Instapaper sta allungando il giornalismo?

Quando l’iPad fu presentato al mondo, gli analisti pensarono a come avrebbe modificato il giornalismo (e, in forma minore, il mercato librario). Giornali e riviste, si diceva, verranno lette su tablet: la carta è spacciata. La corsa all’app si rivelò frenetica, una nuova corsa all’Eldorado retroilluminato, il miracolo tanto atteso che avrebbe rimesso in carreggiata il mercato della stampa, generalmente in crisi dalla metà dei Settanta (diffusione massiccia della televisione) e nei Duemila messo a repentaglio da siti d’informazione gratuiti, blog e quant’altro. Fuoco amico.

Le app giornalistiche, ne abbiamo già scritto a iosa, sono spesso ottimi prodotti, esteticamente accattivanti, ma raramente riescono a convincere il lettore di tenere tra le mani Il Futuro. (Il problema potrebbe essere tecnologico: forse hardware e software non sono ancora abbastanza sofisticati per offrire un’esperienza di lettura paragonabile a quella del giornale cartaceo sul tavolino, affianco a un caffè bollente).

Effetti collaterali

Una rivoluzione a metà, quindi. “Il Futuro” potrebbe essere costretto ad aspettare (demotivato anche dal chiacchierato fail di The Daily, giornale solo-per-iPad di Murdoch) e accontentarsi intanto di un cambiamento contenutistico del giornalismo. L’iPad porta infatti una serpe (una stupenda serpe) in seno: un’applicazione semplice e rivoluzionaria, che comincia a fare breccia tra i migliori siti del mondo.

No, non parliamo dell’app di Televideo, bensì di Instapaper, l’arcinoto software che salva articoli e li re-impagina in modo sobrio elegante, confezionando all’utente un archivio di letture off-line. L’app innesca un circolo vizioso: leggere sullo schermo Instapaper è un piacere, è semplice, e può essere fatto in qualsiasi momento (anche in aereo), senza preoccuparsi del 3G o del wifi.

Quando la lettura su schermo diventa un piacere, di norma il lettore cerca di prolungare l’esperienza, gettandosi su articoli più lunghi, racconti brevi e così via. Migliaia e migliaia di caratteri che, in un mondo senza Instapaper, andrebbero letti su pc, mentre si è connessi a Internet (con Skype e Facebook che gridano distrazioni); e che sono consultabili in qualsiasi momento.

Il giornalismo “lungo” in Italia non ha mai attecchito più di tanto: Wired Italia a volte offre qualche chicca, Micromega dà in stampa polpettoni su “Come Hannah Arendt avrebbe risposto a Scilipoti” et similia, ma in generale manca la tradizione, la cultura dello “slow journalism“.

Si sta diffondendo (cit.)

Un qualcosa di simile è successo anche nella Patria di tale movimento, gli Stati Uniti, che dagli anni Novanta hanno segnalato un calo dei longform articles, calo che continua ad oggi, con testate gloriose come l’Atlantic Monthly che hanno abbandonato il genere nei primi del Duemila. Un processo che sembrava senza fine e ha spinto l’American Journalism Rewiev, nel luglio del 2009, a decretare “la morte del giornalismo slow”.

Il segnale d’allarme di AJR è sicuramente fondato: la crisi è innegabile ma nel buio si percepiscono alcuni bagliori.

L’interesse verso le letture da 50 minuti sta tornando alto e parte proprio dal web. Prediamo per esempio il Daily Beast, che da tempo offre una raccolta settimanale delle “migliori letture della settimana” (o “del mese”, “dell’anno” o, ancora, tematici – per esempio, Osama bin Laden); o Slate, che ieri ha parlato di LongForm.org (ne abbiamo parlato prima noi, qui) con un articolo di uno dei fondatori del sito, Max Linsky, su come l’iPhone abbia stravolto l’idea di giornalismo, permettendo di memorizzare centinaia di articoli in pochi centimetri quadrati. Il mobile sta scuotendo il mondo del giornalismo, afferma Linsky, spiegandosi con un parallelismo tra il settore news e quello musicale:

Il processo mi ricordava i primi tempi degli MP3, quando album fuori mercato e ultrarari, che erano stati sistemati nel purgatorio dell’industria musicale, tornarono alla ribalta.

Appena un giorno dopo il servizio, ecco la raccolta delle migliori rapine in banca, tutte selezionata da… LongForm, ovviamente. Un articolo che – e qui Gootenberg ci si gioca il cappello – sarà il primo che Slate dedicherà al genere.

In tutti questi casi si registra la presenza di un pulsante “speciale:

Premendo “Read Later” Instapaper registra il contenuto della pagina, la reimposta graficamente e aspetta che il suo utente voglia rilassarsi per qualche quarto d’ora. Ci auguriamo che tale pulsante diventi sempre più diffuso, anche in Italia.

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7 commenti

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