PUFF. Il mercato delle news app è già in crisi?

App & Down

È scoppiata la bolla delle news app. Dopo un inizio incredibile — con dati di downloads da capogiro e Wired a cantare la morte del web e la nascita di un nuovo tipo di Rete, tutto basato su applicazioni — pare che gli editori di tutto il mondo stiano ricredendosi. Forse le app di magazine e quotidiani non saranno il salvagente per scampare alla crisi sistematica del settore. O meglio, non queste applicazioni e non queste tecnologie, ancora troppo acerbe per garantire una fruibilità decente, rendendole preferibili al cartaceo.

Secondo Frédéric Filloux di Monday Note, i motivi sono molti. Prima di vederli assieme, è meglio ricordare una caratteristica cruciale del web: la frenesia. Croce e delizia della Rete, l’evoluzionismo sfrenato ha da sempre spinto la tecnologia informatica verso spazi remoti e impensabili fino a dieci anni fa, in una corsa all’impazzata che, mentre portava al mondo prodotti sempre più hi-tech, lasciava sul campo cumuli di cadaveri tecnologici. Prodotti innovativi per qualche mese e poi obsoleti. Annunci di rivoluzioni prossime venture poi rivelatisi flop. Oppure piccole start-up che dal nulla sconvolgono il mercato e la cultura occidentale. Il web è un treno che corre all’impazzata, e un terreno nel quale l’apocalittico è a suo agio, potendo dichiarare “morta” o “indispensabile” qualsiasi cosa, senza curarsi della noiosa obiettività. Il mondo va troppo veloce per verificare tutto; e le cose vanno gridate prima che lo faccia la concorrenza. È da qui che bisogna partire per capire articoli come quello di Wired o qualsiasi altra premonizione da pseudo-guru poi rivelatasi un buco sull’acqua.

E anche il mercato delle news app — di fatto creato e reso economicamente attrattivo dalla sola Apple — ha subito l’influenza di questa euforia collettiva. L’illusione di poterle usare come riserva d’ossigeno per aiutare un settore ormai destinato al collasso ha pervaso tutti gli esperti del settore. E in effetti i primi dati a riguardo sembravano davvero manna dal cielo. Il primo di numero di Wired per iPad (un gioiellino di cui abbiamo parlato molto, qui e qui), per esempio, è uscito il giugno scorso e ha avuto 100.000 download. In pochi mesi le speranze sono state sbriciolate dalla crudeltà dei dati: il numero di ottobre è stato scaricato da appena 22.000 utenti e quello di novembre 20.000. Un crollo del 78%, come nota WWD. Le cifra assumono tinte ancora più tragiche se si ricorda che, negli stessi ultimi due mesi, il cartaceo ha volato a quota 130.000 copie.

Vanity Fair, la cui app è stata pubblicizzata in modo martellante, non se la passa meglio: è passato dalle 10.500 copie vendute dell’edizione d’agosto alle 8.700 di novembre; lo stesso tonfo è stato accusato da GQ, il New Yorker ed Esquire.

C’è qualcosa che non va

Paradossalmente, più aumentava il numero di iPad nel mercato, più le app relative a magazine di tiratura mondiale andavano incontro alla crisi. Un fenomeno bizzarro che non può che nascondere una crisi interna, sistematica.

I giornali esaminati finora hanno un forte limite: presentano il contenuto dell’edizione tradizionale su uno schermo e solo raramente aggiungono elementi multimediali, comunque non sufficienti a renderli competitivi con il classico cartaceo. Perché passare d’un tratto alla lettura su schermo se l’edicola sotto casa ti tenta ogni giorno con le sue riviste? È evidente che per spronare il lettore medio a gettarsi sull’iPad, i magazine dovrebbero inventarsi qualcosa di nuovo. O almeno di di più. In questo senso il progetto The Daily di Murdoch potrebbe aver scelto la strada giusta: quella di un quotidiano solo per iPad. Esclusivo, non opzionabile. Vedremo.

