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Come Chatroulette si sta liberando degli uomini nudi e molesti

Chatroulette è stato per molto tempo il sito da visitare: ci si connette e si aspetta di vedere apparire nello schermo il tuo interlocutore random, scelto in base all’algoritmo scritto dall’allora minorenne Andrey Ternovskiy, a cui pure il New Yorker si è interessato, dedicandogli un profilo.

Il punto è questo: nella maggior parte dei casi la casualità ti metteva davanti la pancia pelosa di uno sconosciuto lontano intento a masturbarsi. Dopo un po’ la cosa veniva un po’ a noia e gli utenti cominciarono ad abbandonare il sito, complice anche la fine dell’hype che lo aveva trascinato.

Dal novembre 2011, però, le cose stanno cambiando: come mostra questo grafico le visite stanno aumentando e il picco negativo di qualche mese fa sembra ormai lontano. Che è successo?

Lo spiega il 18enne Ternovskiy a Fast Company:

“Ogni giorno circa 50 mila nuovi utenti tentano di spogliarsi [su Chatroulette, ndr]. Stiamo provando a vendere gli uomini nudi a un paio di siti internet: è un investimento, per noi.”

Quando gli utenti segnalano qualcuno un tot di volte per comportamento disdicevole (per farlo, basta cliccare un bottone), l’utente viene automaticamente trasferito a un altro sito. Grazie ad accordi con siti di incontri per adulti come FriendFinder.com, Chatroulette sta guadagnando da questo tipo di traffico.

“In pratica, una volta che scopriamo che una persona è nuda,” spiega il fondatore, “verrà cacciata a un altro sito. Possiamo dire che stiamo facendo soldi con gli uomini nudi”.

 

 

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Prime avvisaglie della guerra tra Apple e Amazon

Ricordate la copertina quadrupla del numero di Fast Company di questo mese? Mostrava le quattro facce dell’elettronica di consumo e del futuro dell’innovazione su questo pianeta. Quattro facce simbolo di quattro aziende, le solite quattro, i Cavalieri dell’Apocalisse dell’hi-tech: Google, Apple, Amazon e Facebook. Il pezzo di copertina, di Farhad Manjoo, spiegava proprio della guerra per il predominio nei mercati mobile, app e cloud. Mercati in cui le quattro aziende si scontrano e si scontreranno sempre di più.

Bezos presenta il Kindle Fire, l'anti-iPad di Amazon.

Ed ecco le prime conseguenze reali del bel racconto di Manjoo: il terzo quadrimestre di Amazon è stato deludente, molto deludente, tanto che i ricavi della società sono calati del 71% rispetto al terzo quadrimestre 2010. Una botta aspettata (20 miliardi di dollari) ma comunque pesante, e dovuta – come ha spiegato Bloomberg – alle recenti operazioni di Amazon, che sta contrastando fortemente Apple nel mercato tablet – una mossa che è costata moltissimo all’azienda di Jeff Bezos.

Nonostante tutto questo, Amazon è ben felice di aver perso soldi perché questi ultimi mesi sono stati focalizzati sulla creazione e il lancio di Kindle Fire, l’anti-iPad che costa poco più di cento dollari. Peter Kafka su All Things Digital taglia corto e spiega che Bezos e Amazon sono più che tranquilli: le perdite dell’ultimo quadrimestre sono state legate ai nuovi investimenti (che presto daranno frutti), non alla crisi del sistema aziendale – una cosa che invece pare sia successa a Netflix.

E questo è solo l’inizio della guerra tra i quattro giganti. Ne vedremo delle belle.

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La copertina quadrupla di Fast Company

I quattro cavalieri.

Questo mese Fast Company, mensile americano, uscirà con quattro diverse copertine dedicate a quattro protagonisti dell’industria tecnologica e informatica. C’è Steve Jobs (ma non è un numero commemorativo, precisa il giornale), Mark Zuckerberg, Larry Page (CEO di Google) e Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon). Cos’hanno questi quattro signori (e quattro società) in comune?

Sempre più spesso le sfere d’azione di queste quattro aziende si stanno incrociando. Stanno creando tutte dispositivi mobili, tutte adocchiano al mercato pubblicitario e, ovviamente, tutte vogliono vendere qualcosa. La loro competizione le sta rendendo sempre più aggressive, più ambiziose e più innovative. Ora stanno tutte preparandosi per aprire un grande squarcio economico, dall’intrattenimento ai media, dalle comunicazioni alla finanza. I CEO che non hanno mai pensato di dover competere con la Silicon Valley si ritrovano ora costretti a reagire alle più recenti iniziative che giungono da Cupertino o Palo Alto o Mountain View o Seattle.

La battaglia dei prossimi anni sarà quindi tra questi marchi colossali (notare l’assenza di Microsoft): una guerra sempre meno sotterranea e fredda che si preannuncia all’ultimo sangue e potrebbe finire con la guerra dei brevetti (*) che sta interessando Apple e Samsung in alcuni Paesi del mondo. Quattro aziende miliardarie  che non conoscono crisi né momenti di flessione. E se fossero l’ultima speranza di un mondo così malconcio? A rispondere Farhad Manjoo, tech columnist di Slate che firma il pezzo di Fast Company.

