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Fare soldi con i meme

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Sul sito di Studio, un viaggio sugli impresari dei meme, quelli che fanno da manager per Nyan Cat, Scumbag Steve & Co., facendo affari con le multinazionali.

(…) Nati come divertimento spontaneo in seno a una sottocultura di nicchia, oggi i meme sono di tutti e per tutti. E sono diventati una miniera d’oro. Nyan Cat – un gatto psichedelico tra i più virali del web – non è solo “famoso in rete”: è una vera star, online e offline. E come tutte le star potrebbe cominciare a chiedere cachet pesantucci e ad assumere un manager. Sta già succedendo: Ben Lashesè un musicista di Portland, in Oregon, che ha cominciato a “curare” i diritti e lo sfruttamento dell’immagine di alcuni tra queste “star” come il già citato Nyan Cat, Keyboard Cat (un gattino vestito d’azzurro intento a suonare una pianola) e Scumbag Steve (un ragazzo dall’espressione scazzata diventato simbolo di qualsiasi comportamento scorretto o pigro). In circa due anni, come racconta David Sax su Bloomberg Businessweek, Lashes ha dato in licenza questi prodotti ad aziende come Nike, Nokia e Lipton, che li hanno utilizzati per promozione e pubblicità. Insieme a Chris Torres, il creatore di Nyan Cat, ha anche firmato un accordo con l’azienda produttrice dei pupazzi Hello Kitty per sfruttare il buffo gattino a fini commerciali.

(Continua su RivistaStudio.com)

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Noè e il meteo

Nuova campagna pubblicitaria di The Weather Channel,  che punta tutto sul web e il meteo personalizzato con la nuova versione del suo sito.

(via Adweek)

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Come farà soldi BuzzFeed

Come ha spiegato magistralmente Bloomberg Businessweek poche settimane fa, BuzzFeed può essere in grado di rivoluzionare in chiave social e virale la pubblicità, offrendosi agli inserzionisti come la “testate” in grado di misurare i gusti del pubblico (e, in qualche misura, influenzarli) e di farli esplodere lungo le mille ramificazione dei social network. Parallelamente a questo business – nuovo e inesplorato – c’è la pubblicità “classica”, come le partnership e i post “sponsorizzati” da società esterne. A tal proposito, ecco una gallery dei più bei animali “ibridi” sponsorizzata nientepopodimenoché dalla Toyota, produttrice dell’automobile “ibrida” Prius. Una trovata geniale.

 

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Non abbiamo ancora foto ma la pagina 5 del Financial Times odierno propone una pubblicità bellissima.

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Meravigliosi scrittori che prima di esserlo furono copywriter

Li elenca The Awl, dimenticandosi però di Kurt Vonnegut.

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“È più probabile sopravvivere a un incidente aereo che cliccare un banner pubblicitario”

1994, HotWired, rivista online sul mondo del web da cui nascerà Wired. È il primo sito a mettere in vendita spazi pubblicitari a pagamento, i cosidetti banner. Il primo fu pagato dalla AT&T, la principale azienda di telecomunicazioni statunitense, e giocava tutto sull’effetto-sorpresa: “Hai mai cliccato qui? Lo farai!”. La reazione degli utenti fu prevedibile: il banner ebbe un enorme successo e aprì la strada a una forma di Internet remunerativa — per quanto fastidiosa.

Il reperto adv

Da allora le cose sono cambiate. In appena 17 anni una pubblicità su sito web non crea sorpresa né entusiasmo e riceve un numero di click (visite) molto basso. Ciò nonostante esistono ancora. Perché. Molto semplice: il fatto che un quadratino di pixel non venga visitato non vuol dire che passa inosservato. Per un’azienda è forse meglio pagare per un banner-decorativo, che non viene cliccato né esplorato perché l’effetto visivo rimane forte e vale i soldi spesi.

Anzi, un banner che riceve molti click non è un evento positivo. Secondo uno studio compiuto da AOL e MediaPost, le pubblicità online sarebbero cliccate dagli utenti “più poveri e meno scolasticizzati”, che cliccano sui banner per i seguenti motivi e situazioni:

  • Perché non sanno riconoscere la pubblicità;
  • perché sono percepiti di miglior qualità rispetto ai risultati della ricerca (per esempio, nei viaggi)
  • quando stanno cercando qualcosa che vogliono comprare (…);
  • quando sono annoiati;
  • quando credono di poter vincere qualcosa o ricevere qualcosa gratis.
In una parola: siti porno. Il magico luogo del web dove un banner è ancora un qualcosa che, per esistere e funzionare, dev’essere cliccato. Al di fuori di questa Terra di Mezzo le adv sono maturate e vengono raramente esplorate. A tal proposito Solve Media, una società che si occupa di advertising e comunicazione online, ha confrontato le probabilità di cliccare un banner online con altri eventi più o meno infausti. Business Insider ha raccolto gli incredibili risultati in una photogallery.
Cogliamo fior da fiore:
1) È 279 volte più probabile riuscire a scalare l’Everest fino alla cima che cliccare un banner pubblicitario.
 
