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PandoDaily

Sarah Lacy, ex blogger di TechCrunch, ha fondato PandoDaily, un nuovo sito di news tecnologiche che ha visto la luce oggi. Il progetto sembra ambizioso: il sito ha accumulato 2,5 milioni di dollari da vari investitori (Marc Andreessen, Peter Thiel, Tony Hseih, Zach Nelson, Andrew Anker, Chris Dixon, Saul Klein, Josh Kopelman, Jeff Jordan and Matt Cohler, tra i singoli e alcune società di investimento come CrunchFund, Greylock Discovery Fund, Accel’s Seed Fund, Menlo Ventures Talent Fund, Lerer Ventures, SV Angels and Ooga Labs) e assoldato quattro firme che rappresentano lo stato dell’arte del blogging tecnologico: Michael Arrington, MG Slieger, Farhad Manjoo e Paul Carr.

Per capire dove vuole arrivare Lacy (e perché il sito si chiama così) basta leggere il suo post di presentazione e tenere d’occhio PandoDaily, che promette parecchie sorprese.

 

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Prime avvisaglie della guerra tra Apple e Amazon

Ricordate la copertina quadrupla del numero di Fast Company di questo mese? Mostrava le quattro facce dell’elettronica di consumo e del futuro dell’innovazione su questo pianeta. Quattro facce simbolo di quattro aziende, le solite quattro, i Cavalieri dell’Apocalisse dell’hi-tech: Google, Apple, Amazon e Facebook. Il pezzo di copertina, di Farhad Manjoo, spiegava proprio della guerra per il predominio nei mercati mobile, app e cloud. Mercati in cui le quattro aziende si scontrano e si scontreranno sempre di più.

Bezos presenta il Kindle Fire, l'anti-iPad di Amazon.

Ed ecco le prime conseguenze reali del bel racconto di Manjoo: il terzo quadrimestre di Amazon è stato deludente, molto deludente, tanto che i ricavi della società sono calati del 71% rispetto al terzo quadrimestre 2010. Una botta aspettata (20 miliardi di dollari) ma comunque pesante, e dovuta – come ha spiegato Bloomberg – alle recenti operazioni di Amazon, che sta contrastando fortemente Apple nel mercato tablet – una mossa che è costata moltissimo all’azienda di Jeff Bezos.

Nonostante tutto questo, Amazon è ben felice di aver perso soldi perché questi ultimi mesi sono stati focalizzati sulla creazione e il lancio di Kindle Fire, l’anti-iPad che costa poco più di cento dollari. Peter Kafka su All Things Digital taglia corto e spiega che Bezos e Amazon sono più che tranquilli: le perdite dell’ultimo quadrimestre sono state legate ai nuovi investimenti (che presto daranno frutti), non alla crisi del sistema aziendale – una cosa che invece pare sia successa a Netflix.

E questo è solo l’inizio della guerra tra i quattro giganti. Ne vedremo delle belle.

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Tutto quello che dovreste leggere riguardo Steve Jobs e la sua Apple (se avete del tempo)

Parlare di Steve Jobs è complicato. Non solo perché questo blog arriva tardi sull’argomento – abbiamo lasciato i necrologi agli altri, ché son cose che ci mettono tristezza – ma anche perché il fondatore di Apple è stato il Messia tecnologico per eccellenza: non necessariamente per quello che ha fatto (nessuno è un messia, ci dispiace), quanto per la quantità di amore e odio che ha saputo attirare su di sé, per decenni.

Steve o si ama o lo si odia, si dice. Naaa. Jobs era un geniale maniscalco tecnologico che va stimato per il suo lavoro. L’amore e l’odio per la sua persona e la sua azienda sono derive psicologiche molto in voga e piuttosto banalotte, che portano alle nascita delle due peggiori figure che si possano incontrare in un forum di smanettoni: il talebano pro-Apple e il Khomeini anti-Apple. Gootenberg ha provato a stare nel mezzo, se possibile, fedele al motto che muove il suo cuore e la sua mente, ovvero: Diamoci tutti una bella calmata.

