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Steve Jobs e la guerra contro Android

Il numero di questa settimana di Bloomberg Businessweek ha una copertina eccezionale (eccola) e una cover story ancora meglio, tutta sulla “guerra termonucleare” che Steve Jobs voleva dichiarare ad Android, reo di avere copiato, a suo avviso, l’iPhone di Apple. Ma c’è di più: il conflitto vede due giganti contrapporsi. La mela contro Google. Una guerra che Jobs non ha fatto in tempo a vedere (e, eventualmente, a vincere) ma che potrebbe ridefinire gli equilibri nella Terra di mezzo della Silicon Valley.

P.S. Se state pensando: ommioddio che copertina fantastica, qui c’è la mia intervista al direttore creativo del magazine Usa, Richard Turley.

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Se Apple supera HP

Nel 2012 Apple avrà venduto più apparecchi informatici della HP, se si includono gli iPad. Secondo Asymco, Meg Whitman, il Ceo della rivela della Mela, avrebbe ammesso la (momentanea) sconfitta e chiamato alle armi i suoi per la rivincita:

Dobbiamo migliorare la nostra offerta e i nostri prodotti per riprenderci la prima posizione. Apple potrebbe superare HP nel 2012. Noi cercheremo di vincere nel 2013.

Un sorpasso storico che seguirebbe quello a Dell, terza in classifica.

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L’intervista al biografo di Steve Jobs

Andata in onda ieri su 60 Minutes della CBS. Walter Isaacson a ruota libera su Steve Jobs.

http://cnettv.cnet.com/av/video/cbsnews/atlantis2/cbsnews_player_embed.swf

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Il nuovo iPhone sarebbe un buon presidente per gli Stati Uniti?

Il nuovo iPhone 4s ha in dotazione Siri, una funzione che permette di domandare al proprio telefono informazioni varie e ricevere risposte, a volte congruenti, altre volta buffe. La tecnologia rivoluzionaria, acquisita da Apple l’acquisto della start-up Siri nel dicembre scorso, ha incuriosito tutti.

Anche Foreign Policy, che le ha posto alcune domande di natura geopolitica per verificare se il 4s sia in effetti più ferrato in materia di Herman Cain, discusso candidato repubblicano Usa, già patron di Godfather’s Pizza. I risultati, ondivaghi, non sono niente male. Vediamone alcuni esempi:

Chi è il presidente dell’Uzbekistan? (Una domanda a cui Cain aveva risposto in modo, er, fin troppo chiaro, dicendo che non lo sapevo e nemmeno gli importava – e storpiando il nome del Paese in modo poco incline a un president wanna-be). Ecco invece come se la cava Siri:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottimo, complimenti, risposta esatta (Siri 1 – Cain 0). Ma abbiamo appena cominciato.

Negozieresti con dei terroristi? 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D’accordo, passiamo ad altro.

Il Pakistan è un alleato fidato per gli Usa o fa il doppio gioco con i terroristi?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Risposta criptica o buco nell’acqua? La seconda che hai detto. Ma andiamo avanti.

Domanda geopolitica (ma nemmeno tanto): dov’è il Tibet?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come nota FP, per evitare problemi col mercato cinese (sempre più basilare per Apple), Siri gioca a fare il Google di qualche anno fa e non dice nulla sul Tibet. Ma fa intendere che sia in Cina, già qualcosa.

Vedremo come questa tecnologia progredirà con il prossimo iPhone (o iPad) e magari diventerà veramente più affidabile di un candidato presidenziale. In tempi di Michelle Bachmann, questo e altro. Nel frattempo abbiamo dimostrato che no, Siri non è più sveglio di Cain. Un iPhone non canterebbe mai Imagine in questo modo.

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Siri sembra saperla lunga

da ShitThatSiriSays

Stupisce il numero di persone che chiede al proprio iPhone 4S nuovo di zecca il senso della vita, comunque.

update 19/10/2011

Oggi anche Slate si occupa del botta e risposta tra utenti e Siri.

