington Post è geniale nell’ottimizzare i propri pezzi e titoli a favore di motore di ricerca. La tecnica si chiama Search Engine Optimization (SEO). Ne abbiamo parlato spesso, ma ieri un articolo dell’HuffPo ha guadagnato tutta la mia attenzione, riportando l’argomento SEO in auge.

L’articolo in questione è un ottimo esempio della filosofia HuffPo, sito attualmente più visitato di quello del New York Times (che ha il paywall, però), e una valida spiegazione di come un sito di news discreto è riuscito a superare la Grey Lady.

Si tratta di una photogallery sui “13 trucchi per far durare di più batteria di uno smartphone”, articolo che attualmente il primo risultato di Google per la chiave di ricerca “battery last longer smartphone” — tutte parole non a caso contenute nel titolo — dove vi rimarrà a lungo, essendo creato ad hoc per la pole position nei motori di ricerca.

La condotta del giornale di Arianna Huffington è eticamente discutibile, come ha scritto Farhad Manjoo su Slate. Non solo perché, per ottimizzare il proprio sito, si farciscono gli articoli di parole-chiave molto digitate, che fanno aumentare il ranking delle loro pagine in Google & Co. (una cosa che un giornale on line, vivendo di click, deve fare). Ma perché, come nel caso in esame, creare una gallery che risponda alle esigenze di milioni di persone (“Mi si sta scaricando l’iPhone, come faccio ora?”) non significa fare giornalismo o dare importanti consigli su come conservare l’energia nei smartphones. Vuol dire semplicemente scegliere delle foto a bassa qualità e aggiungerci didascalie banali come: “metti in modalità uso in aereo, risparmierai la batteria” o “ricordati da chiudere le app che hai aperto e non usi più” o, ancora, “disattiva il wi-fi”.

Ottimizzare il prodotto è una cosa normale, prassi comune nelle redazioni di tutto il mondo. L’HuffPo però si sta facendo dettare l’agenda da Google Trends. E questo non è normale né professionale.

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Arianna Huffington invade il Canada

Dal New Yorker ("The Oracle")

Da poche ore la versione canadese dell’Huffington Post è online con editoriale di Arianna H. sul perché della scelta:

I canadesi non sono nuovi all’Huffington Post: 1,5 di loro ci hanno visitati a marzo. Così iniziare la nostra espansione internazionale al nord del confine era una cosa ovvia — specie dopo che un sondaggio sui nostri visitatori dal Canada ha scoperto che l’80% di loro era interessato ad una sezione di news canadesi e il 71% ci avrebbe visitato più spesso se avessimo coperto le news di quel paese.

L’articolo d’apertura è bello e battagliero (“CYBER FAIL”), tutto su come il governo canadese sta affrontando diritti, doveri e rischi del cyberspazio. Cioè, secondo l’HuffPost, male e tardi.

***

Nulla è fatto per caso: ogni mossa di Lady Arianna, coperta dal colosso AOL, è ponderata. Il Canada, lo dice lei stessa, è solo il primo passo di un'”espansione internazionale” che promette di seminare il panico nel mondo delle news vintage. Sono arcinoti i precedenti screzi tra il sito di news e blog e il New York Times (che recentemente è passato a una politica pay fatta di sviste [1] — una linea Maginot di groviera), minacciato seriamente dal neo-colosso del web. Un mostro 2.0 sotto l’egida di America On Line, fatto di acquisizioni di prodotti affermati (TechCrunch & co., Engadget, Games.com) che ora vanno a creare una sinergia incredibile col sito principale, l’HuffPost: Giove e le sue lune.

La formula dell’Huffington — semplice e geniale — è facilmente esportarbile, anche grazie alla notorietà del prodotto originale (il sito di Ms. Arianna ha superato in visite quello del Washington Post).

Qui su Gootenberg non apprezziamo la signora Arianna ma la notizia non si può evitare: l’Huffington Post è una realtà solida e ormai mitica, se si parla di giornalismo on line. Deal with it, caro Gootenber. E deal with it soprattutto voi, cari Peter Daou e James Boyce.

[1] via Wittgenstein

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Dentro una scatola

Unapp giornalistica

Nessuno vorrebbe leggere un giornale dentro una gabbia. Eppure è proprio quello che molti giornali vorrebbero costringerci a fare tramite le news app, di cui abbiamo parlato in varie occasioni. Le app sono l’antitesi della filosofia Internet: luoghi chiusi, freddi e rigidi, in cui è difficile rimanere per qualche minuto senza rimpiangere il buon vecchio www.