2) È più probabile — molto più probabile — sopravvivere allo schianto di un aereo che cliccare su un banner.
 
3) È 40 volte più probabile avere due gemelli che cliccare su un banner pubblicitario.

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Il palloncino saziante autogonfiante che saluta come uno scemo

Ultimamente non leggiamo i giornali da soli.

Tra un pagina e l’altra c’è sempre un ragazzo che ci fissa, gli occhi vuoti e senza speranza, la mano tesa verso l’obiettivo. Sulla mano tiene una sfera azzurra, mistica, come una goccia d’acqua perfettamente sferica. La pubblicità è quella di Dimagenina, nome scientifico del “palloncino saziante per perdere peso”, croce e delizia di ogni lettore di quotidiano. La pubblicità in questione è un meme, una presenza fissa e ormai insopportabile. Non solo contenutisticamente — sempre meglio delle scoperte scientifiche in campo d’erezioni — quanto graficamente. È un pugno nell’occhio che pretende minimo una mezza pagina, con quello sfondo azzurrino, etereo, da Forza Italia vintage.

Con quella faccia un po' così

Il primo a parlare della campagna pubblicitaria in questione è stato Luca Sofri, con toni tra l’allarmato e l’ironico:

L’unica cosa che viene voglia di fare è chiamare la polizia che vada a salvarlo: sta chiedendo aiuto (“Vi prego, aiutatemi! Mi tengono ostaggio e mi fanno ingerire palle autorigonfianti”). Invece, quello che dovremmo pensare è che ci siano italiani che oggi andranno in una farmacia e chiederanno la palla molla, la pagheranno, e la ingeriranno.

Il battage continua da mesi: pagine intere su giornali nazionali, tra cui il Corriere della Sera, periodici femminili e maschili. A sborsare i soldi necessari alla campagna è la Lloyd Pharma, multinazionale farmaceutica di cui il web dice poco (non ha una pagina Wikipedia) e il cui sito è un inno all’HTML spinto, 1.0, semplice e anonimo — a meno che non sia autogonfiante — e non permette grandi approfondimenti.

Ciò nonostante Dimagenina trionfa e si espande. Un commento al post di Sofri, di Gabriele Farina, è testimone del boom del farmaco: “Ho visto questa pubblicità su una rivista farmaceutica (ho la moglie farmacista)” scrive il blogger. E aggiunge un’importante considerazione sull’efficacia commerciale del pallonicono: “mia moglie dice che inizia ad essere molto richiesta”.

Non è una sorpresa: dimagrire è uno dei desideri degli occidentali e col boom delle diete si sono inserite nel mercato la più varia compagine di “guaritori”: da quelli onesti (dietologi laureati e capaci) a quelli più simili a fattucchiere del nuovo millennio. La domanda è alta e non accenna a diminuire, l’offerta agisce di concorrenza.

Il prodotto

Il cuore di Dimagenina è l’Iporessina®, il principio attivo che funge da “Intragastric Bulking Agent, ossia agente riempitivo gastrico (dello stomaco)”:

Il meccanismo di azione della sostanza mima quello delle fibre vegetali, è cioè in grado di assorbire elevate quantità di acqua all’interno dello stomaco aumentando sensibilmente di volume; questa consistente massa, del tutto indigeribile ed inerte, stimola i recettori nervosi presenti nello stomaco ad inviare segnali di sazietà al cervello, che a sua volta diminuirà progressivamente il senso di fame ed il desiderio di continuare a mangiare.

Iporessina® “potrebbe essere causa di riduzione dell’assorbimento di eventuali farmaci assunti in concomitanza” e non va quindi assunto con altre sostanze; si raccomanda anche di parlare col farmacista prima di farne uso. (Il bugiardino continua così e non è molto rassicurante ma, sinceramente, ne avete mai letto uno che non vi preparasse al peggio?)

Il palloncino ha origini lontane: già nel luglio 2006 un articolo pubblicato dal Journal of Applied Polymer Science parlava di un agente in grado d’essere tollerato dall’intestino dei ratti. Tra gli autori del pezzo c’è un certo A. Sannino, che, secondo quanto scritto da Non Solo Diete,

 in collaborazione al Prof. Luigi Ambrosio (CNR – Napoli) e al Prof. Luigi Nicolais (Università Federico II° di Napoli e attuale Ministro per le Riforme e dell’Innovazione nella Pubblica Amministrazione), ha brevettato un materiale in grado di assorbire liquidi fino a 1.000 volte il proprio peso (in altre parole 1 g di materiale è in grado di assorbire fino ad un litro di acqua in condizioni ideali).

