Rassegna stampa retroilluminata: la morte di Bin Laden

La copertura dei mass media italiani sulla cattura + uccisione di Osama Bin Laden da parte di un commando statunitense è stata penosa. Non per la qualità del reporting — il fatto è di portata storica ma in sé piuttosto semplice — quanto per gli approfondimenti e le risposte non date alle inevitabili domande dei lettori. Il gap rispetto ai media statunitensi è semplicemente imbarazzante. Eppure questi avrebbero potuto accusare il colpo emotivo della morte della mente dell’Undici Settembre e farsi trascinare dalla gioia e dal patriottismo vuoto, abbandonando le redazioni per gridare U-S-A (che è un po’ il nostro popopopopo).

Invece, chi da ieri ha seguito i siti d’informazione stranieri ha potuto godersi una valanga di articoli, retroscena, quesiti, domande, interviste. Una copertura magistrale che stamattina mi ha fatto arrossire, guardando i giornali italiani.

Per chi volesse scampare dai pericoli di un Mastrogiacomo in vena di foche assassine, ecco una rassegna stampa web (in continuo aggiornamento):

Che ne sarà della politica estera USA senza bin Laden?, National Public Radio, che parla anche dell’eredità del terrorista: chi sarà il suo erede?

Bin Laden è stato ucciso in Pakistan, nazione che ora è sotto il fuoco mediatico americano (e non sol0: anche i droni non scherzano):  il New Yorker si occupa del rapporto tra Pakistan e Osama: chiedendosi se il governo locale sapeva di averlo tra di loro?. Secondo John Brennan, il consigliere antiterrorismo di Obama, la risposta è certo che sì (via Camilloblog). Anche Foreign Policy accusa il governo pakistano di doppiezza e omertà.

The New Republic si unisce all’analisi con due interventi: uno sul cosa ha significato Bin Laden per il mondo occidentale e l’altro che spiega come, forse, la sua dipartita non risolverà tutto.

Slate fa i complimenti al presidente Obama e titola fiero “Mission Accomplished”, sfanculando il Bush dell’ultimo, crepuscolare periodo; nello stesso magazine, Anne Applebaum si congratula con l’intelligence statunitense con toni fieri e very yankee. (Si parla anche del perché il New York Times abbia deciso di togliere “Mr.” dal nome di Bin Laden nei suoi articoli — un bel retroscenasullo stile della Bibbia del giornalismo mondiale).

Newsweek scartabella il suo archivio e regala tutte le copertine dedicate a Bin Laden, mentre il “suo” The Daily Beast dedica la rubrica “Must-read journalism” al meglio del giornalismo americano su al Qaeda e il suo leader: una cornucopia di pezzi lunghi all’americana e un bel modo per scacciare il fantasma di un personaggio che ha ievitabilmente stravolto la storia mondiale.

New York Magazine si occupa, ca va sans dire, di New York: di come sia stata stravolta dal 9/11 e di cosa la morte del Nemico Numero Uno significa per la città.

Che ne sarà della “guerra al terrore”? Se lo chiede The Nation, che teme sia destinata a prolungarsi ad libitum e fa un quadro della situazione (spiegando anche le differenze tra il defunto capo di al Qaeda e Gheddafi).  Slate invece ne approfitta per ricordare quel piccolo dettaglio di nome Guantanamo, chiedendone la definitiva chiusura. (Tema quantomai scottante, visto che pare che la pista che ha portato alla cattura del ricercato sia nata proprio dal famigerato carcere speciale.)

L’Atlantic Monthly va invece controcorrente: la guerra al terrore, dice, l’avevamo già vinta dal 2006.  Per poi spiegare com’è nata la tradione del Time di pubblicare foto dei “nemici americani” eliminati contrassegnati da una croce rossa. Hitler, Giappone, Saddam Hussein e al-Zarqawi ci sono già passati: giovedì toccherà a Osama.

04/05

Ma chi era Osama Bin Laden? Lo spiega il New York Times in un lungo e dettagliato articolo che si sposa con quello del New Yorker (del 2005) sulla formazione estremista del terrorista. Lo stesso magazine entra in merito al pubblicare le foto del cadavere si-o-no e chiede al governo USA di tenerle segrete:

Non abbiamo imparato nulla dall’ultimo decennio riguardo il potere distruttivo delle immagini di violenza cruda per definire e polarizzare questo nostro momento storico? Le foto di Abu Grahib era documenti non ufficiali di una politica ufficiale che era destinata a rimanere segreta ma dovrebbero averci insegnato che una foto di una violenza inflitta è sempre, in larga misura, un autoritratto.

