Archivi categoria: editoria

Link Mono e Marshall McLuhan

La copertina del numero

Qui sopra, a destra, potete leggere il motto di questo blog, palesemente ispirato a Marshall McLuhan. È quindi d’uopo per noi segnalare che è uscito il nuovo numero di Link Idee per la Televisione, ed è una cosa monografica proprio sul folle studioso canadese.

Ne abbiamo parlato su Studio dopo aver chiacchierato col direttore della rivista Fabio Guarnaccia.

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Come monetizzare l’archivio storico di una rivista – il caso New Yorker

Il New Yorker è tra i magazine statunitensi (insieme alla rivista Atlantic Monthly) che meglio ha saputo sfruttare il web per aumentare lettori cartacei e non. L’app del settimanale va molto bene, così come il sito. In effetti si trattano di due prodotti ottimi e convenienti.

Cover per l'edizione dell'11 settembre 2006.

L’applicazione per tablet offre, oltre alla versione touch del giornale, anche degli interessanti speciali monografici: uno sulla tecnologia, uno sulle green technologies ecc. Sono gratuiti per gli abbonati o a pagamento per i comuni mortali (2,99 dollari). Sono complilation di articoli e saggi meravigliose e che, scrive Felix Salmon sul suo blog Reuters, rappresentano un modo innovativo per monetizzare il proprio archivio storico. Una di queste raccolte, “At the Ballpark”, tutta dedicata al baseball, conteneva titoli dal 1929 ad oggi.

Sempre per quelli che l’iPad-fa-male-ai-giornali.

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Sfogliando la rivista “The Occupied Wall Street Journal”

In questi ultimi giorni un gran numero di persone ha manifestato nei pressi di Wall Street contro la finanza internazionale, ritenuta la vera colpevole della crisi che ha sconvolto una buona parte di mondo negli ultimi tre anni. Le dimostrazioni, volute dal movimento di hacker Anonymous e da AdBusters, ha avuto un grande successo, diffondendosi in altre grandi città Usa.

Lo slogan dei dimostranti è: “Noi siamo il 99 per cento” e si riferisce alla sproporzione tra ricchi e poveri negli Usa e nel mondo occidentale. I protestanti, quindi, si definiscono parte della stragrande maggioranza della popolazione, schiacciata da una risicata e potentissima élite. La quale sarebbe la principale responsabile dei mali che ci attanagliano viscere, portafoglio e welfare state.

Il movimento, nato tre settimane fa, si è col tempo sviluppato ed è finito per avere una propria testata: The Occupied Wall Street Journal. Il riferimento – ovvio – è al quotidiano Wall Street Journal, il cui nome è stato storpiato sulla base del motto della protesta (nonché hashtag sui social network): Occupy Wall Street.

Il New Yorker è entrato in possesso del primo numero di OWSJ: quattro fogli stampati a colori dal tono rivoluzionario che vi sembrerà familiare, se vi è capitato di intercettare un attivista di Lotta Comunista con l’omonimo giornaletto rivoluzionario-fuori-tempo-massimo-di-circa-40-anni.

I direttori della neonata testata movimentista, Jed Brandt e Michael Levitin, hanno spiegato al WSJ (sì, proprio a quel giornale – ironia della sorte) di aver pensato alla loro pubblicazione come una risposta alla scarsa copertura mediatica che Occupy Wall Street aveva ricevuto. Il prossimo numero uscirà giovedì.

Il primo numero è piuttosto retorico: spiega i motivi dell’occupazione e racconta storie tragiche di vita vissuta, in cui uomini e donne si sono ritrovate senza soldi e senza casa. Per favorire i proseliti, propone anche una guida intitolata “Occupy for Dummies”, in cui si spiega all’ingenuo avventore senza esperienza cosa fare per supportare la causa. Gli autori del giornale hanno anche stilato una lista in 5 punti su come fare per far tremare le mura di Wall Street.

Un particolare dello

1. OCCUPA! Portati dietro strumenti, cibo, coperte, teli e senso di giustizia;

2. SPARGI LA VOCE! Stampa, scarica, mostra, condividi il volantino dell’iniziativa. Twitter: #occupywallstreet e #occupytogether. Facebook: OccupyWallSt.;

3. CONTRIBUISCI! (seguono indicazioni per versare denaro al movimento — vedi PDF su Scribd, nda);

4. SEGUI L’OCCUPAZIONE (seguono indirizzi web e gruppi su Twitter e Facebook coi quali aggiornarsi sulle iniziative degli occupanti);

5. FATTI UNA CULTURA.

A pagina 2, ovviamente, non manca un riepilogo delle rivolte popolari che hanno caratterizzato il 2011, dalla Tunisia alla Libia, passando – ovviamente (?) – per Wall Street. Un paragone azzardato, secondo alcuni commentatori (e secondo Gootenberg), anche se a tal proposito Foreign Policy ha pubblicato due articoli interessanti.

