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Vendere il Kindle in Italia

Amazon sta pubblicizzando il suo e-reader, Kindle, sul blog di Beppe Grillo. Il banner presenta uno slogan che riprende una delle più celebri battaglie del comico-blogger-politico wanna be, quella sul finanziamento pubblico ai giornali. Da notare l’enfasi su quel “di carta” per cui il Kindle sarebbe la soluzione al problema.

PS Apprendo con piacere che – a quanto pare – Beppegrillo.it è il primo magazine solo online. Qualcuno lo dica a quelli di Salon.com

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Prime avvisaglie della guerra tra Apple e Amazon

Ricordate la copertina quadrupla del numero di Fast Company di questo mese? Mostrava le quattro facce dell’elettronica di consumo e del futuro dell’innovazione su questo pianeta. Quattro facce simbolo di quattro aziende, le solite quattro, i Cavalieri dell’Apocalisse dell’hi-tech: Google, Apple, Amazon e Facebook. Il pezzo di copertina, di Farhad Manjoo, spiegava proprio della guerra per il predominio nei mercati mobile, app e cloud. Mercati in cui le quattro aziende si scontrano e si scontreranno sempre di più.

Bezos presenta il Kindle Fire, l'anti-iPad di Amazon.

Ed ecco le prime conseguenze reali del bel racconto di Manjoo: il terzo quadrimestre di Amazon è stato deludente, molto deludente, tanto che i ricavi della società sono calati del 71% rispetto al terzo quadrimestre 2010. Una botta aspettata (20 miliardi di dollari) ma comunque pesante, e dovuta – come ha spiegato Bloomberg – alle recenti operazioni di Amazon, che sta contrastando fortemente Apple nel mercato tablet – una mossa che è costata moltissimo all’azienda di Jeff Bezos.

Nonostante tutto questo, Amazon è ben felice di aver perso soldi perché questi ultimi mesi sono stati focalizzati sulla creazione e il lancio di Kindle Fire, l’anti-iPad che costa poco più di cento dollari. Peter Kafka su All Things Digital taglia corto e spiega che Bezos e Amazon sono più che tranquilli: le perdite dell’ultimo quadrimestre sono state legate ai nuovi investimenti (che presto daranno frutti), non alla crisi del sistema aziendale – una cosa che invece pare sia successa a Netflix.

E questo è solo l’inizio della guerra tra i quattro giganti. Ne vedremo delle belle.

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La copertina quadrupla di Fast Company

I quattro cavalieri.

Questo mese Fast Company, mensile americano, uscirà con quattro diverse copertine dedicate a quattro protagonisti dell’industria tecnologica e informatica. C’è Steve Jobs (ma non è un numero commemorativo, precisa il giornale), Mark Zuckerberg, Larry Page (CEO di Google) e Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon). Cos’hanno questi quattro signori (e quattro società) in comune?

Sempre più spesso le sfere d’azione di queste quattro aziende si stanno incrociando. Stanno creando tutte dispositivi mobili, tutte adocchiano al mercato pubblicitario e, ovviamente, tutte vogliono vendere qualcosa. La loro competizione le sta rendendo sempre più aggressive, più ambiziose e più innovative. Ora stanno tutte preparandosi per aprire un grande squarcio economico, dall’intrattenimento ai media, dalle comunicazioni alla finanza. I CEO che non hanno mai pensato di dover competere con la Silicon Valley si ritrovano ora costretti a reagire alle più recenti iniziative che giungono da Cupertino o Palo Alto o Mountain View o Seattle.

La battaglia dei prossimi anni sarà quindi tra questi marchi colossali (notare l’assenza di Microsoft): una guerra sempre meno sotterranea e fredda che si preannuncia all’ultimo sangue e potrebbe finire con la guerra dei brevetti (*) che sta interessando Apple e Samsung in alcuni Paesi del mondo. Quattro aziende miliardarie  che non conoscono crisi né momenti di flessione. E se fossero l’ultima speranza di un mondo così malconcio? A rispondere Farhad Manjoo, tech columnist di Slate che firma il pezzo di Fast Company.

