Scusa cara ma gli hashtag mi hanno dato alla testa

Come tutto ebbe inizio.

Franco Bechis, vicedirettore di Libero che scrive su Twitter che, stando a delle sue fonti interne e “alte” nel PdL, Berlusconi si dimetterà entro domani. Poi Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, che rincara la dose, affermando che la fine del governo è questione di ore. Nel frattampo, sui social network (Twitter in particolare) è il delirio. E in borsa, uguale (tanto che Bechis viene accusato di aggiotaggio – non da una procura: dalla ggente).

Una giornata strana, quella di oggi. Altalenante, anche al di là dello spread. Tra l’illusione di una fine che (forse) dopo quasi vent’anni un po’ meritiamo, quantomeno per quella pietas che pensiamo esista da qualche parte; e l’amarezza per una news rivelatasi hoax-o-quasi. Una giornata che consegna a tutti noi un meritato gagliardetto con su scritto “boccalone”.

E fa bene il Post a definirla, in un editoriale con tanto di scuse ai lettori(*), “stupida”. Così come fa bene Arianna Ciccone, boss di Valigia Blu e organizzatrice del bellissimo Internation Journalism Festival di Perugia, a definirla di portata storica, almeno per gli albi giornalistici che tratteranno di questi anni (per dire: non è il Watergate. Ma nemmeno un po’). È una giornata “storica” perché segna la sconfitta di chi vuole informare e chi vuole essere informato: abbiamo creduto che un tweet-retroscena desse vita a un evento storico, e invece eccoci qui, con Silvio Berlusconi che dice di voler vedere in faccia i suoi traditori (la frase in corsivo è da leggersi con sottofondo musicale degno: Twin Peaks Theme mi sembra ok).

Mentre politica e finanza si riconfermavano boccaloni almeno quanto noi nel seguire le indiscrezioni di Bechis – ed ecco lo spread che ci accorcia e poi si allarga e così via – i social network erano invasi da hashtag di grande successo. Chiariamo una cosa: la tweet-reazione non ha causato il turbillion di cui scriviamo. Ne è stata conseguenza. E parziale carburante, à la benzina sul fuoco 2.0. Ma il fenomeno di alcune etichette come #dimissioni, #acasa, #vivalafuga e #aeiouy non è da sottovalutare. Non solo perché #dimissioni ha scalato la classifica dei trend MONDIALI (una cosa che non si vedeva – credo – dai tempi del referendum su acqua-nucleare-ecc., arrivando financo a duellare con #JustinBieber); ma anche perché hanno creato una discussione globale che è stata interessante. E divertente. E diversa dal solito: appena un anno fa, il tutto si sarebbe svolto su Facebook. Qualcuno avrebbe aperto un gruppo ironico (“Franco Bechis avrà più fan del tizio con cui parla al telefono e registra a sua insaputa” o qualcosa simile) e migliaia di persone vi si sarebbero iscritte. Stop, fine delle trasmissioni in una marea di like e trollate.

Oggi invece il fantomatico “popolo della rete” ha assistito da lettore e cittadino a notizie e rivelazioni che dei giornalisti professionisti, iscritti all’albo, pubblicavano. Il dramma è che la cosa è stata presa sul serio da tutti. Per ore. Anche dai giornali esteri che, poverini, credono che il retroscena italiota sia giornalismo e non un bel gioco di penna (era successo pochi giorni in fa, quando l’agenzia Bloomberg riprese un articolo di Francesco Bei su Repubblica in cui si parlava di – indovinate – Berlusconi e dimissioni. E anche in tal caso, fu Twitter a scatenare l’effetto-valanga. Ne scrisse saggiamente Francesco Costa).

Lezioni per il futuro: attenti a Bechis, che registra; attenti a Ferrara, che è Ferrara; e quando anche la più autorevole delle testate straniere riprende un articolo italiano, chiedetevi: “Ma questo articolo ripreso da, per esempio, il Washington Post, lo pubblicherebbe mai, il Washington Post?

Infine, alla luce di tutto questo e soprattutto del Silvio Immobile, ecco l’hashtag per domani: #merdanelventilatore

(*) Sì, al Post quando sbagliano chiedono scusa. Ma pensa te, che gente.
 

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