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Mr. Polaroid, l’uomo che spinse Steve Jobs a diventare Steve Jobs

Nella sua intervista a Playboy del 1985, Steve Jobs confessò il proprio amore e la propria ammirazione per Edwin H. Land, fondatore della Polaroid. La sua figura di imprenditore, carismatica, estroversa e rivoluzionaria ha aiutato Jobs a diventare l’uomo che procurava orgasmi geek a ogni keynote della Apple. Jobs era affascinato soprattutto dalla portata rivoluzionaria degli oggetti Polaroid, gadget essenziali di cui nessuno aveva mai sentito il bisogno – proprio come quelli Apple.

Copyright J.J.Scarpetti.

I due condividevano la stessa convinzione: inseguire il pubblico non ha senso perché – Steve docet – “il pubblico non sa cosa vuole finché non glielo si dà”. Il New York Times ha dedicato un bell’articolo a Land tutto basato sulle somiglianze tra Apple e Polaroid. Christopher Bonanos, autore del pezzo, ricorda quando i due fenomeni si incontrarono:

Land stava dicendo: “Riuscivo a vedere cosa sarebbe stata la Polaroid. Per me era reale come ce l’avessi avuta davanti agli occhi, ancor prima che ne costruissi una”. E Steve disse: “Yeah, è proprio quello che mi è successo col Macintosh”. (…) Non c’era alcun modo di fare una ricerca di mercato al riguardo, quindi dovetti crearlo e poi mostralo alla gente e dire: “Che ne pensate adesso?”.

Jobs e Land (due cognomi banali per due persone hungry and foolish) hanno condiviso anche una sorte simile poiché entrambi furono di fatto cacciati (o messi in condizione di andarsene) dalla società che avevano fondato. Il precedente di Jobs lo conosciamo ormai a memoria, quello di Land un po’ meno ma è piuttosto simile. Solo che l’uomo della Polaroid uscì dall’azienda alla veneranda età di 70 anni, Steve da giovane.

Il parallelismo tra i due continua: successi incredibili e in grado di cambiare il mondo; tonfi indimenticabili (Lisa per Apple; Polavision per Polaroid); la stessa ricerca estetica; le stesse presentazioni-show con tanto di musica dal vivo, nel caso di Land; la stessa capacità di rendere il lusso pop, popissimo.

I due condividevano anche una convinzione che farebbe venire il tetano a parecchi studenti di economia e marketing, sintetizzata in questa massima di Land: “Le ricerche di mercato è quello che si fa quando il tuo prodotto non è abbastanza buono”.

***

A riguardo: Tutti gli articoli-da-leggere su Steve Jobs, la Apple e l’Apple-pensiero.

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Tutto quello che dovreste leggere riguardo Steve Jobs e la sua Apple (se avete del tempo)

Parlare di Steve Jobs è complicato. Non solo perché questo blog arriva tardi sull’argomento – abbiamo lasciato i necrologi agli altri, ché son cose che ci mettono tristezza – ma anche perché il fondatore di Apple è stato il Messia tecnologico per eccellenza: non necessariamente per quello che ha fatto (nessuno è un messia, ci dispiace), quanto per la quantità di amore e odio che ha saputo attirare su di sé, per decenni.

Steve o si ama o lo si odia, si dice. Naaa. Jobs era un geniale maniscalco tecnologico che va stimato per il suo lavoro. L’amore e l’odio per la sua persona e la sua azienda sono derive psicologiche molto in voga e piuttosto banalotte, che portano alle nascita delle due peggiori figure che si possano incontrare in un forum di smanettoni: il talebano pro-Apple e il Khomeini anti-Apple. Gootenberg ha provato a stare nel mezzo, se possibile, fedele al motto che muove il suo cuore e la sua mente, ovvero: Diamoci tutti una bella calmata.

