L’odore della carta e altri abbagli

Immaginate di essere al CERN di Ginevra a monitorare le prodezze del large Hidron Collider, la megastruttura (cit.) che rappresenta il più maestoso e costoso esperimento della Storia dell’Uomo, e che pare sarà in grado di dirci molto sull’origine dell’universo tramite la generazione in laboratorio delle condizioni simili a quelle immediatamente successive al Big Bang. Ebbene, se voi foste lì, immagino avreste la testa piena di pensieri estremi e meravigliosi, in gran parte incomprensibili per il resto dei vostri simili; e pensereste semplicemente alla vostra creatura, quei 27 chilometri di tubi che bucano circolarmente le terga della città svizzera, generando scontri titanici tra minuscole, incredibili particelle; e, suppongo, vivreste il vostro lavoro con un misto di ansia e fierezza, sapendo che tutta la comunità scientifica e i migliori esemplari di sapiens sapiens vi seguono ammirati, avendovi simbolicamente ceduto il timone della scienza nel nome della Verità.

Uno scenario piuttosto simile a quello attuale, nulla di così ipotetico e fantasioso.

Eccone allora uno diverso, più utile al discorso che affronteremo: immaginate di lavorare al CERN e di dovervi scontrare ogni giorno con la resistenza dei vostri stessi colleghi della Comunità Scientifica (luminari ed esponenti prestigiosi dei rispettivi settori), i quali, invece di attendere con ansia i vostri dati, criticano voi, il vostro team e i vostri mezzi.

Troppo innovativi”, dicono.

Altro che LHC! Troppo facile fare esperimenti spendendo miliardi di dollari in apparecchiature strartrekiane! Che fine ha fatto il fascino dello studioso barbuto rinchiuso nel suo eremo mentre scandaglia brandelli di stelle con cannocchiali dotati di lenti x10? Che ne è di Galileo, Keplero e Tolomeo?”

Uno scenario assurdo e risibile, non trovate? Eppure, al netto della sua iperbolicità, è simile a quello che si osserva nel settore editoriale. Qui, sulla Terra, in Italia (e non solo), A.D 2011.

Gunzerberg

Il momento di trasformazione globale che stiamo vivendo è di proporzioni inedite: immaginarne i risvolti futuri è un’impresa impossibile. La Storia sta cambiando d’abito – chissà che capino indosserà domani? – e tutto il mondo umano è in balìa degli eventi. Tra i fenomeni culturali ad essere stati travolti dallo tsunami ci sarà sicuramente la lettura e la scrittura, stravolte dall’avvento della Rete. Un cambiamento – tuttora in fieri e allo stadio iniziale – che ci riporta alla memoria un signore tedesco, Johann Gensfleisch (aka Gutenberg) e la sua straordinaria trovata: la stampa a caratteri mobili.

Ebbene, quello che sta avvenendo con i “new&social media” è una trasformazione di portata come minimo pari a quella di Gutenberg. Il web e le nuove tecnologie sono destinate a radere al suolo editoria e cultura, ad ogni livello: fruizione, produzione e distribuzione.

Nulla è prevedibile: può essere divertente tracciare scenari futuri più o meno credibili, ma non essendo il nostro campo eviteremo d’inoltrarci nella fantastoria. Concentriamoci piuttosto sull’onda di cambiamento che ci sta trascinando chissà dove: essa è inarrestabile e non è detto che avrà ripercussioni negative sulla nostro idea di cultura. Come abbiamo già detto parlando del web, certe tendenze, in sé, non sono né “buone né “cattive”; sono potentissime e in atto. In una parola, semplicemente, sono.

Deal with it.

Sta a noi farne un uso congruo ai nostri bisogni e al nostro piacere intelletuale.

Paper sniffers

Si potrebbero passare giornate intere a discutere di come i nuovi media potranno arricchire la nostra idea di conoscenza e umanità. Attenzione: non stiamo dando per scontato che tali mutamenti saranno in meglio o in peggio; diciamo solo che saranno profondissimi e apriranno molte “porte della percezione”.

I cosidetti libri elettronici (gli e-book), in tutto questo, finiscono per avere un ruolo marginale. Molti credono siano lo scheletro della cultura a venire, quando piuttosto sembrano destinate ad esserne l’essenza, il riassunto. Una parte importante di un organigramma inedito ed esteso.

