Dagospia: la tragedia perfetta

Dago con il Potere

L’uomo

Il miglior pezzo sul caso Dagospia di questi giorni (il sito di pseudo-gossip è citato in alcune intercettazioni non lodevoli del caso Bisignani-P4) lo pubblica il sito di Studio, la rivista italiana del momento. A firma di Alberto Piccinini, penna del manifesto, è un bella biografia di Roberto D’Agostino, da Arbore al posto in banca passando per Cossiga e una (passata) infatuazione per Silvio Berlusconi.

Ne esce un personaggio-vittima di un sistema. E non in senso buono: Dago ha fatto del “sistema” la sua raison d’etre, essendone alternativamente megafono e nemico, in un tango spastico che ben riassume la caratura del personaggio. Pregi e difetti si mescolano nella sua figura, creando un qualcosa di nuovo e inestricabile: Dago è la romanità fatta persona, gode dei sotterfugi del Palazzo rendendo le sue spifferate quasi una serenata d’amore nei loro confronti, più che una presa di distanza. In questa dualità c’è forse il lato migliore dell’uomo (e del suo sito): la paraculaggine che diventa virtù, nel nome de “il più pulito c’ha la rogna”, titolo frequente dei pezzi retroscenisti di Dagospia.
Almeno, vien da dire, non gioca a fare il moralista. Ha deciso di scrivere del torbido e lì ci sguazza. Felice. O quasi: cafonal, verrebbe da dire citandolo. Il cafonal è il suo ambiente: non lo ha creato lui (vorrebbe) ma è stato lui a dargli un nome e un Pinturicchio (Umberto Pizzi), le cui foto devono fargli ridere all’impazzata.

In quei fotogrammi c’è tutto: il potere mangione, pantagruelico, gli attovagliamenti (preludi a inciuci e inevitabili pussi-pussi). Lì c’è il suo mondo, il suo habitat. Pubblicare quelle foto (orribili e mai divertenti, nemmeno per sbaglio) serve a dimostrare la teoria-Dagospia, una sorta di dietrologia che incontra la gastronomia e non disdegna la fica. L’Italia, per molti versi. Ma anche no.

Io ho imparato una cosa: il potere non è quello che si vede.

Chi parla di poteri occulti, nascosti, di solito sbraita allo scandalo e si concede alla paranoia. Dago no. Dago sorride. Perché, anche se non si vede, il potere “nascosto” si fa comunque sentire. Se sei bravo, di notte ti sistema le coperte.

Non sappiamo se Roberto D’Agostino fosse davvero il burattino di Bisignani e la fantomatica P4. Ci permettiamo di dubitarlo: non si diventa agente dell’OVRA gridandolo ai quattro venti. Per un lobbista, Dago è un diversivo, un canale di informazioni ghiotto, affamatissimo e ascoltato. Un buco nel quale rilasciare messaggi cifrati, certi che il guru del gossip politico italico li pubblicherà.

Cossiga, confessò lo stesso Dago, gli dettava pezzi incredibili, retroscena segreti che lui nemmeno capiva. Problemi? Zero. E quando Sabelli Fioretti gli domanda: “Temi mai di essere strumentalizzato?”, il nostro, felicemente cafonal, risponde: “Sempre”.

Eccola, la vittima conseziente del sistema. Un sistema che forse c’è, magari no, comunque daje.

Le idee

Una tale scorza morale non nasce senza una forte filosofia politica. Al di là del recente trip mistico che lo ha coperto di tatuaggi, barbette e ammennicoli vari, Dago è fedele a una delle dee romane più potenti: la dea del cafonal, Barbara Palombelli.

Sono affetto da palombellismo. E’ la mia ideologia politica, il cinismo romano (perché escludere, quando si può aggiungere?), l’andreottismo letta-letta (tra destra e sinistra, meglio il centro-tavola), la convinzione che qualsiasi problema si può risolvere attovagliati al Bolognese. Quello che oggi è tragedia, domani è farsa. Meglio evitare prese di posizione all’ultimo sangue.

Ricordo il D’Agostino in una puntata di Porta a porta (il noto “centro-tavola” della TV italiana) di un anno fa. Si sbraitava tra nordisti e sudisti e il Nostro, d’un tratto, si levò dalla poltroncina chiara per gridare contro il refrain Roma ladrona, spiegando che i veri ladri – chi aveva rovinato il Paese – stavano al nord, a Milano. Le banche, la finanza ecc. Al di là delle reminescenza da tardo Alfonso Luigi Marra, ciò può anche essere vero. Ma è difficile accettare opinioni da Mr. “Quello che oggi è tragedia, domani è farsa”, anche perché – questo Dago non lo dice – se domani è farsa, dopodomani è debito pubblico.

Roberto D’Agostino è fatto a forma di inciucio. In questo senso è l’alfiere della peggiore romanità, distantissimo dalla politica come ideali ma aderente ai politici come uomini di Potere. Lo ha confessato lui stesso: “Meglio evitare prese di posizioni”, meglio non impuntarsi. Meglio farsi fabbri e modellare il paraculismo finché non assomiglia a qualcosa di lodevole.

Roberto D’Agostino è quindi un personaggio tragico, un narcisista con l’overdrive e le valvole saturate. Tende da sempre all’infinito e si ritrova sempre in via del Plebiscito. Ha provato facendo il disk jockey, inventandosi “lookologo” per Renzo Arbore e Gola Profonda per Cossiga e i suoi fantasmi. Ha creato un suo mondo distorto e lo ha chiamato “potere”. (Come, non lo vedete? Oh bella, è perché non si vede.) Ma niente, siamo ancora lì, siamo alle zie canute che sparlano della nuova portinaia di Via dei Cipressi. È la via Merulana del Gadda stuprata, dissanguata da ogni vitalità e diversità, costretta a recitare il cliché del Romano-che-sa-come-funzionano-le-cose-qui-a-Roma, quando in realtà è un goffo agente segreto co.co.co.

La chiusa dell’articolo di Piccinini è particolarmente saggia al riguardo. Lasciamolo fare:

Cosa rivela la P4 se non la stessa sindrome Matrix che accompagna la storia di questo paese almeno dal dopoguerra? Di questa sindrome, di certo, D’Agostino non è responsabile. Nutrire l’ego e il narcisismo di chi si sente un po’ più fico perché grazie a Dagospia conosce “il retroscena” è invece un effetto da non sottovalutare. Altro è capire se poi questo retroscena è un altra messainscena, o cosa.

E’ D’Agostino un raffinato furbone? Un perfido anarchico? La pedina di un gioco più grande di lui? E’ tutte e tre le cose insieme?

Qui su Gootenberg si pensa che il ruolo di Roberto D’Agostino all’interno della vicenda finirà per sgonfiarsi. Ha ricevuto qualche chiamata, presenziato a qualche attovagliamento e trascritto qualche velina. Ordinaria amministrazione per un pallombelista hardcore. Lo scenario si confermerà come tragico. Decadente, la metastasi rimarrà tale, forse per l’eternità. E Roberto potrà guardarsi indietro, osservare il Colosseo ancora in piedi, eterno Continuerà a credersi voce e anti-voce del Sistema e a sghignazzare dei cafonal. “Chi l’avrebbe mai detto che sprofondare nella merda fosse così spassoso?” si chiederà attovagliato.

E, chissà, magari ci scappa un tatuaggio nuovo.

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