Per celebrare la dipartita di Steve Jobs, comunque, elencheremo di seguito alcuni dei pezzi giornalistici più belli e interessanti sulla sua carriera. Abbiamo fatto una cosa simile in occasione della morte di Bin Laden (un’altra figura che – coincidenza – ha saputo farsi amare e odiare – per quanto l’uomo della Mela non abbia mai dirottato aerei, sia ben chiaro). Ne dimenticheremo qualcuno e in tal caso, almeno nei prossimi giorni, provvederemo ad aggiornare questo post. Ad ogni modo questa non vuole essere un’antologia completa del giornalismo su Mr. “Stay hungry, Stay folish” (per quel genere di cose c’è una cosa, si chiama Google).

Cominciamo dall’inizio, ovviamente.

1985, Steve ha 29 anni e l’anno prima ha dato alla luce il Macintosh, una macchina rivoluzionaria promossa da uno spot passato alla storia in cui si spiegava come, grazie al nuovo prodotto, il 1984 (inteso come anno) non sarebbe stato come 1984 (inteso come capolavoro di George Orwell). Haters gonna hate since 1984, insomma. Nel 1985, dicevamo, Steve viene intervistato da Playboy: un pezzo lungo, torrenziale e pieno di chicche utilissime per capire la mentalità del soggetto.

Procediamo dando per scontato che la bio del nostro vi sia ben chiara in mente. Nel 1986 Jobs esce da Apple (non viene licenziato: viene piuttosto costretto ad andarsene): dopo qualche mese di smarrimento e malinconia – di cui c’è traccia nel celebre discorso all’università di Stanford di cui trovate qui la trascrizione completa – si butta su NeXT, la sua nuova creatura. E poi sulla Pixar, che acquisterà da George Lucas.
Questa fase, la fase in cui il nostro eroe viene costretto all’esilio dai Cattivi, è coperta da questo lungo pezzo di Esquire sulla “seconda venuta di Steve Jobs” (aridanghete con la mistica). E da questa lunga intervista per lo Smithsonian Institute, del 1995. Appena l’anno precedente si era concesso al Rolling Stones: tra rockstar ci si intende sin dall’inizio.

Ma chi era l’idolo, il modello imprenditoriale e visionario del nostro? Era Edwin H. Land, l’uomo della Polaroid, come confessò Jobs a Playboy. (Le figure dei due geni sono così simili, come nota il New York Times, che vale abbiamo pensato di dedicargli un post a parte.)

Dopo un lungo viaggio in mare, Steve torna da Penelope e uccide i Proci. Riprende il comando della Apple: la seconda venuta. Qui il New Yorker ci spiega come si è svolta la vicenda, mentre qui Malcom Gladwell, sempre sul settimanale newyorchese, narra una bellissima storia tipicamente jobsiana. Ovvero, come la Apple ha creato il mouse: “Copiando!”, dice il pubblico. Mmm. Tutti sanno copiare e rubare: la peculiarità rara e importante è sapere vedere un mondo d’orizzonti da un macinino elettronico. E la Apple lo vide, ah se lo vide.

(Fine primo tempo. Per sciacquarsi la bocca tra una portata e l’altra, ecco la collezione di tutte le copertine di Newsweek dedicate al nostro. Qui quelle del Time, che oggi è uscito in edicola con Steve in copertina, again.)

Poi c’è la rinascita di Steve (che comunque se la passava piuttosto bene con Pixar – a proposito,  un pezzo del New Yorker sulla magia della casa di produzione che ha rivoluzionato cartoni animati e cinema, solo per abbonati al magazine).
C’è il Mac. E poi l’iPod e iTunes, che hanno sconvolto l’industria musicale (che, stolta, deve ancora ringraziare), rendendo il nostro  “the God of music”, secondo la definizione di Esquire. E poi l’iPhone, l’iPad (o la “tavoletta di Gesù”, secondo l’Economist).

