Archivi tag: Google

I pali sono il punto debole degli occhiali di Google

Ieri Google ha presentato i suoi occhiale speciali per la realtà aumentata. Ha realizzato un bello spot di presentazione – che potete vedere qui. In poche ore, però, c’è chi ha cercato di immaginare le conseguenze spiacevoli della nuova tecnologia. Tom Scott, per esempio, ha fatto una riuscita parodia del video ufficiale della Grande G in cui la “realtà aumentata” mostra il suo lato oscuro.

 

Lascia un commento

Archiviato in Google

Steve Jobs e la guerra contro Android

Il numero di questa settimana di Bloomberg Businessweek ha una copertina eccezionale (eccola) e una cover story ancora meglio, tutta sulla “guerra termonucleare” che Steve Jobs voleva dichiarare ad Android, reo di avere copiato, a suo avviso, l’iPhone di Apple. Ma c’è di più: il conflitto vede due giganti contrapporsi. La mela contro Google. Una guerra che Jobs non ha fatto in tempo a vedere (e, eventualmente, a vincere) ma che potrebbe ridefinire gli equilibri nella Terra di mezzo della Silicon Valley.

P.S. Se state pensando: ommioddio che copertina fantastica, qui c’è la mia intervista al direttore creativo del magazine Usa, Richard Turley.

Lascia un commento

Archiviato in Apple

La classifica dei social network

Ecco una top ten di fine anno che vi stupirà. Si parla di social network, quell’argomento che fa balzare alla mente nomi di colossi come Facebook e Twitter. Spesso si pensa che il territorio social (quello occidentale di stampo statunitense, almeno) si fermi lì — tutto attorno deserto. E invece le cose stanno diversamente e ci ha pensato Nielsen, il prestigioso istituto di ricerca, a fare chiarezza sull’argomento.

Se il sito di Mark Zuckerberg domina come previsto la classifica, ecco che già il secondo gradino del podio riserva una grossa sorpresa: Blogger, la piattaforma di blog (quelli “.blogspot.com”). E poi Twitter (in ascesa), seguito da un altro servizio di blogging (considerabile però social network) come WordPress.com (di cui Gootenberg fa orgogliosamente parte).

Della serie duri a morire, invece, ecco Myspace, in quinta posizione ma in caduta costante mentre stupisce Tumblr e Google +, il più giovane dei concorrenti (di cui abbiamo parlato molto) che si ferma all’ottavo posto.

Come sarà la stessa classifica stilata del 2012? Vedremo ancora Myspace? LinkedIn e Twitter continueranno a macinare posizioni? E soprattutto: che cos’è Yahoo Pulse?

3 commenti

Archiviato in social network

Prime avvisaglie della guerra tra Apple e Amazon

Ricordate la copertina quadrupla del numero di Fast Company di questo mese? Mostrava le quattro facce dell’elettronica di consumo e del futuro dell’innovazione su questo pianeta. Quattro facce simbolo di quattro aziende, le solite quattro, i Cavalieri dell’Apocalisse dell’hi-tech: Google, Apple, Amazon e Facebook. Il pezzo di copertina, di Farhad Manjoo, spiegava proprio della guerra per il predominio nei mercati mobile, app e cloud. Mercati in cui le quattro aziende si scontrano e si scontreranno sempre di più.

Bezos presenta il Kindle Fire, l'anti-iPad di Amazon.

Ed ecco le prime conseguenze reali del bel racconto di Manjoo: il terzo quadrimestre di Amazon è stato deludente, molto deludente, tanto che i ricavi della società sono calati del 71% rispetto al terzo quadrimestre 2010. Una botta aspettata (20 miliardi di dollari) ma comunque pesante, e dovuta – come ha spiegato Bloomberg – alle recenti operazioni di Amazon, che sta contrastando fortemente Apple nel mercato tablet – una mossa che è costata moltissimo all’azienda di Jeff Bezos.

Nonostante tutto questo, Amazon è ben felice di aver perso soldi perché questi ultimi mesi sono stati focalizzati sulla creazione e il lancio di Kindle Fire, l’anti-iPad che costa poco più di cento dollari. Peter Kafka su All Things Digital taglia corto e spiega che Bezos e Amazon sono più che tranquilli: le perdite dell’ultimo quadrimestre sono state legate ai nuovi investimenti (che presto daranno frutti), non alla crisi del sistema aziendale – una cosa che invece pare sia successa a Netflix.

