Digitalizzare meno, digitalizzare tutti

Robert Darnton

Martedì scorso il progetto Google Books, inaugurato nel 2005, è stato respinto dal giudice federale Denny Chin, confermando la complessità della questione, che va a toccare elementi basilari dell’economia moderna, come il diritto d’autore e la libera concorrenza contro ogni tipo di monopolio.

A partire dal 2005 Google ha digitalizzato milioni di opere letterarie al fine di renderle disponibili on line. Il progetto ha scatenato le furie delle major editoriali che hanno fatto causa al colosso informatico per violazione del diritto d’autore e varato una spinosa guerra legale, conclusasi — almeno per ora — pochi giorni fa, con una sentenza di rigetto che non ha risparmiato nemmeno la parte riguardante le cosidette opere “orfane” (ovvero i libri i cui autori o detentori di diritti sono sconosciuti). Google, secondo il giudice Chin, non potrà rendere disponibili on line nemmeno opere di questo tipo, per evitare il rischio di un “un monopolio de facto” del settore.

Una batosta per la Grande G (come se non bastassero le grane con Facebook e Apple) che suona anacronistica, ancorata ad un’idea di società ed economia ormai inattuale, gli ultimi colpi di coda del business vecchio stile, soppiantato da una nuova cultura che, piaccia o meno, si basa sulla condivisone totale.

Leggi “Google non si sente fortunato”

Robert Darnton, direttore della Harward University Library, spiega infatti come la strada intrapresa da Google non sia così errata, per quanto la sua validità sia inquinata dagli inevitabili fini di lucro. “Ciò di cui abbiamo davvero bisogno”, scrive nel New York Times di mercoledì scorso, “è un’opzione non commerciale: una libreria digitale pubblica”, finanziata da investitori volenterosi e aperta a tutti. Un progetto che “ovviamente” rispetterebbe il copyright e potrebbe escludere le uscite più recenti, per non ostacolare il tradizionale mercato librario. E “potrebbe includere anche i libri orfani se il Congresso li rendesse utilizzabili a fini non commerciali”.

Una fenomeno non nuovo, di cui Google incarna il lato più aperto e — ecco cosa terrorizza i gruppi editoriali, a ragione — free. In realtà la digitalizzazione di documenti macina successi da circa 20 anni e alcune tra le più prestigiose librerie mondiali hanno avviato un programma molto simile a quello del megasito americano: il governo Francese ha investito nel settore 750 milioni di euro; la National Library olandese sta tentando di digitalizzare tutti i libri e periodici stampati nel Paese, partendo dal 1470.

Sono solo due dei molti progetti in corso nel mondo, cose che fanno impallidire Google e i suoi “miseri” 15 milioni di titoli scannerizzati.

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