L’ultimo decennio di vita di Steve è stato quello della gloria. Pura. Gloria. La Apple è stata magica, rivoluzionando la cultura occidentale e facendo montagne di soldi: come ci sia riuscita è un mistero, forse, ma Lev Grossman sul Time ha tentato di spiegarlo piuttosto bene, sei anni fa. La genesi dell’iPod, lunga e travagliata, è narrata da Wired in un breve pezzo che tira le fila del discorso; quella dell’iPhone è – sempre su Wired – più strutturata e contiene alcuni elementi che mettono in chiaro la figura di Steve. Un datore di lavoro un po’, diciamo, precisino.

Quanto al lancio dell’iPad (ricordate? Tutti si aspettavano il multitasking sin dall’inizio, ecc…) il Time lo seguì con trepidazione, pubblicando un articolo dal titolo: “Steve Jobs può riuscirci ancora?” Risultò che sì, ci poteva riuscire ancora.

(update 16/19/2011 — Per ricapitolare la storia del nostro, ecco una bella infografica interattiva del New York Times su tutti i brevetti di Steve Jobs: dai computer alle prese elettriche.)

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Per capire al meglio cosa fu la Apple di Steve Jobs (e cosa sarà, maybe), consigliamo però questo lungo articolo pubblicato dal solito Esquire: “Steve Jobs e il portale dell’invisibile”, in cui il genio della Mela viene descritto proprio a partire di un evento che tutti sapevamo sarebbe successo ma non così presto: la sua morte. Un long-read magnifico che rimane la lettura migliore sull’argomento, insieme alla già citata intervista concessa dal nostro a Playboy.

E lo spirito imprenditoriale di Steve? Che ne è dello spirito imprenditoriale di Steve, ora che sembra che la Apple producesse nettare divino con il quale non ha mai guadagnato nulla, se non gloria eterna e karma colmo di meraviglia? Success Magazine (un nome, un programma) ha proposto un paio d’anni fa un lungo articolo sul Steve-imprenditore. Da leggere, se credete che il nostro fosse una sorta di panda mistico che si cibava di luce cosmica.

Questo agosto, come ricorderete, Jobs lascio l’incarico di CEO di Apple per motivi di salute e lasciò spazio a Tim Cook. Chi è costui? Ce lo spiega un ritratto della CNN del 2008. Ma, tornando agli eventi di quest’estate, l’abbandono di Jobs scatenò il putiferio mediatico: giornali e televisioni cominciarono a cantare le lodi del “fondatore scomparso” in modo da rendere quasi impossibile per Steve non toccarsi le balle. Tra tutti i necrologi-in-vita, quello di Esquire rimane il più bello. Titolo: “Steve Jobs sta morendo per noi tutti”.

Poi c’è Farhad Manjoo, tech columnist particolarmente amato da queste parti, che in quei giorni scrisse un provocante articolo in cui si chiedeva: ” Chi ha bisogno di Steve Jobs?” Ieri, giorno della morte del nostro, Manjoo ha vergato un pezzo leggermente diverso, parlando dell’”uomo che ha inventato il nostro mondo”, e sottolineando un aspetto che ha toccato anche Claudio Cerasa in Italia: l’onnipresenza delle macchine Apple e come queste abbiano cambiato le nostre vite. Scrive Manjoo, gli occhi ancora umidi per la scomparsa del guru Steve:

I saw the news of Steve Jobs’ death on a device that he invented—the iPhone—and I’m writing on another machine that he willed into being: the graphical interface computer. I happen to be using a PC running Windows, with generic hardware I put together myself; technically, only my keyboard was made by Apple. But none of that matters. Just like the touch-screen smartphone and, now, the tablet computer, the PC that you and I use every day became ubiquitous thanks mainly to this one man. I’ll go further: Whether you’re yearning for a Kindle Fire or a BlackBerry PlayBook, whether you play Angry Birds on an iPod Touch or Google’s Nexus Prime, whether you’re a Mac or a PC, you’ve succumbed to Steve Jobs’ master plan. (…)

Jobs didn’t make microchips go faster, he didn’t increase the capacity of hard drives, he didn’t invent optical storage drives, bitmapped graphics, cellular radios, Ethernet, or even the mouse. If Jobs wasn’t around, we’d have had all of these advances anyway—and people like Bill Gates, Andy Grove, Michael Dell, and Larry Page would have turned these technologies into computers, phones, and music players.

