La rivista Studio e il giornalismo “lento”

Abbiamo scritto spesso di riviste da leggere su schermo e sfanculato gli adoratori della carta della serie “non ho mai letto su schermo ma sicuramente è una cosa satanica”. Il motivo è semplice: gli sniffatori di carta non mi stanno granché simpatici e i tablet sono il modo più semplice per gustarsi il giornalismo d’oltreoceano-e-manica senza svenarsi in edicola.

Il New Yorker costa 9,50 euri in Italia. Ne sono un lettore accanito della rivista ma l’unico numero che posseggo è quello di due settimane fa, sulla morte di bin Laden. Per il resto ho letto tutto dal sito (grazie Instapaper) e dall’app relativa (ottima, come di norma in casa Condé Nast), in cui un numero costa la metà del prezzo nostrano.

In generale ciò che il mondo invidia agli USA — tra le altre cose — sono le long stories tipiche del giornalismo americano: Harper’s, New Yorker, Atlantic (fino a qualche tempo fa) tra tutte. “Articoli” dilatati che diventano racconti senza dimenticare la cronaca. Prendere un fatto curioso o importante, zoomarlo all’inverosimile e spalmarlo su 20 pagine di rivista. Un’arte che David Remnick, direttore del magazine newyorkese, ha definito “slow journalism”.

La buona notizia che anche noi Italiani stiamo cercando di fare qualcosa al riguardo. Studio è una rivista bimestrale di cui è attualmente in edicola il secondo numero. È un piccolo gioiello editoriale molto curato nei contenuti, nella grafica e nelle foto, in cui si respira il dolce scrivere bene d’ispirazione New Yorker e lo slow journalism made in Italy — pur in versione embrionale, ma c’è tempo — prende strade interessanti. Certo, manca la long story da 20 e passa pagine, ma chissà.

Copertina del secondo numero di Studio

In compenso, tra servizi, interviste e corsivi strepitosi, c’è una bella chiacchierata di Francesco Pacifico con Lorin Stein, neo-direttore della Paris Review. L’intervista — è evidente — si basa sui consigli che la storica rivista darebbe ad una sua neonata emule italiana: le risposte di Stein distruggono anni di fighettaggine letteraria per afferrare a piene mani la ciccia del discorso:

Con una rivista letteraria la cosa che mi interessa è: a cosa serve? Per quanta gente è? Si merità di esistere? (…) Ma se non ti poni la domanda allora stai prestando poca attenzione alla cosa: io credo che ci sia quest’idea che la letteratura sia una cosa buona. Ma a me non pare una posizione sensata. (…) Quando lavori per una rivista letteraria secondo me devi davvero chiederti: ci stiamo pagando l’affitto? Stiamo giustificando la nsotra esistenza? E cosa significa giustificare la nostra esistenza? Quanta gente dobbiamo raggiungere? E la gente, la legge veramente la rivista?

Per concludere con una massima da ricordarsi ben bene:

Dobbiamo andare da una condizione di totale certezza e una di incertezza radicale.

Studio è una rivista ottima a cui Gootenberg augura buona fortuna. E aggiunge che gli ricorda — non capisce come, forse per la cura certosina che traspira dalla (bella) carta del giornale — il Diario del periodo bimestrale, anche se rimangono due prodotti diversissimi.

***

Giudizio finale: 6 euri spesi più che bene.

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4 commenti

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4 risposte a “La rivista Studio e il giornalismo “lento”

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  3. una curiosità, ma in italia la versione cartacea del new yorker si trva in giro od occorre per forza sottoscrivere l’abbonamento?

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