Cyborg troppo cyborg

Brian Christian. O un robot?

Vince la gara chi riesce a convincere i giudici di essere un essere umano e non un robot. Sembrerebbe il soggetto vanziniano per una parodia di Blade Runner. Si tratta invece di un turing test, un esperimento in cui computer e esseri umani si sfidano a chi risulta essere “più umano”.

Brian Christian, il suo organizzatore, spiega a Paris Review che i giudici

conducono una serie di conversazioni di cinque minuti con computer gestiti da persone reali e computer gestiti da altri computer, che fingono di essere persone imitando risposte umane. La chiave sta nel fatto che i giudici non sa chi è chi, e il loro compito è capirlo in cinque minuti.

Christian ha studiato informatica, filosofia e poesia. I suoi studi si riversano in questo strano concorso, che mira ad intaccare l’ultima certezza di noi umani: l’idea aristoteliana dell’esclusiva umana del pensiero. Che è oggi — per quanto provocatoriamente — messa in discussione. I computer possono “scimmiottare” l’uomo, imitandolo. È questo fenomeno a rendere il test così agguerrito e interessante. Due anni fa, racconta l’Economist, Brian Christian è riuscito a convincere i giudici di non essere un computer.

Sembra facile, eppure anche i più grandi esperti d’informatica incontrano enormi difficoltà. Il programma che riesce a convincere il 30% della giuria di essere umano, vince l’ambito trofeo: il Most Human Computer award. C’è anche il premio contrario, per l’umano più convincente: è il Most Human Human award.

Phlip K. Dick sarebbe fiero di voi

L’ambiguità uomo-macchina è già una realtà che sta invadendo il mondo dei social network. Recentemente l’Atlantic ha raccontato il proliferare di account Twitter “bot”, dietro ai quali c’è un computer che fa domande agli utenti e cerca di dare risposte sulla base di calcoli algoritmici.

Il magazine narra le peripezie del bot @JamesMTitus, creato da specialisti neozelandesi in cyber-sicurezza. L’utente Twitter domandava: “Se potessi portare in vita un personaggio di un libro, quale sceglieresti?”. Alle risposte degli utenti (ignari di dialogare con del silicio), il programma rispondeva con generici “honestly? no fracking way. ahahahhaa”.

Quando il bot veniva pressato con domande d’altro tipo, finiva per dare risposte che potevano provenire solamente da un pazzo. O da un computer.

Umanamente uomo

Copertina di "The Most Human Human"

Brian Christian ha studiato a lungo questo “desiderio” umano nei computer e ne ha fatto un libro: The Most Human Human: What Talking With Computers Teaches Us About What It Means to Be Alive (su Amazon Uk) in cui lo studio dei programmi informatici “pensanti” diventa occasione per ripensare all’uomo e alle sue capacità. Guardando da vicino lo spettacolo digitale e umano, Brian Christian ha notato le differenze tra i due mondi e le ha spiegate all’Economist. Tali differenze sembrano — alleluia — troppo estreme per scomparire in un futuro prossimo:

una macchina che analizza moltissime conversazioni precedenti per trovare una risposta accettabile, diventa inconsistente, perché in realtà la sua identità è quella di migliaia d’altri individui. Un chatbot pecca in motivazione: non ha motivi per dire ciò che dice e parla senza sentirsi. Le persone producono risposte tempestive possibilmente corrette, mentre i computer producono risposte corrette possibilmente veloci. I chatbot sono anche incredibilmente tenaci: sono macchine che non fanno nient’altro eppure non si annoiano.

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