E poi c’è la questione della fruibilità: la sola idea di acquistare una copia iPad del New York Times, per esempio, è per molti una follia. Non per noi italiani, magari non residenti in grosse città dotate di edicole con giornali internazionali e quindi costretti a sfruttare la Rete; ma per gli americani è una perdita di tempo inutile. Ogni acquisto del genere prevede un download piuttosto lungo, come una via crucis wireless con le varie stazioni del dolore, da un “errore nel caricamento” all’altro, passando per l’inevitabile sparizione del segnale wi-fi, bestia immonda in grado di trasformare ogni scaricamento in un coitus interroptus. Il tutto per acquistare una copia digitale che, nella maggior parte dei casi, ha lo stesso prezzo di quella cartacea. Follia. Abitassi negli USA e volessi leggermi il New Yorker, per esempio, lo acquisterei in edicola. Vivendo in Veneto — piuttosto lontano dalla Grande Mela — ricorro all’app e al download ma, come dimostrano i dati, sono parte di un ristretto gruppo di disperati.

Prezzi folli (aspettiamo i saldi?)

E i prezzi. Alti e insensati. Spesso gli stessi del cartaceo. Cifre che sembrano essere state decise senza consultare un esperto di marketing. O un ragioniere. Secondo il Pew Research Center, infatti, gli utenti internet disposti a pagare per le news online sono mediamente pronti a spendere 10$ al mese (v. tabella qui sotto o il PDF). Ciò vuol dire che, con i prezzi attuali, l’utente medio potrebbe acquistare un paio di mensili e un quotidiano al mese. Come dice Frédéric Filloux, ci vorrebbe più saggezza nel prezzare i prodotti. E questa sembra davvero mancare, nel neonato mercato delle news app. Tutto qui.

Troppi fronzoli

Le cose non vanno bene, quindi. C’è chi considera il mercato delle app giornalistiche un flop (riecco la frenesia del web, ancora). Noi non lo crediamo e parliamo piuttosto di ripensare ai prodotti. Il futuro c’è: certamente lo schermo non sostituirà la carta completamente, ma il settore, se sfruttato sapientemente, può ospitare un grande business.

Ma c’è chi già mesi orsono aveva avvertito gli editori di tutto il mondo dal pericolo-app: Jacob Weisberg. Che su Slate (con un articolo dal titolo più che chiaro: Why iPad apps won’t help magazines), le descrisse così lo scorso maggio, individuandone fin da subito i peggiori difetti:

(…) Sono giardini murati claustrofobici (walled gardens, ndr) all’interno del giardino murato della Apple, non hanno le funzionalità basilari che ci aspetteremmo dal giornalismo elettronico: la possibilità di commentare, l’integrazione con i social network, la possibilità di selezionare un testo e incollare da qualche altra parte e infine la funzione più importante di tutte: i link ad altre fonti. Nick Denton, fondatore di Gawker Media, le descrive brutalmente come “un passo indietro all’era dei CD-ROM”.

Ecco cosa è successo, secondo noi di Gootenberg: la multimedialità ha dato alla testa ai programmatori e agli editori — sicuramente consigliati male — che hanno deciso di comune accordo di riversare su schermo quello che già la carta offriva egregiamente — senza che nessuno se ne fosse mai e poi mai lamentato, quindi in modo insensato. Per addolcire la pillola, ecco i grafici, gli audio e i video, piccoli menhir di new media che svettano timidi (e piuttosto inutili) in un piatto panorama fatto di una discreta rimediazione carta-schermo. Poche le eccezioni, i giornali che hanno mantenuto un  profilo basso e hanno reso veramente il loro prodotto per il nuovo medium. Tra queste, segnaliamo l’app del The Economist, che oltre a vendere il giornale, si preoccupa di offrire una selezione degli articoli migliori gratutiamente. La grafica ricalca quella del giornale — scarna, chiara e precisa — e l’unica concessione fatta alla multimedialità è la possibilità di ascoltare gli articoli letti da una voce british molto suadente. E utile. Da non perdere.

Perché, al netto di tutti i fronzoli da “programmatore sperimentale” il succo del discorso è sempre lo stesso: portare notizie ai lettori, in un formato o nell’altro.

***

Le app di news possono esistere, se vengono pensate e studiate come un qualsiasi prodotto editoriale e non un vezzo elitario. La prova è il successo dell’app di Slate, che ha recentemente raggiunto quota 100.000 downloads: semplice — quasi elementare — ed organizzata in modo esemplare.

Ah, dimenticavo. È anche gratis, come il sito Slate.com. E come dovrebbero essere tutti i giornali online. Non credete a chi dice il contrario, it’s a trap!


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