Ma torniamo a Cerasa: due mesi fa, quando Steve lasciò la Apple, il giovane giornalista del Foglio produsse un meraviglioso super-articolone (occupava 3 pagine, ricordiamo) intitolato: “Se ne va il Cristo dei computer“. Un ottimo lavoro di analisi in cui ha spiegato come un’azienda californiana è diventata una sorta di culto moderno, laico, il cui fondatore ed ex CEO ne era il Messia indiscusso. Un lavoro colossale per fare il quale Cerasa ha letto questi articoli e saggi.

Infine, almeno per ora, concludiamo con l’obituary di Wired. E quello dell’Economist. E quello del New York Times.

Quanto a te, Steve, riposa in pace. E grazie.

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Bando alla tristezza. Steve vogliamo ricordarlo così, mentre dice:

“I would trade all of my technology for an afternoon with Socrates.”
—Newsweek, 2001.

Jobs era uno stronzone con un sacco di sogni nel cassetto. Va ricordato come tale. Ci mancherà.

update

Altre segnalazioni. Wired, che il giorno della morte di Jobs era listato a lutto come non mai, ha pubblicato un istant e-book sul fondatore della Apple: gratis per gli abbonati al magazine, a 2,99 dollari per tutti gli altri.

Alla lista dei necrologi, poi, abbiamo colpevolmente dimenticato quello di The Onion, rivista satirica Usa, che ha annunciato la scomparsa “dell’ultimo americano che aveva idea di cosa cazzo stava facendo”.

Steve Jobs, the visionary co-founder of Apple Computers and the only American in the country who had any clue what the fuck he was doing, died Wednesday at the age of 56. “We haven’t just lost a great innovator, leader, and businessman, we’ve literally lost the only person in this country who actually had his shit together and knew what the hell was going on,” a statement from President Barack Obama read in part, adding that Jobs will be remembered both for the life-changing products he created and for the fact that he was able to sit down, think clearly, and execute his ideas–attributes he shared with no other U.S. citizen.

Un pezzo satirico che, come ha notato l’Atlantic Wire, giunge alle stesse conclusioni del serioso Economist.

Il New Yorker si è domandato chi sarà il prossimo Steve Jobs e cosa avrà in comune con Miles Davis. Anche il Wall Street Journal si è posto una domanda simile (senza riferimenti a David, però), giungendo alla conclusione che Mark Zuckerberg potrebbe essere il nuovo Jobs (personalmente, qui su Gootenberg la vediamo buia).

Nel frattempo la biografia ufficiale del nostro, scritta da Walter Isacsson, sarà pubblicata a breve, un mese prima del previsto. E la Sony, come ha anticipato The Next Web, ne ha già acquistato i diritti per farne un film: sarà il sequel de I Pirati di Silicon Valley?

update 10/10/11

Ieri Slate ha pubblicato la tradizionale raccolta di articoloni raccolti da Longform.org. Questa settimana, manco a dirlo, il tema era Steve Jobs: fa piacere vedere che tutti gli articoli scelti da LF.org sono anche nel nostro posto. Tranne due eccezioni. La prima è una mancanza di Gootenbenberg: è la trascrizione degli interventi di Jobs e Bill Gates (insieme!) presso un evento chiamato D5, nel 2007.

Il secondo pezzo “bucato” invece mi ha fatto combattere. Lo avevo letto e l’avevo visto rimbalzare da sito a sito ma non mi aveva convinto. Ad ogni modo ecco il ricordo personale (e divertente) di Brian Lam, ex di Gizmodo. Titolo: “rimpianti di un coglione”. Alé.

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