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Dago, Mario Monti e la merda – Reloaded

Altro argomento a sostegno di quanto detto tempo fa su Dagospia e il suo senso per la merda: ecco l’apertura di oggi del sito di Roberto D’Agostino. Prego notare il mal celato entusiasmo di fondo:

1- LO SPREAD SOTTO I 300 PUNTI, IL PURGA-TORIO E’ FINITO E I BERLUSCONES ALZANO LA CRESTA: MOZIONE DI SFIDUCIA CONTRO IL PIO CHIERICO DI SANT’EGIDIO ANDREA RICCARDI
2- L’EX GUARDASIGILLI NITTO PALMA HA RACCOLTO LE FIRME DI 45 SENATORI PER PRESENTARE UNA MOZIONE DI SFIDUCIA INDIVIDUALE. I PIROMANI GASPARRI E QUAGLIARIELLO FRENANO E STANNO MEDIANDO PER RISOLVERE LA SITUAZIONE: ALTRA BENZA?
3- LA FRASE “CRIMINALE” SUSSURRATA DA RICCARDINO ALLA SEVERINO: “ALFANO VOLEVA CREARE IL CASO, STRUMENTALIZZARE. È LA COSA CHE MI FA PIÙ SCHIFO DELLA POLITICA”
4- UN PRETESTO VALE L’ALTRO PER IL PDL PER TORNARE AL TAVOLO DEL MAGNA E RIMAGNA
5- IN FONDO IL BANANA AVEVA “NEGOZIATO” CON NAPOLITANO E MONTI UN SAVACONDOTTO PER LA SUA USCITA DA PALAZZO CHIGI. E COSA HA OTTENUTO? DOPO I 560 MILIONI DI EURO A DE BENEDETTI, IL RISCHIO DI PAGARE PER LE FREQUENZE DEL CONGELATO ‘BEAUTY CONTEST’? AGGIUNGERE INFINE CHE IL CENTROSINISTA INTENDE ACCAPARRARSI IL GOVERNO DELLA RAI IN VISTA DELLA TORNATA ELETTORALE DEL 2013. E ALLORA E’ GUERRA!

Della serie: “È tornato il Puzzone! Fichissimo! Si torna finalmente a lavorare! Meno male, visto che ultimamente le cose non andavano tanto bene.”

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I repubblicani cercano nuovi giornalisti repubblicani che non siano Rush Limbaugh

L’annuale CPAC (Conservative Political Action Conference, conferenza annuale vicina ai repubblicani) ha visto molti interventi dedicati al ruolo dei media nella politica statunitense. Secondo quanto scrive l’Huffington Post, Jim Geraghty della National Review ha chiesto ai conservatori di smetterla di commentare storie aggregate da altri e cominciare a fare da soli. Il riferimento è a prodotti relativamente nuovi come l’HuffPo stesso, uno dei punti di riferimento dei liberal americani nel web.

Secondo il blogger, agli aspiranti giornalisti conservatori mancano punti di riferimenti prestigiosi. Michael Goldfarb del Weekly Standardha criticato i giovani in erba, bollandoli come inadeguati e incapaci di aumentare l’influenza repubblicana nei media, attività in cui – secondo lui e molti altri presenti – i liberal sono invece magistrali. Il giornalismo repubblicano, insomma, non ha un Woodward e Bernstein (gli autori dello scoop per eccellenza, l’inchiesta Watergate) a cui fare riferimento e ispirarsi. “Molti conservatori – ha continuato Goldfarb – vogliono entrare nel mondo del giornalismo, ma sono tutti opinionisti critici. Vogliono fare come Rush Limbaugh, Bill Kristol. Vogliono diventare Charles Krauthammer.”

Il modello Fox News-Limbaugh rischia quindi di rovinare l’idea di giornalismo per le nuove generazioni di firme conservatrici, sempre più attente alla polemica e meno attente a quel che davvero importa: le notizie. Nulla di nuovo, solo che se ne sono accorti anche i repubblicani stessi.

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La difficile risalita del Washington Post

Quando ero managing editor, tutto quello che facevamo era migliore di qualunque altra cosa nel settore. Avevamo il miglior meteo, i migliori fumetti, le migliori notizie (…). Oggi c’è un competitor per ciascuno di questi settori e molti di loro lo fanno meglio di noi.

Robert Kaiser, al Washington Post dai primi anni ’60, sulla situazione del giornale statunitense. Il resto è sul sito di Studio.

