La rivincita delle dita

Per millenni la scrittura è stato un affare per pochi eletti, monopolizzato dalle caste religiose la cui natura mistica li rendeva diversi, migliori del resto della popolazione. E il rapporto tra scrittura e gli uomini era totalmente fisico: pesanti incisioni su pietra, lussuriosi ricami su pergamena o l’ars decoratoria degli amanuensi. La manualità condizionava la parola scritta e la sua fruizione. Per secoli gli abati hanno ricopiato testi sacri e non senza spazi tra una parola e l’altra: una scelta che rendeva la lettura lenta e complicata, esigendo un livello altissimo d’attenzione da parte del lettore. Racconta Ivan Illich nel suo Nella vigna del testo, che a causa di queste norme di scrittura, era necessario ricorrere alla lettura ad alta voce. I monasteri erano posti rumorosi e densi di borbottii. La lettura richiedeva sudore.

Gutenberg, all’improvviso

Quando nacque la stampa a caratteri mobili, la scrittura si era già evoluta e codificata come mezzo simile a quello attuale. Ciò nonostante la rivoluzione di Gutenberg non tolse spazio alla scrittura a mano, che resisteva nelle scuole e nella vita di tutti i giorni. Anzi, rafforzò il legame tra utente e libro, la cui lettura rimase esperienza anche fisica. E non più a causa dell’eccessivo peso dei volumi o della difficoltà di lettura, ma per il piacere dello sfogliare le pagine fini e la facile, facilissima trasportabilità delle opere.
Fu piuttosto altro ad intaccare il monopolio della carta e delle dita, fra i primi utensili di lettura. Prima la radio, poi il cinema e infine — soprattutto — la televisione, che trionfarono nel Novecento rivolgendosi ad un pubblico di massa e largamente analfabeta. La TV, dagli anni Settanta in poi, iniziò a corrodere il mercato della stampa e a dare immagine, senso di realtà ai racconti, in quanto verso “potenziata” della radio, che qualche decennio prima aveva sconvolto il mondo dando la possibilità di ascoltare comunicazioni, notizie, radiodrammi.

Chip e dita

Il Novecento ha segnato il tramonto della manualità, per molti versi, e inspirato bizzarre teorie moderniste, fatte di una tecnologia basata sullo sguardo, di progetti (poi dimenticati) di computer ottici, oppure vocali — essendo la voce, l’audio, un altro baluardo del secolo appena conclusosi.
Fino a qualche anno fa immaginare un futuro in cui l’avanguardia tecnologica fosse basata sul touchscreen (leggasi le “volgari” ditate su schermo), poteva causare risa di scherno. Troppo influenzati da decenni di radio e tv, ci si immaginava un futuro handless, in cui la faccia umana sarebbe il centro di tutto. Ci credette anche la Apple, che nel 1992, creò Newton, il primo palmare della storia in grado di capire le parole dell’utente. Un esperimento azzardato e fallimentare — in effetti Newton dava molti problemi e fu un flop — ma può essere visto come il preludio al ritorno del dominio tattile.

It’s a touchy world
Oggi invece? Le tecnologia touchscreen si espande a macchia d’olio influenzando tutto. Ben presto i prezzi di simili device caleranno ulteriormente e avere un tablet sarà molto meno dispendioso. Malgrado Apple continui a puntare molto su tecnologie diverse da quella touch (sta potenziando i software per il riconoscimento vocale e facciale — grazie a tecnologie migliori di quelle dei primi anni Novanta), la mano e le sue dita ritornano al vecchio splendore.
Certo, lo schermo, come profetizzato da Illich, rimane il futuro; ma un futuro in cui la manualità la farà da padrone.

Per esempio, queste parole sono state scritte su schermo, pigiando dei tasti finti di una tastiera virtuale. Procedimento complicato all’inizio ma che ammalia lentamente. Ci vuole un minimo di esperienza per capire che, in fondo, è facile. Anzi, non è nulla di così diverso dal solito.

E in più non sto certo faticando come un amanuense del XI secolo.

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