Per celebrare la dipartita di Steve Jobs, comunque, elencheremo di seguito alcuni dei pezzi giornalistici più belli e interessanti sulla sua carriera. Abbiamo fatto una cosa simile in occasione della morte di Bin Laden (un’altra figura che – coincidenza – ha saputo farsi amare e odiare – per quanto l’uomo della Mela non abbia mai dirottato aerei, sia ben chiaro). Ne dimenticheremo qualcuno e in tal caso, almeno nei prossimi giorni, provvederemo ad aggiornare questo post. Ad ogni modo questa non vuole essere un’antologia completa del giornalismo su Mr. “Stay hungry, Stay folish” (per quel genere di cose c’è una cosa, si chiama Google).

Cominciamo dall’inizio, ovviamente.

1985, Steve ha 29 anni e l’anno prima ha dato alla luce il Macintosh, una macchina rivoluzionaria promossa da uno spot passato alla storia in cui si spiegava come, grazie al nuovo prodotto, il 1984 (inteso come anno) non sarebbe stato come 1984 (inteso come capolavoro di George Orwell). Haters gonna hate since 1984, insomma. Nel 1985, dicevamo, Steve viene intervistato da Playboy: un pezzo lungo, torrenziale e pieno di chicche utilissime per capire la mentalità del soggetto.

Procediamo dando per scontato che la bio del nostro vi sia ben chiara in mente. Nel 1986 Jobs esce da Apple (non viene licenziato: viene piuttosto costretto ad andarsene): dopo qualche mese di smarrimento e malinconia – di cui c’è traccia nel celebre discorso all’università di Stanford di cui trovate qui la trascrizione completa – si butta su NeXT, la sua nuova creatura. E poi sulla Pixar, che acquisterà da George Lucas.
Questa fase, la fase in cui il nostro eroe viene costretto all’esilio dai Cattivi, è coperta da questo lungo pezzo di Esquire sulla “seconda venuta di Steve Jobs” (aridanghete con la mistica). E da questa lunga intervista per lo Smithsonian Institute, del 1995. Appena l’anno precedente si era concesso al Rolling Stones: tra rockstar ci si intende sin dall’inizio.

Ma chi era l’idolo, il modello imprenditoriale e visionario del nostro? Era Edwin H. Land, l’uomo della Polaroid, come confessò Jobs a Playboy. (Le figure dei due geni sono così simili, come nota il New York Times, che vale abbiamo pensato di dedicargli un post a parte.)

Dopo un lungo viaggio in mare, Steve torna da Penelope e uccide i Proci. Riprende il comando della Apple: la seconda venuta. Qui il New Yorker ci spiega come si è svolta la vicenda, mentre qui Malcom Gladwell, sempre sul settimanale newyorchese, narra una bellissima storia tipicamente jobsiana. Ovvero, come la Apple ha creato il mouse: “Copiando!”, dice il pubblico. Mmm. Tutti sanno copiare e rubare: la peculiarità rara e importante è sapere vedere un mondo d’orizzonti da un macinino elettronico. E la Apple lo vide, ah se lo vide.

(Fine primo tempo. Per sciacquarsi la bocca tra una portata e l’altra, ecco la collezione di tutte le copertine di Newsweek dedicate al nostro. Qui quelle del Time, che oggi è uscito in edicola con Steve in copertina, again.)

Poi c’è la rinascita di Steve (che comunque se la passava piuttosto bene con Pixar – a proposito,  un pezzo del New Yorker sulla magia della casa di produzione che ha rivoluzionato cartoni animati e cinema, solo per abbonati al magazine).
C’è il Mac. E poi l’iPod e iTunes, che hanno sconvolto l’industria musicale (che, stolta, deve ancora ringraziare), rendendo il nostro  “the God of music”, secondo la definizione di Esquire. E poi l’iPhone, l’iPad (o la “tavoletta di Gesù”, secondo l’Economist).

L’ultimo decennio di vita di Steve è stato quello della gloria. Pura. Gloria. La Apple è stata magica, rivoluzionando la cultura occidentale e facendo montagne di soldi: come ci sia riuscita è un mistero, forse, ma Lev Grossman sul Time ha tentato di spiegarlo piuttosto bene, sei anni fa. La genesi dell’iPod, lunga e travagliata, è narrata da Wired in un breve pezzo che tira le fila del discorso; quella dell’iPhone è – sempre su Wired – più strutturata e contiene alcuni elementi che mettono in chiaro la figura di Steve. Un datore di lavoro un po’, diciamo, precisino.