Il primo spiega come Occupy Wall St. sia stato trattato dai media stranieri, soprattutto quelli mediorientali; il secondo, invece, racconta agli occupanti alcune cose da imparare sulle “rivoluzioni”, proprio sulla base degli eventi della Primavera Araba.

Joshua E. Keating, autore del secondo articolo, elenca 5 cose-da-fare-o-non-fare in caso di rivolte popolari, sperando che a Wall Street stiano ad ascoltare. In breve:

1. Non c’è bisogno di un leader, bensì di una piattaforma. E chiarite ben bene cosa volete e perché siete lì.

2. Allargate la vostra base. L’obiettivo è quello di essere unitari, bipartisan e non classisti. Per fare una rivolta di popolo ci vuole il popolo: non un’élite.

3. Tenetevi amici polizia e forze dell’ordine. Sono anche loro parte del popolo: se le vostre richieste saranno sagge e giuste, allora forse passeranno dalla vostra parte. Niente ACAB, mi raccomando.

4. Non date la colpa ai media. Una regola non rispettata dai fondatore di OWSJ, come abbiamo visto. Ma tant’è, l’importante è capire che i media possono essere le migliori armi di un movimento popolare: basta saperci fare.

5. Non mollate. Volete la rivoluzione? Ci vorrà del tempo, sappiatelo.

2 commenti

Archiviato in editoria, politica

Fare le copertine alle #shortstories nate su Twitter

La Einaudi è attivissima su Twitter. Non so a chi sia dovuta questa nuova vita social del brand editoriale (un qualche stagista? un addetto stampa? un pirata?) ma credo stia facendo del bene all’azienda.
Un paio di settimane fa @Einaudieditore cominciò un concorso di ‘storie brevi’, da far stare nell’angusto spazio di un tweet (140 caratteri). Le più belle e interessanti venivano retwittate da Einaudi. L’idea era quella di scrivere un racconto in uno spazio ridotto: come fare surf dentro uno sgabuzzino. Ad ogni modo l’idea è bella e stimolante.

Così, anche noi ci abbiamo partecipato. E solo ora scopriamo che We Are Muesli, un bel tumblr, si è messo a creare copertine per le short stories che vengono cinguettate dagli utenti italiani. Una bella iniziativa. E ci siamo anche noi con la nostra zublime creazione.

“Mario scoprì presto – e nel modo peggiore – i rischi di giocare a dama con Godzilla”, nome dell’opera di Gootenberg, è un ovvio omaggio al “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” di Augusto Monterosso, ovviamente. Solo che c’è di mezzo Godzilla, ecco, per dare un senso nipponico al tutto. E la dama per… non lo so perché.

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Concorso: il libro più brutto di sempre

Quelli di Publishers Weekly dicono di aver trovato il peggior libro di sempre: si chiama Dildo Cay e ha questa copertina.

Parla di una chiave (key, o cay) ricoperta di cactus di tipo dildo (esistono? yes). Il titolo ha anche un doppio senso, visto che c’è anche un posto che si chiama Dildo Cay (sì, esiste, ed è qui).

Da quando ho letto questo pezzo ho cominciato a pensare al libro più brutto di cui sono a conoscenza. Ci penso un po’ su e magari vi dico. Nel frattempo potete cominciare voi, vai col televoto.

(via Electric Literature – di cui abbiamo già accennato – su Twitter)

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Disegnini for dummies

Il New Yorker di questa settimana propone una chiaccherata con Rich Tennant, l’uomo che ha illustrato i libri della serie “for dummies” (il primo, Dos for Dummies è di vent’anni fa e vendette un milione di copie).
Ha iniziato per caso, quando gli editori gli chiesero un paio di disegnini divertenti sul sistema operativo di Microsoft.

 

Da lì non si è più fermato e ha partecipato a talmente tanti libri (più di 1600) che spesso alcune vignette sono state riciclate. Come nel caso di New York City for Dummies, corredata da un’opera che Tennant ha ricordato qualcosa:

“Interessante, credo che quello fosse un fumetto per Disney for Dummies.”

La battuta, che si prestava anche per il tema New York (con qualche lieve modifica) è così emigrata da un’opera all’altra.

Al momento dell’intervista l’autore stava lavorando a Dog Photography for Dummies.

Lascia un commento

Archiviato in editoria

Il libro di Makkox con le vignette de ilPost.it

Un volume che raccoglie tutte le vigne di Makkox per ilPost.it, presto in uscita per Bao Publishing. La retrocopertina del libro è questa meraviglia qui.

(C’è anche una versione delux con carta pregiata e cosine disegnate a mano da D’Ambrosio, tutte le info qui.)

Mentre qua c’è il pezzo con cui il disegnatore presenta l’opera e spiega com’è passata dal disegno alla satira politica.

Lascia un commento

Archiviato in editoria