Google non si sente fortunato

Una schermata di Google Wave

Buzz, Wave, Nexus One e TV: sono i nomi di quattro progetti Google di quest’anno che si sono rivelati un flop. Compaiono tutti, per esempio, nella classifica di Business Insider sui 15 maggiori fail tecnologici dell’anno appena conclusosi.

Google Wave doveva in qualche modo cambiare per sempre la comunicazione online, trasformando una normale e-mail in un blob mediale in grado di risucchiare qualsiasi forma di comunicazione (video, chat, foto, social networking) e — tra le righe — fare concorrenza a Facebook. Nulla di tutto questo:  il progetto è stato cassato pochi mesi dopo aver visto la luce ed il suo creatore Lars Rasmussen (mente di Google Maps) ha poi lasciato Google per Facebook.

Google e il social: due mondi che non riescono a incontrarsi senza momenti imbarazzanti ed economicamente danneggianti. Prima di Wave, d’altronde, Google ci aveva già provato con Buzz — un ibrido tra una mail e tante altre cose definito sin da subito “vecchio, noioso e ingenuo”.

E poi Google TV la cui prima versione, pur avendo generato curiosità e qualche buona recensione, non ha sfondato il mercato.

La sindrome di Microsoft

“Che sta succedendo a Google?” Sono in molti a domandarselo, stupefatti dal lento ma continuo declino dell’azienda che sembrava essere uno dei pilastri del web, la sua stessa quintessenza, sempre e comunque al riparo da crisi come quella che ha colpito Microsoft. E invece pare che la Grande G stia attraversando gli stessi problemi dell’azienda di Bill Gates: l’enormità aziendale che provoca eccesso di burocrazia interna e ne rallenta l’evoluzione dei prodotti. Non bastava la sola crisi economica globale, che l’ha comunque costretta ad abbassare il profilo per non  rischiare perdite miliardarie. No, il gigante della ricerca online sta crollando su se stesso, appesantito da centinaia di progetti diversi, suddivisi per settori, uffici e ingegneri diversi. Un labirinto malefico in cui la fantasia creativa che è benzina per un’azienda informatica si è andata perduta.

Moishe Lettvin, ex-dipendente Microsoft, ha raccontato sul suo blog ampi stralci della vita aziendale nei tempi bui di quell’azienda. Erano gli anni in cui si progettava Windows Vista il cui indimenticambile fallimento è spiegato proprio dalla folle e bloccante burocrazia interna. Al tempo, spiega Lettvin, ogni decisione (leggasi ogni linea di codice) doveva passare attraverso sette livelli di management diversi. Un girone infernale che ha quasi soffocato Microsoft, la quale ha ripreso a respirare e macinare successi solo una volta eliminate le sue mille impedimenta da corporation.

Bing, motore di ricerca che rosicchia quotidianamente mercato a Google, è il simbolo della rinascita dell’azienda di Gates.

Ma non c’è solo la burocrazia a mettere a repentaglio il genio in Google: c’è soprattutto la fuga di cervelli. Nell’ultimo anno molti dei suoi migliori ingegneri se ne sono andati (spesso a Facebook) lasciando un enorme vuoto tecnico e aziendale (ecco alcuni casi: a, b, c via TechCrunch).

La crisi è sistematica: secondo molti il sistema di ricerca che ha reso Google quel che è, è ormai allo sbando — e tira la volata a Bing. Certo, rimangono episodi più che positivi, come l’Android (la realtà più solida nel mercato degli smartphones; presto anche per tablet), le ottime promesse di Google Voice e la tecnologie per macchine autoguidanti.

Ma non è abbastanza: un tempo — non molto tempo fa — chi diceva Google diceva qualità e coolness, due elementi cruciali per il mercato che l’azienda si sta facendo scivolare di dosso. Inoltre Google è sempre stato anche il posto-di-lavoro-dei-sogni: ora non più.

Certo, non è così grave, Google può recuperare; il problema è che tutto ciò che la Big G perde viene guadagnato dai suoi maggiori concorrenti: Facebook per quanto riguarda il web e Apple nel settore smartphones-tablet. Stretta tra due giganti, una posizione poco invidiabile per la mitica G.

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