Quanto al lancio dell’iPad (ricordate? Tutti si aspettavano il multitasking sin dall’inizio, ecc…) il Time lo seguì con trepidazione, pubblicando un articolo dal titolo: “Steve Jobs può riuscirci ancora?” Risultò che sì, ci poteva riuscire ancora.

(update 16/19/2011 — Per ricapitolare la storia del nostro, ecco una bella infografica interattiva del New York Times su tutti i brevetti di Steve Jobs: dai computer alle prese elettriche.)

***

Per capire al meglio cosa fu la Apple di Steve Jobs (e cosa sarà, maybe), consigliamo però questo lungo articolo pubblicato dal solito Esquire: “Steve Jobs e il portale dell’invisibile”, in cui il genio della Mela viene descritto proprio a partire di un evento che tutti sapevamo sarebbe successo ma non così presto: la sua morte. Un long-read magnifico che rimane la lettura migliore sull’argomento, insieme alla già citata intervista concessa dal nostro a Playboy.

E lo spirito imprenditoriale di Steve? Che ne è dello spirito imprenditoriale di Steve, ora che sembra che la Apple producesse nettare divino con il quale non ha mai guadagnato nulla, se non gloria eterna e karma colmo di meraviglia? Success Magazine (un nome, un programma) ha proposto un paio d’anni fa un lungo articolo sul Steve-imprenditore. Da leggere, se credete che il nostro fosse una sorta di panda mistico che si cibava di luce cosmica.

Questo agosto, come ricorderete, Jobs lascio l’incarico di CEO di Apple per motivi di salute e lasciò spazio a Tim Cook. Chi è costui? Ce lo spiega un ritratto della CNN del 2008. Ma, tornando agli eventi di quest’estate, l’abbandono di Jobs scatenò il putiferio mediatico: giornali e televisioni cominciarono a cantare le lodi del “fondatore scomparso” in modo da rendere quasi impossibile per Steve non toccarsi le balle. Tra tutti i necrologi-in-vita, quello di Esquire rimane il più bello. Titolo: “Steve Jobs sta morendo per noi tutti”.

Poi c’è Farhad Manjoo, tech columnist particolarmente amato da queste parti, che in quei giorni scrisse un provocante articolo in cui si chiedeva: ” Chi ha bisogno di Steve Jobs?” Ieri, giorno della morte del nostro, Manjoo ha vergato un pezzo leggermente diverso, parlando dell'”uomo che ha inventato il nostro mondo”, e sottolineando un aspetto che ha toccato anche Claudio Cerasa in Italia: l’onnipresenza delle macchine Apple e come queste abbiano cambiato le nostre vite. Scrive Manjoo, gli occhi ancora umidi per la scomparsa del guru Steve:

I saw the news of Steve Jobs’ death on a device that he invented—the iPhone—and I’m writing on another machine that he willed into being: the graphical interface computer. I happen to be using a PC running Windows, with generic hardware I put together myself; technically, only my keyboard was made by Apple. But none of that matters. Just like the touch-screen smartphone and, now, the tablet computer, the PC that you and I use every day became ubiquitous thanks mainly to this one man. I’ll go further: Whether you’re yearning for a Kindle Fire or a BlackBerry PlayBook, whether you play Angry Birds on an iPod Touch or Google’s Nexus Prime, whether you’re a Mac or a PC, you’ve succumbed to Steve Jobs’ master plan. (…)

Jobs didn’t make microchips go faster, he didn’t increase the capacity of hard drives, he didn’t invent optical storage drives, bitmapped graphics, cellular radios, Ethernet, or even the mouse. If Jobs wasn’t around, we’d have had all of these advances anyway—and people like Bill Gates, Andy Grove, Michael Dell, and Larry Page would have turned these technologies into computers, phones, and music players.