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Il paywall, l’aggregatore e il tabloid

Deve essere davvero dura essere il New York Times, di questi tempi. Deve essere difficile avere una storia secolare di gloria e prestigio, riassunta in soprannome scherzoso ma pregno di rispetto (grey lady: ”signora grigia”, per via dell’alto rapporto tra testo-immagini che la contraddistingueva un tempo) mentre si affronta un presente così complicato, domandandosi quali – e quante – sorprese riserverà il futuro al simbolo del giornalismo anglosassone. È cominciato tutto nel 2005, quando nacque il primo news site pensato in toto per il web 2.0: l’Huffington Post, che in pochi anni arrivò prima a insidiare il primato del Times come “sito di notizie più letto del mondo”, per poi superarlo e staccarlo nella distanza. Continua a leggere

 

 

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NewsRight

Grandi movimenti nel mondo degli aggregatori di notizie, quei siti che coprono le news sulla base del lavoro di altre fonti (agenzie di stampa, giornali, riviste, blog…). La Associated Press insieme ad altre 28 società del settore (tra cui la New York Times Co., Washington Post Co., McClatchy, Hearst Newspapers) ha dato alla luce a NewsRight, iniziativa che punta a colpire quei siti che, sfruttando materiale altrui, vende pubblicità o abbonamenti agli utenti, guadagnando senza che alla “sorgente” delle news vada nulla. La soluzione che NewsRight propone è il pagamento di una tariffa unica all’azienda rappresentante dei grandi marchi del giornalismo mondiale, una sorta di “permesso all’aggregazione delle notizie”. L’obiettivo è quindi quello di colpire chi basa il proprio business sulle news senza pagare chi le notizie lo scova e racconta per primo. Continua a leggere

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L’AP sbarca in Corea del Nord, non senza qualche dubbio

Non sono pochi i dubbi sulla libertà di azione che i giornalisti di Associated Press avranno in Corea del Nord, Paese nel quale sono stati appena ammesi dal regime di Kim Jong Un (figlio del Caro Leader da poco scomparso). I pochi giornalisti occidentali che vi hanno lavorato (ammessi solo in occasioni speciali ed eventi di regime) hanno spiegato al Guardian che è impossibile parlare con un nordcoreano a cui non sia stato spiegato precisamente cosa dire e cosa non dire. Oltre a questo, ovviamente, c’è il fantasma della censura diretta a seminare di dubbi questa “gentile concessione” del Paese.

Un buon segnale, comunque. Vedremo.

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Il giornalismo ai tempi di Twitter e BuzzFeed

Christian Rocca, inviato del Sole 24 Ore, sta coprendo il caucus in Iowa e ha scritto un breve post sul suo blog Camillo riguardo il rapporto tra giornalismo, internet e Twitter.

L’unico vero, incontrasto, vincitore dei caucus dell’Iowa è Twitter. Qui a Des Moines, i giornalisti guardano solo twitter, si informano su twitter, discutono su twitter. E poi, sbuffando, tornano a scrivere quei fastidiosi articoli sui giornali del giorno dopo, pubblicati da chi gli passa la paga. Interessa solo twitter, fa notizia solo twitter, dà soddisfazione solo twitter.
(…) Ha vinto twitter, ma c’è qualcosa che non torna. Pensateci. Twitter è quel super organo di informazione che può contare sulle migliori firme americane e internazionali, sui migliori reporter americani e internazionali, sui migliori analisti americani e internazionali. Tutti questi scrivono gratis per il signor Twitter. Potrà continuare?

La questione è complicata e ancora informe – difficile fare pronostici senza risultare visionari o imbecilli – quindi quel “potrà continuare?” finale è il limite massimo oltre al quale possiamo sporgerci senza rischiare di precipitare o scivolare. Perché se è vero che i tweet stanno trasformando il giornalismo e l’informazione, è anche vero che i giornalisti sono pagati da quei giornali e siti di news per i quali scrivono pezzi sbuffando, dopo un’orgia di 140 caratteri. I giornalisti si divertono e rendono moltissimo sul social network ma continuano a dover rendere conto alle testate per cui lavorano – le quali, tra l’altro, beneficiano solo indirettamente del traffico web interno a Twitter.

Che succederà? Non possiamo dirlo ma qualcosa sta già succedendo: Ben Smith, perla di Politico e blogger che nel 2008 ha raccontato le elezioni Usa alzando l’asticella del giornalismo di qualche tacca, è ora a BuzzFeed, sito di LOL, WTF e gattini birichini. In pochi giorni il sito ha già beccato uno scoop nel caucus dell’Iowa. Prima di abbandonare Politico (per quanto non completamente – Smith manterrà una column settimanale), il giornalista aveva espresso i suoi dubbi e timori riguardo il blogging e il giornalismo-istantaneo ai tempi di Twitter. Nella sua intervista-sfogo con AdWeek, Smith spiegò come Twitter sia in grado di arrivare prima su tutto. E di arrivarci, paradossalmente, meglio, nonostante il limite invalicabile dei 140 caratteri. Particolare interessante: nell’articolo non ci sono riferimenti ai giornali cartacei (quelle cose fatte di notte, vendute alla mattina e che restano testardamente pietrificate per 24 ore): il discorso era tutto sull’online: siti, blog, social network (fra tutti, Twitter).

Qualcosa sta succedendo. Qualcosa di grande. Qualcosa che cambierà tutto. “Potrà continuare?” No. E di certo c’è solo questo.

P.S. Nel frattempo, imparate ad aspettarvi da BuzzFeed un qualche scoop (magari da Pulitzer), e a riconoscerlo in mezzo a quella giungla di lol virali. 

(Immagine via)

 

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