Indignados e hate groups: ritratti di gente incazzata

Inchiesta-sondaggio di Newsweek/Daily Beast sulla rabbia degli americani. In tempi di rivolte popolari nord-africane e di indignados spagnoli, che clima si respira negli USA? L’articolo si serve di un powerpoint incorporato direttamente da Scribd (una cosa che non avevo mai visto in un media mainstream) e conferma quello che sappiamo già: siamo incazzati, poveri e tristi. E abbiamo poche speranze. Ce la prendiamo col governo, con le multinazionali e con i partiti.

O con il “diverso”. Tempi di incertezza sono anche tempi di intolleranza, e i partiti xenofobi d’ultradestra europei ne approfittano, come abbiamo visto negli ultimi due anni. Italia (con la Lega Nord), Francia (con Marine Le Pen) e le insospettabili paesi scandinavi (con i “Veri Filandesi” delle elezioni di quest’anno).

Gli Stati Uniti, per esempio, non hanno mai avuto così tanti hate groups come in questo periodo, ha spiegato l’Atlantic. Questo successo si poggia sulla paura, come detto, ma anche su altre variabili sociologiche ed economiche. Gli hate groups aumentano negli stati che alle elezioni del 2008 hanno premiato McCain; trovano rigugio migliore negli stati in cui la religiosità è maggiore (Alabama, Mississipi: tutta la cosidetta “fascia del grano” ultra-cristiana).

I gruppi violenti ed estremisti inoltre, sembrano avere maggiore successo con soggetti scarsamente scolasticizzati e impegnati nei lavori più umili e manuali. Le percentuali di tali organizzazioni crollano invece tra i lavoratori creativi: scienza, tecnologia, manager, legge, arte, cultura ecc.

Pochi nazi in Sylicon Valley

L’Atlantic insomma riesce a descrivere fenomeno sociali e culturali con freddi grafici e statistiche. I quali non aggiungono nulla di nuovo a quanto si sapeva già ma aiutano a capire come gestire la rabbia che in tutto il mondo monta selvaggia. Tale energia è data dalla paura e dalla disperazione: è potentissima e può cambiare le cose; ma può facilmente sfociare nella violenza — specie se colpisce fasce sociali più deboli.

Gli USA sono un esempio perfetto: i Tea Party hanno saputo affermarsi come voce della destra americana sfruttando proprio il malcontento popolare riguardo le tasse, per poi espandersi e diventare un soggetto con cui il GOP deve fare i conti. Sarah Palin è sempre più vicina alla candidatura per le elezioni del 2012: la candidata ideale per un movimento fragile, emotivo, che vuole farsi sentire per abbattere un nemico comune (Barack Obama).

Non sempre un popolo in rivolta è una buona notizia, quindi. Ribellarsi e far sentire la propria voce è un’attività salutare per le società, ma non porta automaticamente al Sole dell’Avvenire. Una piazza piena non è un mondo migliore.

Vedi anche Solution is the only revolution

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