Ma torniamo a Cerasa: due mesi fa, quando Steve lasciò la Apple, il giovane giornalista del Foglio produsse un meraviglioso super-articolone (occupava 3 pagine, ricordiamo) intitolato: “Se ne va il Cristo dei computer“. Un ottimo lavoro di analisi in cui ha spiegato come un’azienda californiana è diventata una sorta di culto moderno, laico, il cui fondatore ed ex CEO ne era il Messia indiscusso. Un lavoro colossale per fare il quale Cerasa ha letto questi articoli e saggi.

Infine, almeno per ora, concludiamo con l’obituary di Wired. E quello dell’Economist. E quello del New York Times.

Quanto a te, Steve, riposa in pace. E grazie.

***

Bando alla tristezza. Steve vogliamo ricordarlo così, mentre dice:

“I would trade all of my technology for an afternoon with Socrates.”
—Newsweek, 2001.

Jobs era uno stronzone con un sacco di sogni nel cassetto. Va ricordato come tale. Ci mancherà.

update

Altre segnalazioni. Wired, che il giorno della morte di Jobs era listato a lutto come non mai, ha pubblicato un istant e-book sul fondatore della Apple: gratis per gli abbonati al magazine, a 2,99 dollari per tutti gli altri.

Alla lista dei necrologi, poi, abbiamo colpevolmente dimenticato quello di The Onion, rivista satirica Usa, che ha annunciato la scomparsa “dell’ultimo americano che aveva idea di cosa cazzo stava facendo”.

Steve Jobs, the visionary co-founder of Apple Computers and the only American in the country who had any clue what the fuck he was doing, died Wednesday at the age of 56. “We haven’t just lost a great innovator, leader, and businessman, we’ve literally lost the only person in this country who actually had his shit together and knew what the hell was going on,” a statement from President Barack Obama read in part, adding that Jobs will be remembered both for the life-changing products he created and for the fact that he was able to sit down, think clearly, and execute his ideas–attributes he shared with no other U.S. citizen.

Un pezzo satirico che, come ha notato l’Atlantic Wire, giunge alle stesse conclusioni del serioso Economist.

Il New Yorker si è domandato chi sarà il prossimo Steve Jobs e cosa avrà in comune con Miles Davis. Anche il Wall Street Journal si è posto una domanda simile (senza riferimenti a David, però), giungendo alla conclusione che Mark Zuckerberg potrebbe essere il nuovo Jobs (personalmente, qui su Gootenberg la vediamo buia).

Nel frattempo la biografia ufficiale del nostro, scritta da Walter Isacsson, sarà pubblicata a breve, un mese prima del previsto. E la Sony, come ha anticipato The Next Web, ne ha già acquistato i diritti per farne un film: sarà il sequel de I Pirati di Silicon Valley?

update 10/10/11

Ieri Slate ha pubblicato la tradizionale raccolta di articoloni raccolti da Longform.org. Questa settimana, manco a dirlo, il tema era Steve Jobs: fa piacere vedere che tutti gli articoli scelti da LF.org sono anche nel nostro posto. Tranne due eccezioni. La prima è una mancanza di Gootenbenberg: è la trascrizione degli interventi di Jobs e Bill Gates (insieme!) presso un evento chiamato D5, nel 2007.

Il secondo pezzo “bucato” invece mi ha fatto combattere. Lo avevo letto e l’avevo visto rimbalzare da sito a sito ma non mi aveva convinto. Ad ogni modo ecco il ricordo personale (e divertente) di Brian Lam, ex di Gizmodo. Titolo: “rimpianti di un coglione”. Alé.

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Il destino di Facebook è diventare la nuova Yahoo?

Se lo chiede Mike Elgan di Datamation, che ha notato come gli ultimi sviluppi del social network siano stati delle scopiazzature di Twitter (il pulsante subscription) e Google+ (Smartlist, una rimediazione delle cerchie della Grande G). Se questa nuova indole piace molto a Farhad Manjoo di Slate, che l’ha lodata e ne ha cantato le lodi, Gootenberg preferisce l’analisi di Elgan, secondo cui Fb non è condannato all’oblio (d’altronde, Yahoo è ancora in vita) ma semplicemente rischia di perdere quella genialità creativa che ha fatto di Maek Zuckerberg un miliardario di successo appena ventenne.

