Dentro una scatola

Unapp giornalistica

Nessuno vorrebbe leggere un giornale dentro una gabbia. Eppure è proprio quello che molti giornali vorrebbero costringerci a fare tramite le news app, di cui abbiamo parlato in varie occasioni. Le app sono l’antitesi della filosofia Internet: luoghi chiusi, freddi e rigidi, in cui è difficile rimanere per qualche minuto senza rimpiangere il buon vecchio www.

Succede anche con le strutture progettate con più cura. Per esempio, l’app di Slate è ottima, così come quella dell’Huffington Post: peccato siano inutili, semplici restyling per tablet dei siti originali. Non offrono nulla di diverso o in più del sito originale.

Immaginate un giornale on line qualsiasi, italiano o straniero: Lettera43, The Daily Beast, il Post, Owni.eu, Gawker. Cosa dovrebbe spingere l’utente a visitarli tramite l’app relativa, evitando il loro sito web? Sono tutti siti ben visualizzabili su tablet, con pochi elementi in flash. Perché quindi snobbare le vecchie URL accedendo ad app lente e claustrofobiche? Perchè prediligere dei piccoli walled garden all’interno del già maestoso walled garden made in Apple?

Ragioni di mercato, ovviamente. Le tablet sono ideali per leggere e scrivere e i giornali on line corrono all’impazzata ad accappararsi nuovi clienti (o a fidelizzare quelli vecchi), non proponendo un prodotto diverso, bensì proponendosi in modo diverso. E il fresco possessore di iPad ci casca: si scarica subito le app dei suoi giornali preferiti per poi continuare a leggerli tramite browser, “come si faceva una volta, ricordi?”

Tale discorso non vale invece per i giornali cartacei, che bene fanno a proporsi in versione digitale, promuovendo abbonamenti a prezzo ridotto (si risparmia su carta, stampa e distribuzione) e con maggiori possibilità di conquistare nuovi lettori — l’effetto curiosità unito al dilemma “e adesso che ci faccio con ‘sto iCoso? Leggiamoci il giornale, va’”.

Cosa rende seducenti i tablet agli occhi dei giornalisti? Il loro carattere mobile, ovviamente, ma anche la possibilità di leggere su schermo senza farsi evaporare gli occhi. Due particolarità in cui, nell’ordine, le news app falliscono e non sono necessarie.

Partiamo dal mobile. Pochissime app sono dotate di una buona funzione di condivisione — l’ormai mitologico tasto share — e molte di loro, specie nelle loro prime versioni, ne erano addirittura prive. Ciò è stupefacente perché non c’è new media senza componente social. Il fatto che molti specialisti del settore abbiano sottovalutato la possibilità di far condividere le informazioni al proprio pubblico è sintomo di una miopia preoccupante.
Il lettore, a quel punto, chiudeva l’applicazione, apriva un browser e cercava l’articolo sul web, per condividerlo. Trés old style.

Ma gli articoli lunghi almeno, direte voi, sono ideali per la lettura su tablet?

Mmm.
Ni.

SI nel senso che lo schermo di un tablet permette piacevoli letture medio-lunghe, rendendo finalmente possibile leggere gli articoli lunghi del New Yorker senza ritrovarsi con gli occhi rossi che neanche al SunSplash.

Ma anche NO perché in tutto questo fiorire di letture su schermo, le newsapp non c’entrano niente.
Prendiamo come esempio Slate: spesso pubblica articoli molto lunghi, la cui lettura può richiedere parecchio tempo. Articoli molto belli e divertenti: leggerli è consigliato e consigliabile. Ma non sull’app di Slate. Perché infatti rimanere connessi per un’ora a Internet, chiusi in un loculo chiamato app dal quale non si può uscire senza rischiare di dover ricaricare il software una volta riaperto (il cosidetto multitasking a targhe alterne)?
E soprattutto: perché fare tutto ciò quando c’è Instapaper?

(Una breve parentesi: Apple ha perso mille punti-stima premiando Flipboard best-app 2010 — e per due motivi: a) Flipboard è sopravvalutata, fosse una donna sarebbe una stronzetta altezzosa senza alcuna qualità; b) doveva vincere Instapaper.)

App inadeguate e inutili quindi?
Ancora una volta, NI.
Non sono infatti le app ad amare il fallimento, quanto i loro programmatori, chi li dirige e la visione di giornalismo multimediale che hanno. Le app — non solo quelle giornalistiche, a dire il vero — devono aprirsi, entrare nelle Rete e fare rete. Non devono sfruttare i network: devono farli esplodere, moltiplicarli, sfruttando l’idea di base degli smartphone e tablet (device che portiamo sempre con noi, fatti per essere sempre accesi) per aprire nuove porte della percezione (cit.), inaugurare nuovi vascelli e scoprire nuove rotte di navigazione nel mare magnum giornalistico.

Fino a quando rimarranno triste versioni “statiche” dei rispettivi siti (dai quali le differenzia solo la componente touch), rimarranno cosine tanto carucce quanto inutili. Il futuro del giornalismo si merita davvero qualcosa di più.

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