Quale hashtag aveva Robespierre?

Da Project, issue #4

Project, il magazine per iPad creato dal fondatore di Virgin, Richard Bronson, non naviga in ottime acque: secondo alcuni rumors le vendite sono tuttaltro che incoraggianti (come quelle del Daily murdochiano), tantè che il nuovo numero è scaricabile gratis da iTunes.

Con la rivista ho personalmente un conto in sospeso: ne acquistai il primo numero (per 2,39 €) senza mai – e poi mai mai mai – riuscire ad installarla. Persi i miei soldi, ne ricavai unamarezza tecnologico-giornalistica più che economica: Branson poteva pure tenerseli – qualora gliene servissero per portare a i turisti del futuro nello Spazio – ma dannazione, non poteva finanziare unapp piena di bug come quella contro cui mi ero scontrato.

Me ne dimenticai per qualche mese, per poi ritornarci appena sentito odore di emfree issue/em: era il momento giusto per gustarmi l’iMagazine – “e se non riesco a scaricarlo neppure questa volta,” pensai “chissene, non ci rimetto nulla”. (Sarete contenti di sapere che ci sono riuscito, anche se tra download e installazione ci sono voluti quasi dieci minuti – troppi multimedia.)

Il prodotto, comunque, è spettacolare. Visibilmente ispirato dalle versioni per tablet delle riviste Condé Nast, è capace di andargli oltre, riservando al lettore qualche giochino simpatico. Il problema prinicipale dei giornali su tablet è che sono pieni di cose che il programmatore ha voluto/è stato costretto a inserire: la politica di Project sembra basata sul tempestare lutente di tricks per compensare le varie mancanze.

Leggi I migliori e peggiori giornali per iPad.

La pecca è sempre la stessa: non viene naturale leggere una rivista contenuta in unapp, un ambientino che giudico un po oppressivo e angusto. Un posto dal quale il mondo della Rete sembra molto distante – manca una sapiente connessione tra rivista e web, entità che vengono percepite come estranee luna allaltra, quando invece dovrebbero presentarsi come parenti strettissime e con buoni rapporti.

Leggi La prematura crisi del mercato delle news app

Veniamo ai contenuti: poteva una rivista nata per un tablet non trattare il ruolo dei social media nelle rivoluzioni arabe? Certo che no. Ma Project riesce a farlo saggiamente, evitando catastrofismi o utopismi e optando per la strada più giusta e – guarda un po – ovvia: 4 brevi interventi di 4 personalità della comunicazione online.

Precisamente: Ethan Zuckerman, ricercatore esperto in “Internet and Society” ad Harvard e cofondatore di Global Voices, un progetto di citizen journalism; Sean Noonan, di STRATFOR, un’azienda di intelligence globale; Hugh Pinney di Getty Images News, lagenzia fotografica delle migliori immagini sulle rivoluzioni in corso; e Christophe Barret, analista di Crédit Agricole, che ha parlato di come gli eventi africani hanno influenzato il prezzo del petrolio.

“I social media hanno giocato un ruolo importato nella situazione attuale, anche se credo che le persone lo abbiano frainteso”, comincia Zuckerman. “Cè la convinzione che siano stati il mezzo principale col quale sono stati organizzati. (…) il particolare più importante è che i social media hanno reso possibile la cronaca di eventi alla quale la stampa non era presente”. Essenziale, specie durante la “chiusura” del web scattata in molti di questi paesi, la join venture ltra social network e Al-Jazeera, che ha imparato a usare i nuovi media “non solo per fare uscire contenuti ma anche per prenderli a sé”, spiega Zuckerman.

“Essenzialmente i social media costringono le redazioni alla stessa ricerca di informazioni dirette dellinviato. Il cui lavoro è ora quello di verificare queste cose mentre accadono,” dice Pinney. Il rischio infatti è quello di credere a qualsiasi tweet, “mentre i giornalisti professionisti devono controllare e verificare quelle informazioni”.

E se Barret parla dellallarme con cui viene monitorata la situazione in Arabia Saudita – pur specificando che i paesi più a rischio rivolte sembrano Iran e Algeria – Sean Noonan centra il cuore della vicenda, parlando del gap tra il numero di manifestanti online e quelli reali (90mila contro 15mila nella prima dimostrazione anti-Mubarak). Poi, continua, una volta “spento” il web, la protesta è dilagata in modo molto 1.0: telefonate, SMS, porta a porta, passaparola – e il primo febbraio erano 200mila le persone emfisicamente presenti/em in piazza.

Leggi Quel che pensa Morozov, guru pessimista, sul futuro della Rete — e di noi stessi.

Ma se cè un motivo per ringraziare questo giovane esperto è la precisazione che segue. La quale, ancora una volta, risulta ovvia (quasi banale) ma che in questo cybertrambusto è utile ricordare, per riportare le nostre parole alla concretezza. “Disoccupazione giovanile, aumento del prezzo dei generi alimentari: sono queste le cose che causano rivoluzioni”.

Dannazione, è vero, cha ragione! E chi lo dice ora a tutti quelli che credono sia sufficiente qualche hashtag?

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