Ultima domanda: ma se il magazine voleva evitare l’effetto-commemorazione di Steve Jobs perché non ha scelto Tim Cook, CEO di Apple che ha preso il posto dell’allora malato fondatore questa estate, come simbolo della mela morsicata per la sua copertina? Perché “per almeno i prossimi due anni Apple seguirà una strategia messa in essere da Jobs”, quindi sta alla sua eredità decretare il successo nei prossimi anni di vita della Mela.

(*) A tal proposito, un articolo di Paid Content sulla guerra tra bande tecnologiche che sta interessando colossi del settore, una conseguenza inevitabile – pare – dell’era post-PC:

In the PC-era, according to consultant Lisa McFall, tech patent squabbles were a gentlemen’s game played by a few large companies that would enter cross-licensing arrangements rather than face mutually assured patent destruction. Now, the disruptive effects of mobile technology has brought the return of company-to-company litigation that is further fueled by the arrival of patent-holding companies.

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La meraviglia della parola ‘nuvola’

Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti. Una buona parola – scelta nel modo giusto e utilizzata nel contesto giusto – plasma mondi e aspettative: modella le nostre vite, custodendo significati e interpretazioni dall’alto carico emozionale. Una parola è un piccolo tesoro, e non solo per via dei trademark che spesso trasformano sequenze di lettere in prodotti milionari posseduti da multinazionali. Una parola può cambiare il mondo. O creare un business in grado di.

Se esistesse una premio per la migliore parola dell’anno o del decennio, io tiferei per cloud, nuvola. Non c’è concetto più inebriante ed entusiasmante di svuotare i propri pesanti computer di gigabyte ammuffiti negli hard disk per liberarli e vederli volare in alto, sulle nuvole. Una sola parola – cloud – ha creato un immaginario romantico che ben si coniuga al business. Togli la zavorra dal tuo computer, lascia che tutto salga in cielo.

La nuvola di dati è ovviamente un’invenzione ma il suo valore è strepitosto: le nuvole sono belle; possono assumere forme varie; sono leggere, eteree; sono sopra di noi, sempre. Una nuvola è un colosso pesante appena qualche grammo. Ha un che di magico e misterioso, oltreché il protagonista principale di ogni pessimo film d’amore, nei quali una giovane coppia finisce sempre in una collina a guardare il cielo.

La nuvola è quindi una parola magica. E un concetto perfidamente perfetto per definire l’insieme di magazzini chilometrici ripieni di armadi-server e fili che ogni giorno custodiscono, accumulano e aggiornano quei miliardi di gigabyte che scorrono tra le vene della rete ogni secondo di questo tempo. Tradurre la tecnologia del cloud computing in una nube non minacciosa ma anzi carica di speranza e conoscenza, è stata una mossa geniale. Che sia stata l’IBM o Amazon a pensarci poco conta: secondo l’Atlantic è “la metafora più utile di tutti i tempi”, in grado di associare arte, natura, poesia e storia all’asettico mondo dei server e degli impianti di refrigerazione, noti per produrre CO2 senza badare a spese e per contribuire ai buchetti sull’ozono.

Un cumulo-nembolo

La parola magica ha quindi coniugato il marketing alla poesia. In tempi bui, sapere che la propria discografia di Burzum finisce a riposare nella nuvola può strappare un sorriso. Il mondo – viene da pensare – non può essere così cattivo se le nuvole di dati ci coprono la testa, facendo piovere a volte qualche .doc o .pdf utile alla bisogna. Dal punto di vista tecnologico non c’è stata alcuna rivoluzione: i tuoi dati vengono trasferiti e mantenuti in un’unità remota, dalla quale potrai prelevarli in qualsiasi istante via internet.