Ultima domanda: ma se il magazine voleva evitare l’effetto-commemorazione di Steve Jobs perché non ha scelto Tim Cook, CEO di Apple che ha preso il posto dell’allora malato fondatore questa estate, come simbolo della mela morsicata per la sua copertina? Perché “per almeno i prossimi due anni Apple seguirà una strategia messa in essere da Jobs”, quindi sta alla sua eredità decretare il successo nei prossimi anni di vita della Mela.

(*) A tal proposito, un articolo di Paid Content sulla guerra tra bande tecnologiche che sta interessando colossi del settore, una conseguenza inevitabile – pare – dell’era post-PC:

In the PC-era, according to consultant Lisa McFall, tech patent squabbles were a gentlemen’s game played by a few large companies that would enter cross-licensing arrangements rather than face mutually assured patent destruction. Now, the disruptive effects of mobile technology has brought the return of company-to-company litigation that is further fueled by the arrival of patent-holding companies.

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Come è cambiato il mercato musicale negli ultimi 30 anni [.gif]

Dal vinile al bit.

Un bel lavoro di Co. Design. Fino al 2001 domina il rosso; poi ecco fiorire colori nuovi. (Da notare il tramonto delle musicassette.)

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Meno app e più business, please

Per uscire dalla crisi è necessaria l’innovazione. Malgrando la Sylicon Valley, la Mecca dell’hitech occidentale, gli USA hanno molti problemi ad aprire nuove strade e uscire dal fango dei subprime. La green technology potrebbe certamente servire allo scopo: è innovativa, può creare migliaia di nuovi posti di lavoro e può dare una scossa all’economia rispettando l’ambiente. Eppure l’industria verde latita; le grandi aziende, colpite dalla crisi, smettono gli investimenti “verdi” e il circolo vizioso è servito. L’innovazione risulta un peso in tempi di tagli e cinghie strette.

Jijar Shah, “blogger expert” di Fast Company, ha scritto in un suo articolo che una delle cause di questo disastro è la mancanza di menti giovani e fresche nel mercato. “Quando si hanno infrastrutture decadenti e obsolete — spiega –, è impossibile avere crescita”. In altri tempi (nel post-1929 o anche durante la crisi petrolifera degli anni Settanta) gli Stati Uniti hanno saputo reagire e dare nuove fondamenta all’economia disastrata. Durante la citata crisi petrolifera, gli USA seppero investire in energie alternative e impianti eco d’avanguardia, dimostrando di credere nel sogno americano. A crisi rientrata, però, il petrolio tornò competitivo e tutto evaporò. Ma comunque, sostiene Shah, il tentativo c’era stato — solo “abbia perso la motivazione di portare nel mercato quelle tecnologie”.

Angry Birds ci distrae dalle cose serie?

E oggi? Qualcosa si muove, certo, ma la svolta è lontana. E non perché mancano talenti, geni e precursori: il problema è che sono distratti da altro, scrive Shah. Per esempio, dall’AppStore di Apple.

Gli imprenditori più geniali del nostro tempo stanno facendo app per iPhone invece di creare importanti modelli di mercato per innovare le infrastrutture. Peter Vesterbacka (capo sviluppatore di Angry Birds, che, vero, è una società filandese ma il problema è uguale dappertutto) e il suo team sono stati geniali per avere creato un’app che a volte raggiunge il milione di download giornalieri. Ora, immaginiamo di riuscire a convincere anche una piccola percentuale di questi ragazzi-prodigio a pensare a nuovi modelli energetici efficenti o di produttività agricola.

L’analisi di Fast Company è interessante ma non tiene conto del mercato. Certo, denuncia la disparità di trattamento tra le industrie energetiche “sporche” e quelle “pulite” (le prime sono favorite) ma non spiega come le green tech possono diventare competitive.

Nel Time di questa settimana Bryan Walsh lo fa per lui, scrivendo dei recenti esperimenti della General Electric, la maggiore compagnia energetica americana, nel campo del solare. Già ad aprile la GE ha annunciato la creazione di un pannello solare dal tasso d’efficienza record. Il nuovo prodotto, che dal 2013 sarà costruito negli USA (creando circa 1000 nuovi posti di lavoro) è in grado di offrire una performance inedita, aprendo alla GE il business del solare, dopo il boom di quello eolico (di circa 6 miliardi annui). È una buona notizia? Sì, nonostante la retorica green in favore del piccolo e locale. Come spiega l’autore, il successo del colosso energetico è il successo di tutti:

I verdi dovrebbero sperare nel successo della General Electric. Se vogliono che il solare vinca, devono accettare che il player più grande entri nel gioco.

Un colosso come la GE, che punta ad essere competitiva anche contro società cinesi come Suntech Power e Trina Solar (che offrono prodotti a prezzi irrisori), può dare una forte spinta al mercato, convincendo magari qualche genio ad entrare nel mercato del futuro e lasciare le app ad altri.

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