Cosa vuol dire leggere su schermo

Prototipo di post-it, poi ritirato dal mercato

Il complesso di Gutenberg (c)

Non importa su quale superfice si leggano le parole, il processo che occhi e cervello devono compiere è lo stesso. Piccoli impulsi elettronici che vengono codificati, tutto qui. Papiro, carta, schermo: tutte sovrastrutture.

Chi ha provato a leggere su un Kindle, iPad o tablet simili (devices dotati di una tecnologia diversa da quella dei normali schermi da PC e adatti alla lettura di lunga durata) ha già provato quell’ebrezza strana, data dal non provare alcuna ebrezza. In pochi minuti, infatti, il rapporto, col medium elettronico si crea e si insolidisce, e l’utente beginner comincia a domandarsi dove sia “la differenza“, quel gap mostruoso tra cellulosa e luce su schermo di cui si parla tanto. Il motivo del disorientamento è il senso del fetish che circonda il processo di lettura e scrittura.

Questa perversione porta molte persone ad adorare il mezzo cartaceo al di là di ogni norma logica ed è conosciuta come “complesso di Gutenberg” (1). Che è una fantasia romantica – una delle ultime che il mondo ci riserva – e per questo crea simpatia e comprensione, ma anche un senso di leggera rabbia, prodotta dall’ascolto forzato e reiterato delle sirene del disfattismo dell’odoredellacarta (2), sempre più fastidiose, raramente poggiate su dati concreti.

Ci vorrà tempo, certo, ma a breve le generazioni più giovani e digitalmente alfabetizzate, complice anche il futuro calo dei prezzi degli e-reader, potranno vivere “su strada”, live, l’ebrezza della non ebrezza di cui parlavamo poche righe fa. Un po’ come salire su una giostra che tutti dipingono come pericolosa, mozzafiato e nauseante, e ritrovarsi invece in un Bruco Mela sgangherato che striscia placido tra i bambini festosi. Il senso di scampato pericolo sarà un forte shock e un’ottima cura per i soggetti caratterizzati da complesso di Gutenberg.

Leggere, una cosa animale

Dehaene e il sorriso di chi la sa lunga

Stanislas Dehaene, docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, è l’autore de I neuroni della lettura, opera in cui affronta la nascita e sviluppo del medium scrittura-lettura. Egli sostiene che l’invenzione dell’alfabeto siano troppo “recente” (5400 anni fa le prime forme di scrittura, 3800 anni fa l’alfabeto fonetico) per essere conseguenza di una mutazione del cervello umano. Come scrive Luca De Biase su nòva del Sole 24 Ore, “tutto è avvenuto per altre vie, più veloci”. Il passaggio all’alfabeto e la scrittura non può essere spiegato con Darwin, insomma.

Dehaene parte da un concetto piuttosto semplice:

Il nostro cervello non è una tabula rasa dove si accumulano costruzioni culturali; piuttosto è un organo fortemente strutturato che usa cose vecchie per farne di nuove. Per imparare nuove competenze ricicliamo i nostri antichi circuiti neurali di primati, nella misura in cui questi tollerano un minimo di cambiamento.

C’è quindi un qualcosa di primordiale nel leggere. D’altronde, l’evoluzione umana, come già detto, non ha portato la scrittura agli uomini sottoforma di mutazione mentale vincente. Il riciclo a cui lo studioso francese si riferisce, richiama elementi ancestrali del nostro DNA,  pre-esistenti e che sono stato rimediati (per rimanere in tema) generando l’inedito. Un pozzo profondo che inizia con Hemingway e sprofonda fino all’homo habilis.

Questo tipo di sapiente riutilizzo di risorse mentali (che potremmo definire “rinnovabili”) ha portato gli uomini dalle pitture rupestri di animali e scene di caccia simboli (parole) in grado di definirli. Ma è la causa-effetto dehaeniana a sconvolgere i nostri preconcetti: infatti lo studioso sostiene che è stata la scrittura a “domandare” al cervello umano di imparare a decodificare i messaggi testuali che fino allora erano trasmessi solo oralmente. Il cervello non ha potuto (per ragioni temporali e – forse – fisiche) evolversi fino a dare luce alla scrittura; quindi è stata la scrittura stessa ad evolversi seguendo il strettissimo filo dei vincoli mentali umani.

Quando l’hardware era di roccia

Ma anche gli strumenti stessi di lettura sono stati influenzati dalla nostra mente; non solo, si può dire che “si sono adattati alle precondizioni del cervello”. Ancora una volta, è la tecnologia che viaggia attorno all’uomo, creando se stessa su misura sapiens sapiens. Come un abito che calza a pennello, si è sviluppata in modo frenetico – un batter d’occhio se paragonato al tempo evoluzionistico umano -, migliorandosi e affinandosi sempre più (come abbiamo già visto qui).

Se fossimo in un laboratorio scientifico dominato dall’empirismo, potremmo dedurre che è molto probabile, se non certo, che la tecnologia della scrittura continuerà ad evolversi a ritmi forsennati, spinta ancor di più dal NOS informatico. L’idea dell’e-book ha solo pochi anni, per esempio, ma gli sono bastati per passare da nuovo fenomeno da baraccone del web a matura realtà, anche economica. Il presente sembra quindi dare ragione a Ivan Illich, che nel 1991 (ovvero un millennio fa, tecnologicamente parlando) faceva notare come il concetto di libro è solo uno dei tanti modi per intendere scrittura e lettura (3). Il medium utilizzato, quindi, è un personaggio secondario nella scena. Certo, la multimedialità dei new media modificherà il nostro rapporto con i testi, ma solo nella misura in cui avremo a disposizione video, foto, slideshow e audio, oltre alle parole; e quando gradiremo un testo, potremmo condividerlo e commentarlo in un click. Nessuna di queste implementazioni andrà ad intaccare il modo in cui l’occhio scansiona uno scritto e il cervello lo codifica.

Il procedimento è e rimarra quello che descrive Dehaene:

L’elaborazione del testo scritto comincia nell’occhio. Solo il centro della retina, chiamato fovea, possiede una risoluzione sufficientemente elevata per riconoscere i dettagli delle lettere. Dobbiamo quindi spostare il nostro sguardo sulla pagina per identificare, a ogni pausa dell’occhio, una parola o due. Scomposta in migliaia di frammenti dai neuroni della retina, la sequenza delle lettere deve essere ricostruita prima di venire riconosciuta. Il nostro sistema visivo ne estrae progressivamente il contenuto composto da grafemi, sillabe, prefssi, suffisi e radici di parole. Alla fine entrano in scena due grandi vie parallele di elaborazione dell’informazione: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette di convertire la sequenza di lettere in suoni del linguaggio (i fonemi), l’altra consente di accedere a un dizionario mentale dove è depositato il loro significato.

Per maggiori informazioni e approfondimenti, si consiglia il seguente video. Un evergreen.

note

(1) “Complesso di Gutenber” piace anche a me, si.

(2) Ne parleremo presto, MOLTO presto, dell’odoredellacarta. Stay tuned, we’ll be nasty.

(3) «La lettura libresca classica degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l’alfabeto», Ivan Illich, op. cit.

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