La bolla Internet del 2000 e quella che (forse) verrà. Un confronto

Dall'Economist

L’Economist di questa settimana dedica la copertina al pericolo di una nuova bolla finanziaria nel business informatico. Una scelta dettata da alcuni avvenimenti degli ultimi giorni: l’annuncio di una prossima entrata in borsa di LinkedIn, social network professionistico che conta di essere valutato attorno ai 3,3 miliardi di dollari nell’offerta iniziale pubblica alla prima giornata di borsa ha raddoppiato il proprio valore raggiungendo quota 8,9 miliardi di dollari (update 21/05). E l’acquisto di Skype da parte di Microsoft, affare da 8,5 miliardi di dollari (400 volte il suo valore in utili).

Cifre folli che ricordano le speculazioni degli anni novanta nel settore dell’allora giovanissimo Internet e l’informatica in genere. I bei tempi andati in cui il dotcom sembrava in grado di trasformare tutti in miliardari, senza che qualcuno si preoccupasse di generare entrate. Centinaia di aziende sono nate all’insegna della speranza e dell’illusione, imbarcando personale spropositato nell’attesa che i soldi piovessero dal cielo — cosa non avvenuta, di qui la crisi del 2000.

Il boom odierno di aziende come Facebook, Zynga, Skype, è il preludio ad nuovo tramonto oppure il nuovo business è davvero riuscito a monetizzare ciò che negli anni Novanta era rimasta una bella idea spendacciona? Pensiamo a Zynga, creatrice di FarmiVille e CityVille: i suoi giochi sono gratuiti ma gli utenti sono “spinti” ad acquistare prodotti virtuali — o a maneggiare denaro Zynga — creando un business miliardario, che rende il gigante del gioco on line solido e combattivo.

Ci sono quindi molte differenze tra gli anni Novanta e i nostri difficili giorni. Eccole:

  • partiamo dall’investimento iniziale che un’azienda deve sostenere per entrare nel mercato attuale. Molto basso rispetto a quella di quindici anni fa: il progresso tecnologico ha abbassato i prezzi e il cloud computing permette di sfruttare le fattorie di server come piattaforma sulla quale poggiare il proprio business. Risultato: oggi bastano poche migliaia di euro per cominciare; ai tempi della prima bolla servivano milioni, come segnala il settimanala inglese;
  • una delle causa della crisi del dotcom fu anche l’enorme numero di aziende che in breve tempo entrarono in borsa, sfruttando il forte vento speculatorio. Che agì come lievito, gonfiando sassolini finanziari fino alle dimensioni di macigni. Le società pre-2000 si presentavano al pubblico di futuri e potenziali azionisti valutandosi (e venendo valutate) molto più del loro peso reale. Le IPO (offerte iniziali pubbliche) erano aste al rialzo perenne e generarono una bolla mostruosa quanto redittizia per chi riuscì a vendere prima del punto di non ritorno;
  • chi usava Internet negli anni Novanta? Non molte persone: ragioni tecnologiche ed economiche, soprattutto. La banda larga e l’ADSL erano miraggi (lo sono tuttora in Italia) e il costo di un computer e una connessione era molto alto. Troppi soldi per “quella cosa da attaccare al telefono per vedere donne nude” — non ne valeva la pena. E ora invece? Gli internauti sono circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo. I social network hanno “affezionato” alla Rete milioni di persone, creando un legame tecno-sentimentale. E la Rete è una presenza continuativa: ci segue attraverso smartphones, tablet e minicomputer. Il panorama è cambiato e il sistema è abbastanza solido — pare — da reggere un business plurimiliardario;
  • attualmente Internet è un fenomeno globale anche finanziariamente. Oltre agli Stati Uniti (tuttora leader del mercato) e l’Europa (in cui è nata Skype, per esempio) la Cina è un fiorire di start up e colossi che gettano ombra e chiudono l’entrata a quelli occidentali. Anche la Russia è fortemente nel mercato.

Forse ciò che ci salverà da una nuova bolla sarà l’allargamento della Rete: un tempo era rarefatta e addensata negli Usa (con la Sylicon Valley a farne da capitale), ora è un fenomeno globale, necessario e redittizio.

Basta non specularci.

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3 risposte a “La bolla Internet del 2000 e quella che (forse) verrà. Un confronto

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