Eppure gran parte dei “lettori forti” italiani (su cui si basa il mercato editoriale nel Belpaese) li hanno già eletti a capro espiatorio: “Un libro è un libro, non un iPod fatto di lettere,” dicono – non a torto. La lettura su schermo, secondo gli apocalittici, è un inferno freddo e privo di sentimenti, che non può in alcun modo competere con l’esperienza tattile del volume fatto di carta e inchiostro da stringere a sé. Solitamente questi figuri concludono i loro pensieri con quello che credono essere il pezzo forte della loro filosofia feticista, esclamando a piena voce: “CHE NE SARÀ DELL’ODORE DELLA CARTA?”

Questi sniffatori di carta, a quanto pare, hanno una biblioteca di volumi stampati a mano – il braccio che forza il torchio, la polpa che si imprime di inchiostro scuro – dall’odore irresistibile. Li riconosci perché entrano di soppiatto nelle biblioteche e si fanno una dose nella sezione Storia e geografia, stando ben attenti che il custode non li sorprenda con la banconota da 50 arrotolata e infilata in una narica, lo sguardo estasiato à la Bob Dylan nel 1966.

A quanto pare, gli Sniffatori non hanno mai e poi mai sfogliato un Oscar Mondadori. O un Newton&Compton. Non hanno mai provato l’ebrezza della colla mista a petrolio che ti entra nei bronchi, vettrice di cultura e carta di serie Z.

Quando il meraviglioso discorso sul futuro del libro s’incaglia sugli scogli cretini dell’”odore della carta”, si capisce che tutto è già perso; che il feticcio ha vinto; che non importa cosa potrai dire e delle conseguenze storiche che le nuove tecnologie stanno già producendo: essi avranno testa solo per la loro idea di carta come panacea universale super economica, ritagliata e rilegata dall’edizione del 1993.

E poco importa se gli e-book siano solo una delle tante facce del mondo editoriale che cambia. Poco importa che la Rete può rivoluzionare anche il concetto di editore, di autore, di agente letterario, di lettore, di libraio. Poco importa: parole vuote che si perdono nel coro del fuckingodore della carta. Come se fosse quello il problema. Come se non si potesse, per dire, applicare un Arbre Magique al sapore di Feltrinelli ad un Kindle.

Meglio allora riportare il discorso alla sua dimensione reale e ripassare un po’ di storia.

La già accennata invenzione di Gutenberg consisteva nell’uso di caratteri tipografici singoli e multiuso, in grado di rendere la stampa più veloce e più economica, con i quali si componevano le pagine, che venivano “stampate” tramite torchio. La nuova tecnologia permise di aumentare la produzione riducendo costi economici e temporali, e portandola a quota 300 pagine al giorno – un numero stellare, per l’epoca).

Tale “semplice” innovazione, come spiegato da Max Weber (PDF) ha permesso, nell’ordine:

  • la standardizzazione delle lingue nazionali e l’elaborazione di una lingua “media”, tra il latino e i dialetti popolari;
  • il dilagare della Riforma Protestante (Lutero tradusse la Bibbia in volgare tedesco), che predicava la libera lettura e interpretazione (“libero esame”) dei testi sacri ;
  • una diffusione dell’alfabetizzazione nei paesi nordici e protestanti. Fenomeno che non si registrò in quelli latino-cattolici controriformati – nei quali persistettero per secoli livelli medievali (vedi Italia);
  • la formazione di un’etica borghese-capitalistica degna di uno Stato Moderno, basata su “intraprendenza, responsabilità individuale, dinamismo, atteggiamento critico nei confronti dell’autorità, spirito attivo di cittadinanza” (1), fenomeno che tarda a manifestarsi nei già citati paesi cattolici (e che deve ancora arrivare in Italia, dev’essersi bloccato in Francia, nda).

Tutto questo è stato reso possibile/incentivato/accelerato dalla stampa a caratteri mobili, che ha reso l’oggetto libro simile a quello odierno, distaccandolo dall’idea di tomo quintalico medievale.

Ora, visto questo illustre precedente, mi volete dire cosa c’entra l’odoredellacarta con la rivoluzione che stiamo vivendo? Se i contemporanei di Gutenberg lo avessero ostacolato asserendo che l’odore dei pennini degli amanuensi era un qualcosa d’imprenscindibile alla lettura, come avrebbe dovuto reagire, il nostro genio?