Una definizione di cloud potrebbe essere “hard disk esterno di dimensione titaniche, che condividiamo con altri milioni di persone”. Poco allettante. Lo ha capito da tempi non sospetti Lev Grossman, critico letterario e geek del Time, che qualche mese fa aveva si era spiegato piuttosto bene:

Dire ai clienti che i loro dati sono nella nuvola è come dire a un ragazzo che il suo cane è nel paradiso dei cagnolini. Non esiste un paradiso simile, e i tuoi dati non sono in una nuvola. Sono in un data center simile a una fortezza e senza finestre, da qualche parte negli Stati Uniti.

E allora perché il cielo della Silicon Valley sembra essere coperti di nuvole, tutto d’un tratto? Il concetto del resto non è di certo nuovo: il progresso delle comunicazione web lo ha reso senz’altro migliore, più accessibile e conveniente ma è e rimane vecchio. La cloud è semplicemente una tecnologia che archivia dati multimediali come canzoni, film e documenti. Old school. Conclude Grossman, tagliando teste a svariati tori:

Non è una cosa nuova. Anzi. È perlomeno vecchia quanto servizi per la posta elettronica come Hotmail. Solo che all’epoca non aveva ancora un nome così fico.

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Slate su Kindle e la sala d’attesa del dentista

Da Amazon.com

Non è raro che lo slow journalism americano si trasformi in libro (Truman Capote docet). La lunghezza di articoli del genere, d’altronde, è spesso appena una spanna più bassa di quella di un rilegato decente e il passo è breve.

Slate ha cominciato a pubblicare brevi e-book su Amazon, tratti da articoli di successi pubblicati dal magazine: il primo è stato Home Economics. How Couples Manage Their Money di Jessica Grose; ora esce The Rosslyn Code. A 500-Years-Old Message In Stone.

Il progetto, spiega la rivista online, punta a superare “il problema della sala d’attesa del dentista”, ovvero: che fare se si vuole leggere Slate e non c’è Wi-Fi? Problema risolto, bastano 1,99$ e un Kindle.

Meanwhile in Italy (cit.) gli unici articoli lunghi lunghi sono le omelie domenicali di Eugenio Scalfari — yuppie!

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Come volevasi dimostrare / 3: the e-book (stupid) dilemma

Da Slate.com

Qui su Gootenberg abbiamo speso molte parole sulla politica editoriale riguardo gli e-book attuata dalle major di carta e non (vedi Amazon). Oggi, della serie Come volevasi dimostrare, Slate tratta l’argomento con un articolo di Farhad Manjoo dal titolo piuttosto schietto: “Gli stupidi tentativi di Amazon e dei gruppi editoriali di proibire il prestito degli e-book”.

[Leggi La storia di un piccolo e-ditore italiano contro i gigantiDel perché non dovresti annusare la carta e pensare a cose più serie.]

***

Copertina del quarto numero di Eletric Literature

E, a proposito di schermi e lettura, un bel progetto USA: Eletric Literature, una rivista letteraria nata sul web disponibile in paperback (10$ a numero) o in formato epub/PDF (5 $). Ne parleremo presto, stay tuned.

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Il mondo è schiavo degli idioti, Internet pure

via Boingboing.net

Su Wikileaks, il cablegate e Julian Assange è stato scritto di tutto e di più. Ora che il biondino che ha sconvolto il mondo è stato arrestato e migliaia di hacker hanno avviato una cyberguerra nei confronti dei soggetti che lo hanno ostacolato (Mastercard, Amazon.com, Visa, Paypal), abbiamo l’occasione per riflettere su alcune storture del web – o meglio, di certi suoi utenti.

Nascita di un mito

Se Wikileaks ha saputo raccogliere attorno a se tanto rispetto e supporto in milioni di persone (direttamente proporzionale all’odio suscitato negli altri) è perché i suoi bottini portavano alla luce verità scottanti e per questo celate. I documenti venivano raccolti tramite operazioni di hackeraggio oppure a mano, da “talpe” all’interno dei vari enti nazionali. Il sito, che è un semplice database di file riservati, lavora sia bucando archivi ultra-segreti, sia affidandosi a ventenni “infedeli” agli USA che scopiazzano dati sensibili su cd di Lady Gaga. Una doppia agenda antipodale.