Dopo la rivoluzione di Facebook, quindi, comincia la restaurazione: i profitti rimangono alti, altissimi, e vanno mantenuti tali. Ergo, copiamo la concorrenza, per evitare che ci distrugga. Così facendo, però, si perde quella visione strategica che ha reso grande il sito, e si creano prodotti di dubbio senso come Deals, Places e l’email @facebook.com.

Zuckerberg e soci, del resto, se lo possono permettere: gli affari vanno a gonfie vele (nel secondo trimestre 2011, i ricavi sono raddoppiati) e 750 milioni di utenti non sono di certo pochi. Eppure, suggerisce Elgan, la somiglianza tra i due colossi non è campata in aria, visto che Facebook ora sembra non avere una visione del futuro chiara – proprio come Yahoo.

Yahoo non ha una visione. Non ha uno scopo. Non è necessario. Yahoo rimane in vita come uno zombie, animato dalla vita che era solito avere. Ed ecco cosa sta diventando Facebook. Certo, continuerà ad avere utenti. E, certamente, a fare soldi. Ma Facebook somiglia sempre più a un tipo intelligente che non è in grado di reinventarsi per l’era post-Facebook.

E così si limita a copiare la concorrenza, anche se per ‘concorrenza’ si parla di Plus. Da Facebook ci si aspetta di più.

 

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HuffDeontologia

L’Huffington Post è geniale nell’ottimizzare i propri pezzi e titoli a favore di motore di ricerca. La tecnica si chiama Search Engine Optimization (SEO). Ne abbiamo parlato spesso, ma ieri un articolo dell’HuffPo ha guadagnato tutta la mia attenzione, riportando l’argomento SEO in auge.

L’articolo in questione è un ottimo esempio della filosofia HuffPo, sito attualmente più visitato di quello del New York Times (che ha il paywall, però), e una valida spiegazione di come un sito di news discreto è riuscito a superare la Grey Lady.

Si tratta di una photogallery sui “13 trucchi per far durare di più batteria di uno smartphone”, articolo che attualmente il primo risultato di Google per la chiave di ricerca “battery last longer smartphone” — tutte parole non a caso contenute nel titolo — dove vi rimarrà a lungo, essendo creato ad hoc per la pole position nei motori di ricerca.

La condotta del giornale di Arianna Huffington è eticamente discutibile, come ha scritto Farhad Manjoo su Slate. Non solo perché, per ottimizzare il proprio sito, si farciscono gli articoli di parole-chiave molto digitate, che fanno aumentare il ranking delle loro pagine in Google & Co. (una cosa che un giornale on line, vivendo di click, deve fare). Ma perché, come nel caso in esame, creare una gallery che risponda alle esigenze di milioni di persone (“Mi si sta scaricando l’iPhone, come faccio ora?”) non significa fare giornalismo o dare importanti consigli su come conservare l’energia nei smartphones. Vuol dire semplicemente scegliere delle foto a bassa qualità e aggiungerci didascalie banali come: “metti in modalità uso in aereo, risparmierai la batteria” o “ricordati da chiudere le app che hai aperto e non usi più” o, ancora, “disattiva il wi-fi”.

Ottimizzare il prodotto è una cosa normale, prassi comune nelle redazioni di tutto il mondo. L’HuffPo però si sta facendo dettare l’agenda da Google Trends. E questo non è normale né professionale.

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Come volevasi dimostrare / 3: the e-book (stupid) dilemma

Da Slate.com

Qui su Gootenberg abbiamo speso molte parole sulla politica editoriale riguardo gli e-book attuata dalle major di carta e non (vedi Amazon). Oggi, della serie Come volevasi dimostrare, Slate tratta l’argomento con un articolo di Farhad Manjoo dal titolo piuttosto schietto: “Gli stupidi tentativi di Amazon e dei gruppi editoriali di proibire il prestito degli e-book”.

[Leggi La storia di un piccolo e-ditore italiano contro i gigantiDel perché non dovresti annusare la carta e pensare a cose più serie.]

***

Copertina del quarto numero di Eletric Literature

E, a proposito di schermi e lettura, un bel progetto USA: Eletric Literature, una rivista letteraria nata sul web disponibile in paperback (10$ a numero) o in formato epub/PDF (5 $). Ne parleremo presto, stay tuned.

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