Meno app e più business, please

Per uscire dalla crisi è necessaria l’innovazione. Malgrando la Sylicon Valley, la Mecca dell’hitech occidentale, gli USA hanno molti problemi ad aprire nuove strade e uscire dal fango dei subprime. La green technology potrebbe certamente servire allo scopo: è innovativa, può creare migliaia di nuovi posti di lavoro e può dare una scossa all’economia rispettando l’ambiente. Eppure l’industria verde latita; le grandi aziende, colpite dalla crisi, smettono gli investimenti “verdi” e il circolo vizioso è servito. L’innovazione risulta un peso in tempi di tagli e cinghie strette.

Jijar Shah, “blogger expert” di Fast Company, ha scritto in un suo articolo che una delle cause di questo disastro è la mancanza di menti giovani e fresche nel mercato. “Quando si hanno infrastrutture decadenti e obsolete — spiega –, è impossibile avere crescita”. In altri tempi (nel post-1929 o anche durante la crisi petrolifera degli anni Settanta) gli Stati Uniti hanno saputo reagire e dare nuove fondamenta all’economia disastrata. Durante la citata crisi petrolifera, gli USA seppero investire in energie alternative e impianti eco d’avanguardia, dimostrando di credere nel sogno americano. A crisi rientrata, però, il petrolio tornò competitivo e tutto evaporò. Ma comunque, sostiene Shah, il tentativo c’era stato — solo “abbia perso la motivazione di portare nel mercato quelle tecnologie”.

Angry Birds ci distrae dalle cose serie?

E oggi? Qualcosa si muove, certo, ma la svolta è lontana. E non perché mancano talenti, geni e precursori: il problema è che sono distratti da altro, scrive Shah. Per esempio, dall’AppStore di Apple.

Gli imprenditori più geniali del nostro tempo stanno facendo app per iPhone invece di creare importanti modelli di mercato per innovare le infrastrutture. Peter Vesterbacka (capo sviluppatore di Angry Birds, che, vero, è una società filandese ma il problema è uguale dappertutto) e il suo team sono stati geniali per avere creato un’app che a volte raggiunge il milione di download giornalieri. Ora, immaginiamo di riuscire a convincere anche una piccola percentuale di questi ragazzi-prodigio a pensare a nuovi modelli energetici efficenti o di produttività agricola.

L’analisi di Fast Company è interessante ma non tiene conto del mercato. Certo, denuncia la disparità di trattamento tra le industrie energetiche “sporche” e quelle “pulite” (le prime sono favorite) ma non spiega come le green tech possono diventare competitive.

Nel Time di questa settimana Bryan Walsh lo fa per lui, scrivendo dei recenti esperimenti della General Electric, la maggiore compagnia energetica americana, nel campo del solare. Già ad aprile la GE ha annunciato la creazione di un pannello solare dal tasso d’efficienza record. Il nuovo prodotto, che dal 2013 sarà costruito negli USA (creando circa 1000 nuovi posti di lavoro) è in grado di offrire una performance inedita, aprendo alla GE il business del solare, dopo il boom di quello eolico (di circa 6 miliardi annui). È una buona notizia? Sì, nonostante la retorica green in favore del piccolo e locale. Come spiega l’autore, il successo del colosso energetico è il successo di tutti:

I verdi dovrebbero sperare nel successo della General Electric. Se vogliono che il solare vinca, devono accettare che il player più grande entri nel gioco.

Un colosso come la GE, che punta ad essere competitiva anche contro società cinesi come Suntech Power e Trina Solar (che offrono prodotti a prezzi irrisori), può dare una forte spinta al mercato, convincendo magari qualche genio ad entrare nel mercato del futuro e lasciare le app ad altri.

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