La forza del gruppo di Assange e soci è stata proprio questa: trasformare l’hacker – una figura che in parecchi genera rispetto, ma nella maggior parte dei casi timore – in un soggetto positivo agli occhi del pubblico mainstream. Un Robin Hood dei documenti ufficiali, un ragazzino guastafeste e irrispettoso delle autorità deciso a strappare il Velo di Maya dal mondo occidentale. E, per molti versi, c’è riuscito. Assange è diventato una figura rispettata e rispettabile (l’accanimento odioso delle varie ambasciate ne è una prova); la sua ultima rivelazione (circa 2.700.000 cablogrammi) è stata l’evento del 2010. Non “l’undici settembre della diplomazia mondiale”, come lo definì Frattini ancora prima che i leaks cominciassero, ma uno spartiacque. Il cablegate, le reazioni USA-Cina-Europa-Medio Oriente-Russia al cablegate e l’arresto di Assange sono già eventi storici. Segnano un prima e un dopo. Ma, a differenza del 9/11,  lo fanno in modo costruttivo. Il cablegate segna l’alba di una nuova era; l’Undici Settembre era il De Profundis agli Usa.

Se la missione di Mr. Wikileaks era di mostrare al mondo quanta ipocrisia si celi dietro il falso sorriso della diplomazia mondiale (che novità!), portandone le prove, Assange può quotare Bush e gridare: “Mission accomplished” (1). A preoccuparmi è piuttosto il codazzo di hackers&crackers che agisce nel nome di Wikileaks.

Anonymous & co.

Twitter di Anonymous

Sia ben chiaro, l’idiozia è più diffusa del raffreddore – e non da ieri. Gli umani sono stupidi e si comportano in modo stupido da Adamo e Eva in poi. Quindi anche la Rete, che prima di cavi, antenne e server e fatta da uomini, rispecchia l’idiozia degli sapiens sapiens.

“Anonymous” è un gruppo di smanettoni piuttosto noto, uso ad organizzare attacchi informatici comunicando via chat e/o forum. Dopo l’arresto di Assange, Anonymous si è messo subito all’opera con iniziative di vero e proprio terrorismo digitale. Dietro un furbissimo attestato di solidarietà al fondatore di WL, si nasconde mal camuffata la voglia di far e-bisboccia, di mettere in sesto colpi pesantissimi sfruttando la scia del cablegate – e la sua copertura mediatica mondiale.

Combattiamo per la stessa cosa: vogliamo trasparenza (nel nostro caso in tema di copyright) e ci opponiamo alla censura. (da qui)

Per molti versi, mi ricordano i black block dei vari G8. Teppisti criminali ai quali non interessa nulla: né la libertà d’espressione, né un mondo migliore. Vogliono solo esserci, fare danni. La parte più complicata del loro “lavoro” è la ricerca di un pretesto credibile. Questa volta lo hanno trovato velocemente ma il rischio è che parte dell’opinione pubblica arrivi a considerare Wikileaks e Anonymous simili o – peggio – colleghi, amici. Non conosco l’opinione di Assange riguardo questi hacker ma spero che se ne dissoci presto, non appena uscito di prigione (cosa che mi auguro avvenga il prima possibile).

Wikileaks nasce per dare luce, la sua aura è positiva; misteriosa ma positiva. Questi cyberhooligan sono dei wikicretini che vanno isolati e ai quali non va fatto il piacere d’offrire una bandiera (“la trasparenza!” “la libertà d’espressione!”).

Come ha detto Massimo Mantellini nel suo blog:

Abbattere un sito web con un attacco dos non è un atto eroico. Non si tratta nemmeno di una dimostrazione di potenza informatica (esistono software oggi in circolazione in grado di organizzare attacchi dos anche per chi non possiede grandi competenze informatiche), attaccare un sito web fino a spegnerlo è comunque, invaribilmente ed in ogni caso, una scemenza da ragazzini.

State lontano dai bulli: fanno sempre casino e rovinano i pochi momenti piacevoli che ci rimangono.

NOTE

(1) Con la sola, basilare, differenza che GWB diceva stronzate criminali.

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