Dite “cheese”. È un ordine

Il mondo lì fuori dev’essere davvero meraviglioso se sempre più persone credono sia necessario fotografarne ogni atomo.

Chi ha una vita sociale appena sufficiente se ne sarà accorto: computer, smartphones e tablet non possono nulla contro lo tsunami di ritorno delle macchine fotografiche. Ubiqui, questi macchinari spuntano come funghi, sotterrando con una risata di scherno vendicativo quei ridicoli rumors di pochi anni fa, che li volevano morti, resi obsoleti da cellulari sempre più hi-tech. Ciò non è successo, anzi: si può dire che alla lunga la funzione fotografica inserita nei cellulari abbia aiutato molto il mercato figlio dei dagherrotipo. Le fotografie, attraverso i telefonini, sono tornate nella vita di milioni di persone — la gioia di impressionare un’istante, che fine aveva fatto? — e hanno spianato la strada alla rinascita del settore. Un fenomeno che contiene in se il fattore trend, certo (“Ce l’hai una reflex? No?!? Ma come fai a vivere senza?”), ma che non può essere retrocesso a semplice vezzo generazionale, come fosse la versione “impegnata” del Tamagotchi.

Non è quindi un caso che le vendite di macchine “compatte” siano aumentate nell’ultimo anno del 32,3%. Si tratta infatti di apparecchi leggeri e pratici, spesso progettati per lavorare online, permettendo la condivisione delle immagini sul web. Anche le SLR (single-lens reflex, per tutti semplicemente “reflex”) traggono vantaggio dal boom di vendite del mercato low cost, registrando un’impennata del 40,09% nelle vendite e superando quota 3 milioni d’apparecchi venduti.


L’idea che un mezzo artistico dilaghi, specie tra i giovani, non può che allietarci, illudendoci che una buona camera possa distrarli dalle sirene di Uomini e donne. Ed è piacevole pensare che il progresso tecnologico ha da qualche anno reso l’acquisto di una macchina fotografica meno problematico di un tempo. Apparecchi piccoli, poco cari (se si rimane entro un certo range qualitativo) e colorati. L’ideale per le feste e i momenti più importanti della propria vita. Testimoni pronti a vomitare su Facebook qualsiasi scelleratezza un quindicenne abbia deciso di condividere con il globo. Poco importa se le foto vengono escono sfocate, se i colori sono sballati e a nessuno del proprio “network” vero o presunto interessa vedere immagini dal compleanno della prozia Maria (“quella che fa le crostate! a proposito, ecco le foto delle crostate!!”). Poco importa. La fotografia digitale permette di provare e riprovare, senza badare al rullino, mostruosa creatura preistorica, limitata e limitante. Il motto è: fotografa tutto, al massimo poi cancelli.

Al massimo.

Anche se poi la tentazione è quella di tenere tutto. Per ricordo. Per scacciare l’idea del nostro inevitabile destino d’oblio, sotterrandola sotto tonnellate di byte pixelati.

“Quando le riguarderemo tra qualche anno ci faremo un sacco di risate,” sembra essere il leitmotiv dei neofiti del click. Una generazione che a breve si riaffaccerà alla sua gioventù attraverso quei ricordi e, guardando quelle foto terremotate, dirà: “Dannazione, ero sempre in movimento o mi tremavano le mani?”.

La fotografia digitale permette di condividere la propria vita in diretta. Grazie ai social network ogni istante può essere caricato e dato in pasto al mondo. Come ormai è evidente, esistono soggetti che sembrano non poter vivere senza comunicarlo alla Rete. Sarà capitato a tutti d’incrociare un paio di questi figuri di poche parole ma dal click ossessivo. Sono i protagonisti di serate che smettono d’essere incontri tra amici e amiche e si trasformano subdolamente in servizi fotografici.

Pose, sorrisi, abbracci.

Poi tutti a casa a godersi le immagini della non-serata passata a farsi foto. E a leggere i commenti di chi, suo malgrado, non era presente ma vorrebbe tanto esserci stato. E che, un po’ per cortesia un po’ per dovere, pigia il tasto “mi piace”.

La vita sociale, la first life, si è globalizzata nel modo più superficiale e ha finito per perdere una vocale, facendosi sostituire dalla vita social (la famigerata second life), che è eterea e ipocrita ma chissene, visto che è visibile a tutti.

Ed ecco la trasformazione, il cambiamento. Il mondo reale come il set cinematografico di quello online. Un set del quale si vede solo una piccola parte (proprio come al cinema) che dev’essere però curata al dettaglio, dato che una volta schiacciato il pulsante Condividi, è fatta. Negli spettacoli dal vivo gli errori non sono accettati: basta un muso lungo a far crollare il cielo di cartapesta (cartapesta digitale, ovvio) delle nostre esperienze, facendone intravedere il  backstage, ovvero il nostro mondo, fatto di delusioni, tristezze, fatiche e felicità. Sensazioni troppo complesse per essere infilate in Rete. Insomma, quella parte di vita che di norma non riesce a passare nel web, ma che quando ci riesce — grazie a qualche bug nel sistema — riaffiora in superficie, portando con sé importanti detriti ormai dimenticati. Ad esempio: l’antica arte di fare baldoria senza fotografare tutto come nipponici sotto anfetamine. Un sorriso sincero in una foto. O, addirittura, il non sentirsi obbligati a sorridere. Punto. Senza cedere al ricatto-comando del “cheese”.

Una trasformazione antropologica che gonfia un mercato ormai vastissimo (141 milioni d’unità vendute nel solo 2010) e che risulta dominato da USA e Cina — quest’ultima vicina al sorpasso degli yankee con 14 milioni di macchine fotografiche vendute.

Non si vuole condannare la modernità o fare discorsi apocalittici. La tecnologia, specie nei suoi più recenti sviluppi “social”, è un bene prezioso e potente, che in sé non rappresenta né il bene né il male: è lì, pronta a farsi utilizzare in più modi. Semplicemente, la tecnologia è. Ci ha già cambiato la vita, dandoci nuovi ritmi e nuovi modi di vedere le cose. Ma non può sostituirsi alla vita. Deve rimanerne un elemento, uno dei tanti, al quale fare affidamento. Vivere al di fuori della Rete non è solo possibile, è necessario. Provateci e dopo il primo periodo di difficoltà, vi troverete così bene da voler pigiare “mi piace” sulla vostra stessa esistenza.

Bene, ora il pezzo è concluso. Sono molto felice, facciamo una foto per commemorare questo momento?

Ma anche no.

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1 Commento

Archiviato in nuove tecnologie

Una risposta a “Dite “cheese”. È un ordine

  1. è interessante osservare come un social network possa essere tanto un’occasione per fare successo, per trovarsi, quanto per perdersi.

    Alienante non è dunque l’oggetto in sè, ma la funzione che affidiamo a quell’oggetto.

    Interessamte post il tuo🙂 Spero avrai tempo di ricambiare la visita su Vongole & Merluzzi dove parliamo dei social network raccontando una storia di fuga ^^

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/15/facetrix-revolution/

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