Fallacia

L’argomento odore della carta è palesemente un abbaglio, per molti motivi:

  • innanzitutto, la carta non morirà. Solo, cesserà di essere il tramite di tutte le informazioni – un processo già avviato da un pezzo (le parole che state leggendo sono su schermo, o mi sbaglio?) – e finirà per mantenere alcune nicchie di mercato, probabilmente a livello alto e deluxe: alcuni periodici prestigiosi continueranno ad essere su carta, mentre i quotidiani generalistici confluiranno nel web; nei mercato libraio, i paperback migreranno sempre più su schermo ma i volumi più curati e lussuosi rimarrano (anche) su supporto cartaceo.
  • distoglie ogni attenzione dalla parte più interessante della trasformazione che stiamo vivendo, a cui abbiamo già accennato. Perdere tempo rimembrando il famigerato odore della carta ci distrae da questioni più affascinanti e impellenti. Come la seguente: se la stampa a caratteri mobili è stato il Big Bang che ha dato via alla “Galassia Gutenberg”, sconvolgendo politica, economia e cultura dell’Occidente, cosa potrà mai generare l’avvento di media globali, social, basati sulla produzione e condivisione istantanea di contenuti worldwide? Se si pensa che degli “umili” glifi hanno veicolato la Riforma Protestante e lo Stato moderno, viene da domandarsi cosa innescherà la trasformazione del mondo in un network accessibile a chiunque, in cui le dimensioni dello spazio tempo si flettono come in prossimità di un buco nero. Da una parte si sta decidendo l’assetto umano del mondo futuro; dall’altro si parla d’olfatto. Quale delle due questioni vi sembra più importante e interessante?
  • l’ideologia pro-cartacea dilaga anche all’interno degli adetti al lavoro, che invece dovrebbe essere i più svelti a reagire, proponendo soluzioni adeguate. In Italia le major editoriali (Mondadori, Feltrinelli e Rcs-Corriere) si sono mosse in ritardo e male. Ovvero, abbracciando il protoccolo per e-book di Adobe, il famigerato DRM (Digital Rights Management), o preferendo in genere una politica chiusa in stile Amazon-Kindle invece di una open, basata sullo SRM (Social Rights Management, che permette la lettura di un libro su qualsiasi device e la possessione diretta del file) — cosa che ha fatto nascere
  • infine, ipnotizzati come siamo dal dualismo carta-schermo, ci dimentichiamo di alcune invenzioni notevoli. Per esempio, i progressi sui software per il riconoscimento vocale. Google Voice, secondo i suoi stessi sviluppatori, è destinato a migliorare sempre di più (2) e ci permetterà (tra cinque anni circa) di scrivere mail e sms dettandoli al nostro smartphone. Con una percentuale di errori ridotta al minimo. Quanti anni ci vorranno perché la stessa tecnologia sia in grado di trascrivere discorsi più lunghi e sintatticamente complicati? Forse dieci, quindici: ma a quel punto sarà possibile “scrivere” un libro senza toccare una penna o una tastiera e limitandosi a parlare.

***

La carta è stupenda e rimane un mezzo unico, al quale l’umanità deve ciò che ha di meglio (e di peggio – il Mein Kampf non era mica un e-book). Perciò deve essere protetta. Ma l’amore per il medium non può diventare fanatismo: la cultura cambia velocemente, fermarla è impossibile. Possiamo al massimo tentare di corregerne la rotta.

Nulla di più, sorry.

Ecco perché i Snifattori di Carta mi fanno incazzare: spostano il focus del discorso in un punto periferico e non si interessano ai possibili, meravigliosi risvolti futuri della social media revolution. E, soprattutto, credo siano i primi a non credere alle loro stesse parole: ho sentito donne di mezza età che non hanno mai aperto un giornale, criticare iPad e web perché sono una fonte di news epperò “la cosa più bella è toccare annusare la carta dei quotidiani”. Queste nostalgie sono tipiche dei periodi di passaggio e sono la versione editoriale di “Quando c’era lui i treni partivano in orario”.

Sarebbe molto molto molto carino se, smesse queste chiacchiere da Pomeriggio Cinque, si cominciasse a parlare di cose serie. Non possiamo farci sorprendere dal futuro mentre annusiamo estasiati il passato.

NOTE

(1) Oliviero Bergamini, La democrazia della Stampa, Laterza, 2006

(2) Per maggiori informazioni un articolo di Farhad Manjoo per Slate su Google Voice (con video).

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