Anche Slate spera che le foto non siano pubblicate e si interroga sulle ripercussioni mediatiche dei documenti: i giornali potranno pubblicarli? Una foto violenta come quella annunciata potrebbe mandare in subbuglio molte redazioni (tranne quella del Foglio), che sarebbe incastrate in un dilemma etico, scrive il magazine on line.  Il Washington Post non si espone: nel caso venissero rese pubbliche, scrive, la direzione valuterà il grado di violenza delle immagini e agirà di conseguenza.

Foreign Policy si chiede poi come al Qaeda sceglierà il suo nuovo leader (“Cercasi mente terroristica e carismatica, necessaria disponibilità a viaggiare”) e offre una bella gallery sui Navy SEALs, ovvero il gruppo militare segreto che ha ucciso Osama (spiegati bene bene dal Washington Post — NB: SEALs è una sigla, non il nome di un allegro animale marino).

E poi una di quelle cose che stamperà uno smile sul volto di Christian Rocca: il Time intervista l’ex-CIA Jose Rodriguez, che spiega come trattamenti come waterboarding et similia siano stati elementi-chiave nel trovare le informazioni che hanno portato a Bin Laden. La morte del terrorista riapre il dibattito sulla tortura, come spiega malvolentieri l’Atlantic, che ne approfitta per spiegare che l’uccisione non è stato un caso: Osama doveva essere ammazzato. Nessun prigioniero.

Imprecisioni e dubbi sulla ricostruzione del’evento fatta dalla Casa Bianca, da National Journal

Della serie “fare le pulci”, National Journal elenca i 5 errori e/o imprecisioni nella spiegazione ufficiale della missione fatta dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. Eccoli:

  • Osama era armato oppure no? Pare di no ma allora come ha fatto a “resistere” all’attacco?;
  • La donna usata come scudo-umano si è trasformata in “una donna al primo piano uccisa nello scontro a fuoco”;
  • Tale donna non era comunque la moglie del capo di al Qaeda;
  • Khalid, figlio di Bin Laden, è stato ucciso. Anzi no. Anzi si. E così via;
  • Come detto poco sopra, l’ordine era uccidere Osama con due colpi sulla testa. Ne ha ricevuto invece uno sulla testa e uno in pancia.

 05/05

Slate fa il pessimista ipotetico e si chiede come sarebbe andate se tutto fosse andato storto. Risposta: un bel dramma.

Il Washington Post scrive che per la cattura di Bin Laden, Obama ha “una lunga lista di persone da ringraziare. Tra queste, George W. Bush”.

E che ne è del simbolo di questi giorni, Sohaib Athar (l’uomo che tweetato inconsapevolmente il raid che ha eliminato Bin Laden)? Sul suo stesso blog spiega come sono andate veramente le cose, come si sente ecc ecc (via Nomfup). Insomma, una sezione FAQ stranamente interessante, per essere tale. Qualche chicca: Athar non si è mai definito “l’uomo che tweetato il raid senza rendersene conto”: è stato un altro utente a farglielo notare. Inoltre, non è il vicino di casa di Osama come molti media hanno affermato:

Non ero il vicino di casa di Osama — il mio vicino è un ragazzo che lavora nella compagnia telefonica (che è tanto gentile da condividere con me la sua connessione WiFi a batteria, permettendomi di restare online da casa senza dipendere dal GPRS del mio cellulare — cosa che Obama, da vicino di casa, certamente non avrebbe fatto.

Il luogo dell’operazione è a circa 2,5 chilometri da casa mia, cioè qualche dozzina di ore tra la mia abitazione e quel posto. Non vivo a 250 metri da lì: due chilometri e mezzo sono 2500 metri.

Prosegue il reflusso polemico sull’utilizzo della tortura: Slate spiega perché è — era e sempre sarà — una cosa “stupida, sbagliata, immorale”. Matthew Alexander su Foreign Policy spiega perché il waterboarding non era necessario alla cattura di Osama. Si tratta di un militare che ha condotto centinaia di interrogatori in Iraq e ha acciuffato il leader iraqeno di al Qaeda, Abu Musab al-Zarqawi.

E l’abituale obituary settimanale dell’Economist è tutto per lui, Osama. 

 C’è grande attesa per le copertine dei magazine americani di questa settimana; per ingannarla, una carrellata delle cover del New Yorker su Bin Laden, dall’Undici Settembre a oggi.

Dall’attacco alle Torri Gemelle è nato tutto, giusto? Ebbene, quanto è costata finora la guerra al terrore (in vite umane e denaro)? Owni.eu lo spiega con delle splendide infografiche.

continua

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