L’ispiratore di Google+ ora lavora con Facebook

Una schermata di Google +

Google continua la sua eterna lotta per entrare nel mondo del social networking. Il suo ariete per entrare nel settore è frutto di un progetto costoso e lungo. Si chiama Google +.

Tra le miriadi di pezzi, articoli e j’accuse sull’argomento quello di Farhad Manjoo mi sembra il più interessante (non è la prima che volta che il tech columnist di Slate batte la concorrenza). Manjoo è piuttosto critico nei confronti di Plus: l’autore nota che Google dice che il prodotto non vuole essere un Facebook killer, ma allo stesso tempo risulta impossibile immaginare un utente usare entrambi i sistemi.

La scelta è semplice: o uno o l’altro, e in questo la Grande G parte in forte svantaggio. Non solo per i precedenti fail; quanto per lo strapotere nella concorrenza nel settore social. Facebook, Twitter, FriendFeed e Tumblr coprono già lo scibile social della Rete. Inserirsi in un mercato pieno di prodotti forti, affidabili e specializzati è complicato (ed ecco il primo motivo dei problemi googliani); farlo in un momento di maturità del mercato peggiora ulteriormente le cose.

Ciò nonostante, al di là di Manjoo, Google + è piaciuto: c’è chi ritiene possa migliorare la propria vita social e tutti concordano nel ritenerlo una cosa seria e ben fatta, a differenza dei precedenti Wave, Me e Buzz.

(C’è anche un pensiero parallelo interessante. FastCompany ha raccolto le opinioni di alti dirigenti dell’azienda che concordano nel considerare “+” solo una parte di un processo che vuole portare Google oltre Facebook e il social network: innestando elementi social — il motore di ricerca, il blogging, le mail, YouTube, Places e ora Plus — per migliorare l’esperienza Google. Una prova della metamorfosi in atto può essere la nuova barra del sito, fatta per accogliere Plus e la nuova stagione googliana. Togliere utenti dal sito di Zuckerberg per portarle in casa propria, quindi? Non serve, spiega Bradley Horowitz, tra i creatori di Plus, “abbiamo già miliardi di utenti”. Il problema è che “non siamo riusciti a fornirgli un modo per avere un’esperienza solida e coerente di loro stessi e le loro relazioni”.)

Il fulcro del pezzo di Slate rimane comunque l’origine del nuovo prodotto di Google. Un anno fa Paul Adams pubblicò uno slide show sul futuro della vita social, sottolineando i difetti dei network odierni, il cui fulcro era: nessuno di noi ha un solo gruppo di amici. Ogni network è fatto di tanti sotto-network, spesso agli antipodi tra loro. Facebook, accusava Adams, non tiene conto di queste diversità, generalizzando il concetto di “amicizia”. Non è un caso che una delle colonne portanti di Google + sia l’elemento “cerchia”: l’utente può suddividere i proprio contatti in vari gruppi, tutelando le diversità dei singoli e permettendo un’organizzazione migliore. Ed ecco il particolare scabroso ricordato da Manjoo (ma ripreso da TechCrunch): Adams, ispiratore del progetto che vorrebbe rispondere a Facebook… ora lavora per Facebook. Tra i motivi che ha spinto Zuckerberg a prenderlo tra i suoi? Proprio quel paper “anti-Facebook” da 400mila visite.

Google + deve ancora incontrare il pubblico e non ce la sentiamo di far previsioni: possiamo senz’altro dire che l’impresa è ardua e la concorrenza tremenda. Ultimamente ci era sembrato che l’Economist avesse avuto ragione un anno fa, quando scrisse che la magia di Google stava terminando. “+” è l’ultimo tentativo che il colosso del web ha per riprendere il potere perduto nel suo stesso regno e rispondere allo strapotere di Zuckerberg e Steve Jobs. Ma per quanto il prodotto possa essere buono, non è detto che gli utenti siano disposti a seguirlo. Se ciò succedesse, sarebbe veramente la fine per la Grande G.

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