E questo è solo l’inizio della guerra tra i quattro giganti. Ne vedremo delle belle.

Lascia un commento

Archiviato in hi-tech

La copertina quadrupla di Fast Company

I quattro cavalieri.

Questo mese Fast Company, mensile americano, uscirà con quattro diverse copertine dedicate a quattro protagonisti dell’industria tecnologica e informatica. C’è Steve Jobs (ma non è un numero commemorativo, precisa il giornale), Mark Zuckerberg, Larry Page (CEO di Google) e Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon). Cos’hanno questi quattro signori (e quattro società) in comune?

Sempre più spesso le sfere d’azione di queste quattro aziende si stanno incrociando. Stanno creando tutte dispositivi mobili, tutte adocchiano al mercato pubblicitario e, ovviamente, tutte vogliono vendere qualcosa. La loro competizione le sta rendendo sempre più aggressive, più ambiziose e più innovative. Ora stanno tutte preparandosi per aprire un grande squarcio economico, dall’intrattenimento ai media, dalle comunicazioni alla finanza. I CEO che non hanno mai pensato di dover competere con la Silicon Valley si ritrovano ora costretti a reagire alle più recenti iniziative che giungono da Cupertino o Palo Alto o Mountain View o Seattle.

La battaglia dei prossimi anni sarà quindi tra questi marchi colossali (notare l’assenza di Microsoft): una guerra sempre meno sotterranea e fredda che si preannuncia all’ultimo sangue e potrebbe finire con la guerra dei brevetti (*) che sta interessando Apple e Samsung in alcuni Paesi del mondo. Quattro aziende miliardarie  che non conoscono crisi né momenti di flessione. E se fossero l’ultima speranza di un mondo così malconcio? A rispondere Farhad Manjoo, tech columnist di Slate che firma il pezzo di Fast Company.

Ultima domanda: ma se il magazine voleva evitare l’effetto-commemorazione di Steve Jobs perché non ha scelto Tim Cook, CEO di Apple che ha preso il posto dell’allora malato fondatore questa estate, come simbolo della mela morsicata per la sua copertina? Perché “per almeno i prossimi due anni Apple seguirà una strategia messa in essere da Jobs”, quindi sta alla sua eredità decretare il successo nei prossimi anni di vita della Mela.

(*) A tal proposito, un articolo di Paid Content sulla guerra tra bande tecnologiche che sta interessando colossi del settore, una conseguenza inevitabile – pare – dell’era post-PC:

In the PC-era, according to consultant Lisa McFall, tech patent squabbles were a gentlemen’s game played by a few large companies that would enter cross-licensing arrangements rather than face mutually assured patent destruction. Now, the disruptive effects of mobile technology has brought the return of company-to-company litigation that is further fueled by the arrival of patent-holding companies.

1 Commento

Archiviato in giornalismo

Le conseguenze di Google Translate

Secondo David Bellos, professore di francese e letterature comparativo a Princeton, la traduzione e la comprensione delle lingue straniere stanno cambiando a causa di Google. Intervistato da Salon, ha specificato che gioielli come Google Translate non renderanno inutile l’apprendimento di lingue straniere ma hanno di certo sconvolto il tradurre.

Ciò potrebbe succedere così come potrebbe succedere che mio nipote non sappia l’aritmetica a causa dell’uso generalizzato delle calcolatrici. Sarebbe molto triste. Ovviamente, però, rimuove la necessità di imparare lingue per compiti minori, di tutti i giorni. Ma credo che le persone con compiti di responsabilità nel sistema educativo, scolastico e della vita pubblica dovrebbero sapere che l’esistenza di Google Translate non riduce in alcun modo l’esigenza di imparare lingue straniere. Dovremmo anzi sforzarci ancora di più in modo che la prossima generazione possa capire molte altre lingue: non solo il francese ma anche il cinese, il giapponese e l’arabo.

Ciò che rende Google Translate unico, ha spiegato l’autore di Is That a Fish in Your Ear?, è che il computer non cerca di “capire” la frase; non s’inoltra nella sintassi e nei mille possibili sensi di un affermazione, rischiando di perdersi. Google si basa su un algoritmo statistico che traduce sulla base del calcolo delle probabilità. Uno strumento limitato, quindi, ma rivoluzionario: ecco perché Google è riuscita a resuscitare un meccanismo (la traduzione simultanea) che pareva vecchio, stupido e non soddisfacente.