Succede anche con le strutture progettate con più cura. Per esempio, l’app di Slate è ottima, così come quella dell’Huffington Post: peccato siano inutili, semplici restyling per tablet dei siti originali. Non offrono nulla di diverso o in più del sito originale.

Immaginate un giornale on line qualsiasi, italiano o straniero: Lettera43, The Daily Beast, il Post, Owni.eu, Gawker. Cosa dovrebbe spingere l’utente a visitarli tramite l’app relativa, evitando il loro sito web? Sono tutti siti ben visualizzabili su tablet, con pochi elementi in flash. Perché quindi snobbare le vecchie URL accedendo ad app lente e claustrofobiche? Perchè prediligere dei piccoli walled garden all’interno del già maestoso walled garden made in Apple?

Ragioni di mercato, ovviamente. Le tablet sono ideali per leggere e scrivere e i giornali on line corrono all’impazzata ad accappararsi nuovi clienti (o a fidelizzare quelli vecchi), non proponendo un prodotto diverso, bensì proponendosi in modo diverso. E il fresco possessore di iPad ci casca: si scarica subito le app dei suoi giornali preferiti per poi continuare a leggerli tramite browser, “come si faceva una volta, ricordi?”

Tale discorso non vale invece per i giornali cartacei, che bene fanno a proporsi in versione digitale, promuovendo abbonamenti a prezzo ridotto (si risparmia su carta, stampa e distribuzione) e con maggiori possibilità di conquistare nuovi lettori — l’effetto curiosità unito al dilemma “e adesso che ci faccio con ‘sto iCoso? Leggiamoci il giornale, va’”.

Cosa rende seducenti i tablet agli occhi dei giornalisti? Il loro carattere mobile, ovviamente, ma anche la possibilità di leggere su schermo senza farsi evaporare gli occhi. Due particolarità in cui, nell’ordine, le news app falliscono e non sono necessarie.

Partiamo dal mobile. Pochissime app sono dotate di una buona funzione di condivisione — l’ormai mitologico tasto share — e molte di loro, specie nelle loro prime versioni, ne erano addirittura prive. Ciò è stupefacente perché non c’è new media senza componente social. Il fatto che molti specialisti del settore abbiano sottovalutato la possibilità di far condividere le informazioni al proprio pubblico è sintomo di una miopia preoccupante.
Il lettore, a quel punto, chiudeva l’applicazione, apriva un browser e cercava l’articolo sul web, per condividerlo. Trés old style.

Ma gli articoli lunghi almeno, direte voi, sono ideali per la lettura su tablet?

Mmm.
Ni.

SI nel senso che lo schermo di un tablet permette piacevoli letture medio-lunghe, rendendo finalmente possibile leggere gli articoli lunghi del New Yorker senza ritrovarsi con gli occhi rossi che neanche al SunSplash.

Ma anche NO perché in tutto questo fiorire di letture su schermo, le newsapp non c’entrano niente.
Prendiamo come esempio Slate: spesso pubblica articoli molto lunghi, la cui lettura può richiedere parecchio tempo. Articoli molto belli e divertenti: leggerli è consigliato e consigliabile. Ma non sull’app di Slate. Perché infatti rimanere connessi per un’ora a Internet, chiusi in un loculo chiamato app dal quale non si può uscire senza rischiare di dover ricaricare il software una volta riaperto (il cosidetto multitasking a targhe alterne)?
E soprattutto: perché fare tutto ciò quando c’è Instapaper?

(Una breve parentesi: Apple ha perso mille punti-stima premiando Flipboard best-app 2010 — e per due motivi: a) Flipboard è sopravvalutata, fosse una donna sarebbe una stronzetta altezzosa senza alcuna qualità; b) doveva vincere Instapaper.)

App inadeguate e inutili quindi?
Ancora una volta, NI.
Non sono infatti le app ad amare il fallimento, quanto i loro programmatori, chi li dirige e la visione di giornalismo multimediale che hanno. Le app — non solo quelle giornalistiche, a dire il vero — devono aprirsi, entrare nelle Rete e fare rete. Non devono sfruttare i network: devono farli esplodere, moltiplicarli, sfruttando l’idea di base degli smartphone e tablet (device che portiamo sempre con noi, fatti per essere sempre accesi) per aprire nuove porte della percezione (cit.), inaugurare nuovi vascelli e scoprire nuove rotte di navigazione nel mare magnum giornalistico.

Fino a quando rimarranno triste versioni “statiche” dei rispettivi siti (dai quali le differenzia solo la componente touch), rimarranno cosine tanto carucce quanto inutili. Il futuro del giornalismo si merita davvero qualcosa di più.

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2000-2010, tecnologicamente parlando

L’HuffPost e i 13 gadget tecnologici più importanti dell’ultima decade.

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