Proprio perché in grado di non interagire in qualsiasi modo con l’organismo “ospite”, il prodotto è stato classificato come dispositivo medico e non come farmaco. Stessa sorte è toccata alla Digenina, che secondo alcuni è una sostanza figlia degli esperimenti di Sannino & Co.

Il prodotto è in tre varianti. In tutti i casi viene venduta in confezioni da 60 pezzi. Il primo tipo, classico, è da 500 mg e costa 95 €; il secondo, “Forte”, è da 600 mg e costa 115 €; l’ultimo (“Extra Forte”) è da 700 mg per 135 €. Le capsule della sostanza durano circa una decina di giorni: ne vanno ingerite tre prima di pranzo e tre prima di cena. Per i soggetti con una particolare tendenza all’ingrassamento, la razione per pasto scende a due capsule. In tutti i casi l’assunzione va accompagnata con molta acqua — che dev’essere assorbita dalla sostanza affinché il palloncino si gonfi.

Le reazioni

Giovanna Cosenza, professoressa di semiotica all’Università di Bologna (vedi CV), è stata la prima a mobilitarsi, a cercare risposte dietro il misterioso palloncino. Snocciolando prezzi e tariffe, la dottoressa ha subito denunciato quanto il prodotto potrebbe trovare successo in ampie fasce della popolazione. Nel 2008, scrive, tre milioni di italiani soffrivano di disturbi alimentari — un mercato sensibile, disposto a spendere molti soldi e fare qualsiasi cosa per risolvere il proprio problema.

L’idea di mangiare palloncini non è granché; pensare a delle capsule che si gonfiano d’acqua è meglio. E allora perché Lloyd Pharma ha voluto puntare sull’ingoiare palloncini (anche piuttosto grandi, a giudicare dalle foto) se in realtà si parla di capsule? Escludendo l’ipotesi dell’errore comunicativo (che c’è stato ma da altri punti di vista) la bolla blu da mangiare attira l’attenzione. È la novità, il prodotto nuovo, appena arrivato. Serve a coprire d’esclusività un dispositivo che, l’abbiamo visto, si comporta come le fibre vegetali. Anche quest’ultime assorbono acqua, si gonfiano e fermano l’appettito. Ma sono fibre. Che noia.

La Cosenza, superata la sorpresa, è andata oltre, domandandosi se tutto questo sia legale: “Credo”, scrive “che questa pubblicità vada denunciata allo Iap perché due sono i casi”. Il primo è che sia ingannevole, ovvero che contravvegna all’articolo 2 del “Codice di Autodisciplina Commerciale”, che dice:

La comunicazione commerciale deve evitare ogni dichiarazione o rappresentazione che sia tale da indurre in errore i consumatori, anche per mezzo di omissioni, ambiguità o esagerazioni non palesemente iperboliche, specie per quanto riguarda le caratteristiche e gli effetti del prodotto, il prezzo, la gratuità, le condizioni di vendita, la diffusione, l’identità delle persone rappresentate, i premi o riconoscimenti.

Nel valutare l’ingannevolezza della comunicazione commerciale si assume come parametro il consumatore medio del gruppo di riferimento.

Il secondo caso è che promuova un prodotto nocivo per la salute, contro l’articolo 12 dello stesso Codice, che regola così la materia:

La comunicazione commerciale relativa a prodotti suscettibili di presentare pericoli, in particolare per la salute, la sicurezza e l’ambiente, specie quando detti pericoli non sono facilmente riconoscibili, deve indicarli con chiarezza.

Comunque la comunicazione commerciale non deve contenere descrizioni o rappresentazioni tali da indurre i destinatari a trascurare le normali regole di prudenza o a diminuire il senso di vigilanza e di responsabilità verso i pericoli.

Chi crede che la pubblicità del palloncino gonfiabile infranga una di queste regola, può segnalarla allo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria) complilando questo modulo.

***

Personalmente Gootenberg non ritiene l’adv di Dimagenina un qualcosa di illegale o illecito: è semplicemente un qualcosa di brutto, da vedersi e pensarsi. Ma è uno squarcio ottimo per osservare una vasta fascia di persone che per qualche chilo di troppo (i superobesi non possono assumere Dimagenina) farebbe qualsiasi cosa. Un piccolo dramma sociale e psicologico che rovina la serenità di milioni di persone, che sono quindi alla ricerca di una via d’uscita. Una qualsiasi.

Ingurgitare palloncini il cui testimonial sembra dire “Non fatelo non fatelo salvatevi almeno voi”? Pure.

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