Lascia un commento

Archiviato in Google

Il grafico che rovina le notti a Google

Facebook è il fantasma che assedia gli uffici di Google. I motivi sono vari e le prove al riguardo molte (non ultima, Google+) ma questo grafico, pubblicato da All Things Digital spiega tutto.

C'è chi sale e chi scende.

Le linee descrivono la quantità di tempo che gli utenti passano in media in un sito: quella che sale sale sale all’impazzata è di Facebook. Quelle sono mogie mogie o addirittura in calo sono di Google, Aol e compagnia bella.

Un brutto segno, per un mercato in continua evoluzione come quello del web. Peter Kafka, infatti, nota che fino a un paio d’anni tra le ‘concorrenti’ di Zuckerberg ci sarebbe stata anche MySpace. E invece. Puff.

Lascia un commento

Archiviato in social network

Link di oggi

Prosegue il lento (ma nemmeno tanto) declino di Google +

Gli utenti ci postano sempre di meno, dice TechCrunch (almeno non sono l’unico a farlo).

Il rotolio delle palle di fieno

update

Attenzione: da oggi Plus è aperto a tutti. Le cose potrebbero cambiare, staremo a vedere.

Google sfida Flipboard

La Grande G sta preparando un lettore di news con cui combattere Flipoboard e soci (Zite, Pulse). Si chiamerà, scrive Techland, Propeller. Jared Newman ne parla dicendo una cosa che Gootenberg condivide appieno: queste app sono belle e tutto il resto, ma leggerci le news è dannatamente difficile. Ci abitueremo o è un problema di medium?

I hate to be a downer, but enough is enough. What I’ve discovered with these apps is that you spend too much time curating content and not enough time reading it. You’ve got to pick the sources and types of news that you like. You’ve got to create Twitter lists to filter the useful stuff from the junk. You’ve got to “Like” the articles you like so that the algorithms can learn what you like. And every time someone creates a new app, you’ve got to do all this self-curation all over again.

Lascia un commento

Archiviato in link di oggi

Zynga, Twitter, Foursquare, Spotify: perché si chiamano così?

Scegliere il nome della propria azienda è un momento delicato. Specie nella Sylicon Vallery, dove il proliferare di start up è tale da aver creato timori e sospetti di una nuova “bolla” tecnologica. Il nome deve essere accattivante e facile da ricordare; dev’essere unico ma abbastanza “comune” da non sembrare inutilmente arzigogolato. In più deve trasformarsi in un URL che non sia già stata presa – altrimenti, per una società web, è la fine. Alcuni di questi nomi sono diventati marchi ormai cult: pensiamo a Google, che è diventato pure un verbo (in inglese, to google = cercare qualcosa su Google). Ma anche Twitter. O Zynga, che a sua volta ha creato giochi-per-cui-basta-la-parola come Mafia Wars.

Mashable spiega l’origine dei nomi di alcune delle start up tecnologiche che più stanno influenzando il mercato del settore. Vediamone alcuni, fior da fiore.

Twitter

Nasce in seguito a un brainstorming. Tra gli altri candidati: Jitter, che però non suonava bene nella frase: “Ehi, bello il tuo ultimo jeep”. Molto meglio Twitter, social network basato sui tweet (i cinguettii degli uccelli).

Zynga

Il fatto che il logo dell’azienda creatrice di Farmville contenga la silhouette di un bulldog non è casuale: Zynga era il nome del cane di Mark Pincus, Ceo della società, e significa “principessa-guerriero africana”.

Foursquare

Dennis Crowley, fondatore del social network basato sulla posizione degli utenti, è stata l’ideatore di Dodgeball, start up acquisita da Google nel 2005, che doveva chiamarsi Foursquare ma al tempo il dominio non era disponibile.

Spotify

La crasi di “spot” e “identify” è l’origine del nome dell’azienda fondata da Daniel Ek e Martin Lorentzon.

***

Le altre le trovate qui.

Lascia un commento

Archiviato in web

I software si mangeranno il mondo (hanno già cominciato a farlo)

L’editoriale di Marc Andeerssen sul Wall Street Journal riguardo il futuro del mondo, l’impalpabilità dei software. Da leggere, basti sapere che si conclude con la frase

Questa è una grande opportunità. Io so dove investo i soldi.

Qui il video intervista col quotidiano americano.

 

Lascia un commento

Archiviato in progresso