David Sedaris e il New Yorker VS the Sallusti Boys

David Sedaris

L’occasione era ghiottissima: intervistare David Sedaris, scrittore e firma del New Yorker, sul Giornale. Un bel modo per riprendere contatti col grande giornalismo americano dopo il caso Tommaso Debenedetti, l’intervistatore falsario che ora semina il panico pure al New York Times (con un falso corsivo di Umberto Eco).

L’intervista comincia bene — una chiacchierata sul cosa vuol dire scrivere per il giornale con la pipa, tra una Chesterfield Blu e l’altra — aspettando l’incontro di stasera con Stefano Benni al Festivaldelleletterature di Roma.

Com’è scrivere sul New Yorker?
«Pagano bene. Puoi dire a tutti che scrivi sul New Yorker e fai parte di un club di scrittori belli, giovani e intelligenti».
E quando vi incontrate cosa vi dite?
«Incontrarsi? Cerco di frequentarli il meno possibile. Vai a cena con loro. Ti raccontano una bella storia. Quando capiscono dallo sguardo che ti interessa ti mettono una mano in faccia e stoppano: oh, non la scrivere, questa è mia. Meglio parlare con gli infermieri. Hanno storie bellissime e non sono gelosi. Fidati, gli scrittori sono noiosi. E anche le scrittrici. Non fanno altro che dire: ieri ho scritto tre paragrafi, però non mi convincevano, allora sono andata a riguardarmeli, due pagine le avevo scritte il giorno prima e insomma ho deciso di andarmi a riprendere un saggio che diceva così e colà».

In generale si sente aria da sfottò, ma lo zenit si raggiunge nel finale, quando Vittorio Macioce (autore del pezzo) gli chiede se conosce qualche scrittore italiano. E all’improvviso, la bomba — o quasi, anzi no:

«Certo»
Chi?
«Bruno Vespa».
Bruno Vespa?
«Perché non ha scritto libri?».
Ineccepibile.
«Adesso devi chiedermi: Bruno Vespa è conosciuto in America?».
Esattamente così?
«Non a pappagallo. Puoi anche cambiare qualcosa».
Ma Bruno Vespa è famoso in America?
«Famosissimo».
Famosissimo? Sul serio?
«No. È una bufala. Ma i giornalisti italiani ci cascano sempre».

Tutto vero, caro Sedaris, ma anche gli americani a volte cascano nelle bufale italiane.

It's a bird, It's a plane, It's T. Debenedetti

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