Un futuro senza Google?

 

In foto, l'uomo che rovina le notti a Google

Il pericolo è la Sindrome di Brian Wilson, il geniale leader dei Beach Boys che nel 1965 inaugurò una “battaglia” con i Beatles, un gioco artistico a chi faceva l’album migliore. Quando i Fab Four sfornarono Rubber Soul, Wilson & Co. risposero con Pet Sounds, capolavoro che stralunò di melodia i Beatles (soprattutto McCartney — Lennon era preso dalle Lucy nei cieli coi diamanti per ascoltare God Only Knows) e li spinse a dare il meglio per il round successivo. Che, per inciso, si rivelò essere Revolver.

La palla tornò quindi ai californiani capitanati da WIlson, che si rinchiusero in studio con le bozze del nuovo album, lo stralunato, meraviglioso Smile. Ma la posta in gioco era troppo alta: Revolver aveva alzato l’asticella a livelli inauditi; Wilson, all of  sudden, si incartò.

L’anno dopo i Beatles misero il dito nella piaga di Wilson dando alla luce una cosa chiamata Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

WIlson, tra le mani un acerbo Smile, cadde in depressione. E così via (cit.).

La “sindrome di Brian Wilson” si manifesta quindi in quel senso di panico e terrore dato dalla concorrenza — una concorrenza incredibilmente capace — che finisce per distruggere certezze, rovinare il soggetto e distruggere quanto di buono esso ha fatto nel corso degli anni. Ci sono buoni motivi per pensare che questa patologia abbia recentemente colpito Google.

Essere social oggi

Cosa sono progetti come Google “Buzz”, “Wave”, “Google Me” e “+1” se non dei incerti tentativi da parte dell’azienda californiana di rispondere all’assalto di Facebook? La corsa al social, terreno che il social network per eccelleza domina, è l’equivalente di Smile dei Beach Boys in salsa Sylicon Valley. Sta risucchiando energia e soldi al colosso di Mountain View e genera inevitabili flop, mentre Facebook è diventato il secondo sito più visitato al mondo, e minaccia il primato di Google.

Un circolo vizioso: più Google si concentra sul social, più perde terreno nel suo campo (il motore di ricerca Bing di Microsoft è un concorrente ostico); più Facebook se ne approfitta, più le migliori menti del web continueranno a migrare dalla Grande G a casa Zuckerberg. Un corto circuito che sta attaccando anche l’aura mitica da azienda unica al mondo, da sempre cifra del brand Google.

Che fare allora? Rinunciare al social per rinchiudersi a riccio? Impossibile: un’azienda leader in un settore non può arrendersi e rinunciare a un nuovo, sterminato mercato. Ma procedere a tentativi, presentando servizi “rivoluzionari” (ricordate l’attesa per Google Wave?) che si rivelano automaticamente fuffa, non è una strategia: è un delirio. Una tendenza che crea disordine e intacca la reputazione di Google, che è già passata da “infallibile” a “comune mortale” — l’azienda ne ha sofferto assai, vedi Brian Wilson.

Cosa non fare

Siamo ovviamente ben lungi dall’avere la risposta alle esigenze del colosso (se l’avessi sarei altrove a farmi strapagare e benedire da Larry Page) ma possiamo permetterci di suggerire cosa evitare. Per esempio le cose che esistono già o che vengono fatte ottimamente dalla concorrenza. Ad esempio:

  • segnalare ciò che ci piace al nostro network (ovvero Google “+1”, la versione discount del Like di Facebook);
  • condividere materiale interessante (ci sono già Delicious, Digg, Reddit, Facebook e un’infinità di giocatori in questo campo. Ah già, c’è anche Buzz);
  • comunicare in vari modi con i propri amici e colleghi (Skype, Twitter e Facebook sono un muro invalicabile, tentare di aggirarlo è assurdo — o meglio, è Google Wave);
  • le videotelefonate (c’è già Skype).

“Ma se togliamo tutto questo al social, che rimane?”

Bella domanda. Sta ai signori di Mountain View riuscire a trovarle una risposta. Ci auguriamo riescano a farlo, ovviamente. Ma perché questo accada devono smettere di comportarsi come fossero tanti Brian Wilson annichiliti dai Beatles. Anche perché la storia ci dice che, anche se in ritardo e in versione non definitiva, alla fine Smile uscì.

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