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Quattro chiacchiere con Retwitto Lammerda

Alfonso Signorini, tweetstar.

La scorsa settimana ho intervistato i creatori di @Vendommerda, il Twitter che retwitta i peggiori ceffi del social network, per il sito di Studio. Abbiamo parlato di come cambiera il giornalismo e Gerry Scotti.

Giornali e televisioni parlano sempre di più del “popolo del web” o delle varianti “popolo di Facebook” e “popolo di Twitter” per indicare la società civile che si mobilita online. Il punto è che tali popoli non esistono. Esistono i popoli del web. Al plurale. E Vendommerda si è specializzato in uno di questi: il popolo che ha scoperto il web guardando la TV. Il popolo che si iscrive ai social network perché sente Alfonso Signorini parlarne durante il Grande Fratello. «Per molti Twitter è un modo per stare vicino a questi VIP del piccolo schermo», ci spiegano i Retwitto Lammerda, spiegando come il social network crei l’illusione di un contattto più diretto. Una quasi-amicizia illusoria con lo showman di turno. «Sembra quasi che schiacciando il tasto follow il Gerry Scotti di turno diventa subito un grande amico dell’utente, invece si ottiene lo stesso effetto che schiacciare il tasto “diventa fan” su Facebook: far crescere di un numero l’indicatore dei follower».

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The Kernel magazine

È nato The Kernel, magazine online dedicato alla cultura digitale e alla tecnologia. È sponsorizzato (perlomeno su Twitter) da Evgeny Morozov e sembra promettere bene. Pezzi lunghi, elaborati e studiati. Opinioni forti. Molti feature. Comincia subito dicendo quello che non va nel giornalismo del settore, mostrando i denti. E – a proposito di quanto detto poco fa – sotto ogni articolo ci sono due pulsanti: PRINT e SAVE TO INSTAPAPER.

Già aggiunto ai preferiti che tengo nel mio cervello e al blogroll.

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Tweetjournalism /3: “RT not endorsement”? Wait a minute

Avete presente quei giornalisti che su Twitter precisano che un retweet non è un endorsement? Bene, il giornale The Oregonian non la pensa così, secondo quanto riporta l’American Journalism Review. (vedi anche Poynter)

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Tweetjournalism /2

Giornalisti della Associated Press che scrivono quello che vedono prima su Twitter e poi sull’agenzia per cui lavorano. E l’AP, ovviamente, si incazza e prende provvedimenti. Breve vicenda che spiega una tendenza che sta prendendo piede e cambierà il mondo (ancora), su Studio.

Vedi anche Tweetjournalism /1

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Tweetjournalism

Sul sito di Studio, pensieri sparsi sul rapporto tra Twitter e il giornalismo. E sulla “sobria” ascesa dei tweet ai danni di Facebook.

Con i suoi 200 milioni di utenti, Twitter è una realtà minore, se paragonata a Facebook. Eppure è sempre più decisiva nel mondo professionistico e specializzato. Per dimostrarlo, il blog Monday Note ha preso ad esempio un articolo del Wall Street Journal dal un numero di “like” relativamente basso, specie per un post consultabile gratuitamente all’interno di un sito protetto da paywall. Eppure il pezzo aveva avuto un enorme successo di diffusione (140 mila indicizzazione su Google). Com’era stato possibile? Grazie a Twitter: l’articolo era stato twittato “appena” 392 volte ma, pare, nel mondo giusto e dagli utenti giusti.

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Contro Repubblica.it /2 – Lezioni di stile

In questo momento (mercoledì 9 novembre 2011 alle 17,40 circa) la homepage di repubblica.it appare così:

Un tripudio incomprensibile di link (nessun video, nessuna foto, nessun gusto). Solo parole azzurre da cliccare in un ambiente incomprensibile dove il click è l’unica speranza per capire qualcosa. Per il resto, a una lettura superficiale, l’home è un guazzabuglio in cui c’entrano dei politici.

Voi direte: su, non fare così, non riprendere il discorso contro Repubblica.it, oggi è una giornata particolare (MOLTO particolare) e la redazione deve spiegare ai suoi lettori cosa sta succedendo alla  persona che tanto sta loro antipatica. D’accordo, giornata storica. Molte cose da dire, molti link, direte voi. Ma facciamo un confronto semplice semplice. Prendiamo ad esempio un’altra giornata storica – lievemente più storica di quella odierna – e prendiamo un’altra edizione online di quotidiano – lievemente più autorevole di Repubblica.it/Cronaca Vera.

Questa è l’apertura del New York Times nelle ore in cui lo spoglio finale dei voti delle elezioni del 2008 aveva confermato la vittoria di Barack Obama.

Ripetiamo: Barack Obama. Appena eletto presidente degli Usa. Dopo due anni di campagna elettorale tra primarie e quant’altro. Dopo otto anni di G. W. Bush. Il primo presidente nero. Ebbene, quel giorno, Nytimes.com apriva così.

update

E questa invece è l’apertura del NYT.com in una giornata epocale, quella della cattura e uccisione di Osama Bin Laden.

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Link di oggi: l’influenza di Twitter su Facebook e il giornalismo

A proposito della breve riflessione di ieri riguardo il caso dimissioni di Berlusconi-Franco Bechis-Twitter ecc., oggi la meravigliosa sezione Voices di AllThingsD propone due bei pezzi che cascano a fagiuolo con gli argomenti toccati ieri:

  • Facebook va alla grande, certo, ma sta perdendo parte della sua coolness. Ad approfittarne, Twitter.
    Guardian
  • Del perché i social media non stanno rovinando il giornalismo.
    Marshall Kirkpatrick

Il primo è da inserire nel ragionamento su Twitter, ovvero: dal tweet di Bechis al su e giù dello spread, una cosa incredibile, che Facebook non è in grado di fare. Il secondo è un bell’argomento per la questione giornalistica alla base dei fattacci di ieri (ancora Bechis, ma non solo).

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